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La civetta e la sentinella. Ragioni e passioni della sinistra

Pubblichiamo la postfazione del libro di Walter Tocci Sulle orme del gambero (Donzelli) che domani sarà presentato a Roma, al Campidoglio, alle ore 17.30
La civetta e la sentinella. Ragioni e passioni della sinistra

Pubblichiamo la postfazione del libro di Walter Tocci Sulle orme del gambero (Donzelli) che domani sarà presentato a Roma, al Campidoglio, nella Sala Protomoteca alle ore 17.30. Oltre all’autore interverranno Fabrizio Barca, Paolo Gentiloni e Stefano Rodotà. Coordina: Paolo Franchi.

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C’è un verso di Hölderlin che mi accompagna da tanto tempo:

Ho vissuto una volta

Come gli dei: e di più non occorre.

Mi è capitato di dimenticarlo in diversi periodi della vita, ma poi è accaduto che mi tornasse in mente nei momenti più imprevedibili, come una folgorazione, ogni volta con risonanze diverse e pur sempre adatte alla situazione mutata nel mio animo o nel mondo. È stato il primo pensiero quando ho deciso di scrivere queste pagine. Così sono andato a riprendere Le liriche nella bella edizione Adelphi, turbata da pieghe e sottolineature inserite a suo tempo proprio per non dimenticare.

Nostalghia: scherzo della traduzione o del ricordo?

Un imprevisto, però, ha messo in discussione la mia interpretazione, almeno come l’avevo immaginata fino a quel momento. Il verso era scritto al tempo futuro:

Avrò vissuto un giorno

come gli Dei, e più non chiederò.

Ma come è possibile? È un dolore grandissimo scoprire che il verso tanto amato non è mai esistito, che la connessione spirituale con il poeta era infondata, che tante suggestioni erano invenzione, non poesia. Il primo moto è stato di dare la colpa a uno scherzo della mia memoria. Poi, però, ho cominciato a dubitare della traduzione, finché è uscita fuori l’edizione Einaudi degli anni cinquanta, nella bella versione di Giorgio Vigolo, con il verso al passato, nonché, bisogna dirlo, in perfetta corrispondenza con l’originale tedesco. Ne ricordavo perfettamente ogni parola, ma avevo dimenticato quella edizione, soppiantata nelle mie letture dalla successiva Adelphi.

Bisogna prendere questi incidenti di lettura come segni inviati dal cielo. Il tema, allora, è come leggere quel verso contemporaneamente al passato e al futuro, come trasformare una forzatura del traduttore in un punto di vista altrettanto legittimo della parola hölderliniana, come rimanere in bilico senza mai confessare se è stato uno scherzo della traduzione o della memoria.

L’ambiguità è necessaria non solo per comprendere il verso, ma per contenerlo in un’interpretazione anche se arbitraria, evitando così di farsi travolgere dalla sua potenza. Quando lo lesse la madre di Hölderlin ne colse istintivamente la profonda inquietudine e rimase molto turbata, fino al punto che il figlio le dovette scrivere una lettera per rassicurarla. Noi, invece, siamo esposti al pericolo, senza alcuna rassicurazione che non sia la nostra personale meditazione sulla parola poetica.

La forza del verso è nel conflitto tra due momenti: un tempo della pienezza quando la potenza umana raggiunge il divino – il vissuto una volta come gli dei – e un tempo della penuria quando la povertà è accettata fino al punto di rinunciare a qualsiasi pretesa – il di più non occorre. La pienezza è un momento caduco e irripetibile – l’einmal, una volta, che apre il verso nella lingua tedesca – e la penuria è il tempo che resta, è una totalità senza evento, è l’indigenza provocata dalla fuga degli dei. Si può immaginare che la pienezza sia stata anche frutto di una volontà, di un riuscito assalto al cielo, mentre la penuria è una necessità accolta come un destino, come una mancanza riscattata solo da ciò che è rimasto in cielo.

L’ambiguità temporale del verso dipende da dove si colloca il presente. Se appartiene alla penuria prevale la prima versione al passato e il verso esprime la struggente nostalgia verso qualcosa che non può tornare, un inesorabile non più, un futuro rattrappito nel già dato. Esprime anche il pensiero che comprende gli eventi solo a posteriori, come la civetta, anche detta la nottola di Minerva, che si alza in volo alla fine della giornata.

Se, invece, il presente si colloca prima degli eventi narrati misteriosamente dal poeta, allora prevale la seconda versione al futuro e il verso esprime il tempo del non ancora, l’attesa di una promessa che è contenuta nella conclusione poetica avrò vissuto un giorno come gli dei. Esprime però anche l’incertezza su ciò che sarà e la domanda è quella che il viandante rivolge alla sentinella nel canto di Isaia5: «Quando avrà fine la notte?».

Quello della civetta è il tempo lineare della storia. Nel pensiero è compreso solo al passato, ma nell’azione è vis suto come futuro da realizzare. Al contrario, quello della sentinella è il tempo trattenuto in una notte che dura anche quando viene il mattino. È il tempo chiuso in una determinata situazione storica o esistenziale che sia il pensiero sia l’azione vorrebbero contrastare. Sono in definitiva le due figure fondamentali dell’apocalittica cristiana, l’escathon dell’attesa dell’avvento del Regno e il katechon come «forza frenante in grado di trattenere la fine del mondo». Diversa è la base scritturale: ampia la prima fino a percorrere tutto l’annuncio evangelico e la sua rielaborazione paolina; ristretta la seconda che viene citata soltanto nella misteriosa profezia della Seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts 2,7) e poi diffusamente nella patristica. Eppure, entrambe pre- senti e profondamente intrecciate nella storia religiosa e profana, ma in una certa misura anche nel percorso esistenziale di ciascuno di noi.

Per me almeno è stato così, quando ripenso alla mia vita spesa in gran parte in politica sento fortissima questa polarità tra la civetta e la sentinella.

Sì, io credo davvero di aver vissuto come gli dei quando ricordo le passioni giovanili consumate nell’impegno politico con l’animo colmo di speranza. Ma la maggior parte della vita è trascorsa a interpellare la sentinella e la domanda si è fatta sempre più flebile in seguito non solo alle sconfitte, ma al venir meno della politica che avevo conosciuto.

Nasce quindi il pericolo di consegnarsi nelle mani della nostalgia ingannatrice che dei tempi andati nasconde sempre gli affanni e riporta alla luce solo le passioni.
Bisogna resistere alle sirene del ricordo per rimanere fedeli ai compiti dell’oggi. Forse, bisogna consumare fino alle estreme conseguenze l’indigenza del tempo, nell’attesa che la sentinella sia disposta ad annunciare la fine della notte.

Il mio impegno politico a tempo pieno dura ormai da quasi quaranta anni. Forse troppo. Eppure continuo a pensare che la politica non sia fatta per me. Carattere introverso, timidezza cronica, tendenza all’astrazione sono tutte forze interiori che sento ogni giorno ostili al mio spazio pubblico. Se il gioco è continuato per tanti anni ci sarà pure un demone che lo alimenta a dispetto delle note caratteriali. Ho sempre avuto un rapporto contraddittorio con l’attività politica: l’ho sempre temuta come un pericolo di desertificazione dell’animo; ma allo stesso tempo è stata il crocevia delle mie passioni civili.

Testimonianze dell’escathon
Tutto cominciò a diciannove anni quando fui assunto in una fabbrica elettronica di Roma. L’autunno caldo era finito, ma i suoi fuochi erano ancora accesi. Entrare nel mondo del lavoro in mezzo a quelle tensioni fu un’esperienza inebriante: scioperi, manifestazioni, volantinaggi, assemblee, discussioni infinite tra le persone, dalla busta paga fino alla fame nel mondo. Fui strappato dai dilemmi adolescenziali e condotto nella rivoluzione permanente, senza passaggi intermedi. Dopo poche settimane mi ritrovai con le braccia intrecciate a quelle dei miei compagni in un picchetto ai cancelli della fabbrica per impedire l’ingresso ai crumiri. Non ho mai più sentito il freddo di quegli inverni, non ho mai più avvertito la paura dello scontro fisico di quelle mattine, non ho mai più provato la stanchezza di quel fare da barriera umana. Però non ho mai più sentito neppure la forza di quelle braccia serrate, la potenza dell’azione collettiva, quell’ambizione di piegare la storia.

Mi ritrovai all’improvviso a tenere assemblee per spiegare i contenuti della vertenza sindacale. Venivo inviato soltanto nei reparti di tecnici e laureati come me. Un giorno però l’anziano capo del consiglio di fabbrica mi disse: «Domani vai a fare l’assemblea agli operai dell’officina»; poi calò il silenzio tra noi e capii che venivo messo alla prova. A quei tempi era facile convincere gli ingegneri, più arduo era vedersela con gli operai. Ho ancora davanti agli occhi la distesa di tute blu accanto ai rispettivi torni come i suonatori di un’orchestra con le trombe, i violini e i contrabbassi. Nessun esame, nessuna elezione mi hanno dato la soddisfazione di essere stato promosso come quell’assemblea di operai. Né ho mai più incontrato quei tipi di uomini saggi e generosi, capaci di lottare per sé e per gli altri. Abbiamo dimenticato gli scioperi degli operai del Nord per costringere le imprese a investire nelle terre meridionali. I figli di quegli operai sono diventati leghisti.

Questa pedagogia operaia fu il mio romanzo di formazione. Compresi ciò che avevo letto sui libri, davvero una classe può trasformare l’intera società. La parte per il tutto.

Negli anni successivi incontrai un altro tipo di uomo, il sottoproletario della periferia romana. Era un soggetto sociale senza coscienza politica, capace di esprimersi solo per estremi, dal sovversivismo senza obiettivi all’acquiescenza del voto di scambio. A Roma il Pci riuscì a formare dei capipopolo capaci di organizzare quella gente. Erano persone nel contempo appassionate e dissacranti, come le figure del Belli. Per lo più analfabeti avevano acquisito nella militanza una finezza dell’analisi politica. Sapevano stare in mezzo alla loro gente, usando lo stesso linguaggio, mangiando gli stessi cibi, scherzando allo stesso modo, senza mai assecondare il plebeismo. Su questo mi trovavo istintivamente d’accordo, non per ragioni ideologiche, ma perché dalla radice contadina avevo ricevuto un certo perbenismo istintivamente in contrasto con quella sregolatezza sottoproletaria. Più difficile era riuscire a costruire un rapporto di fiducia con quella gente.

L’occasione venne dalla lotta per l’eliminazione di uno dei borghetti di baracche di cartone. Con i capipopolo organizzammo un’azione collettiva: le assemblee per tenere unito il gruppo, le manifestazioni per sollecitare l’amministrazione comunale, la vigilanza per impedire l’ingresso di nuovi baraccati. Giunse finalmente il grande giorno dell’abbattimento delle baracche. All’alba arrivò il corteo delle ruspe, alla testa c’era il sindaco Petroselli in persona, come il generale di un esercito di liberazione. La sera una grande festa liberò la tensione accumulata durante la demolizione, quando venivano giù quei tuguri, certo contenitori di sofferenze ma anche luoghi delle piccole gioie della vita che solo ora venivano alla memoria. Sui volti di uomini e donne l’orgoglio e la dignità di aver conquistato un diritto, quella incontenibile fierezza delle persone che ho sempre colto con stupore quando un’azione collettiva riesce vittoriosa. Oggi, quando vedo sull’argine del fiume le baracche dei sottoproletari del mondo, come politico provo un sentimento di vergogna.

Intanto facevo carriera, anche se allora sarebbe stato vietato usare la parola. Fui eletto al mitico Comitato centrale; entrare per la prima volta in quella sala fu come mettere piede in un santuario. Tutto appariva solenne e sollecitava un raccoglimento. Se fosse caduto un foglio di carta mentre parlava Enrico Berlinguer avrebbe fatto rumore.

Rimasi affascinato da quella generazione di dirigenti che sono stati i nostri maestri. Erano capi di un partito popolare, ma costituivano un’aristocrazia politica. Nei contenuti sapevano parlare alla gente semplice, ma la forma era essenzialmente aristocratica, lo era nell’esercizio della responsabilità, nella concezione alta della politica, nella finezza delle relazioni.

Parlare con loro era una straordinaria esperienza formativa; una battuta in un colloquio diventava argomento di riflessione per i mesi successivi. Da ogni incontro veniva una lezione di rigore metodologico ed era una pedagogia severa ed esigente. Prima di andare a rapporto, di solito, facevo il giro del palazzo per chiarirmi le idee. Solo più tardi con alcuni di loro ho scoperto la tenerezza nascosta dietro quella severità.

In conclusione, ho conosciuto in gioventù tipi umani irripetibili: l’operaio saggio, il capopopolo di periferia, il dirigente di partito. Erano persone immerse nel contingente, ma non ne rimanevano mai prigioniere. C’era sempre un di più nella loro azione, un’eccedenza rispetto alla realtà, un andare oltre, un trascendere. Come lo vogliamo chiamare questo di più? Possiamo definirlo un’esperienza spirituale della politica, se non abbiamo paura di queste parole, e soprattutto se non le usiamo nel senso spiritualistico deteriore, ma come tensione tra esistenza e storia, tra vita e destino.
Dissimulazioni nel katechon
Arrivato alla soglia dei trenta anni, in un’età oggi definita giovane, avevo già vissuto come gli dei. Proprio allora cominciò la decadenza. Avevo avuto il tempo di vivere la coda del trentennio glorioso. A noi sembrava l’inizio di un mondo nuovo e invece era la fine di un ciclo storico. Poi è cominciato il secondo trentennio ed è trascorso smontando pezzo a pezzo ciò che si era costruito nel primo.

Mi sentivo come l’alpinista che scende a valle per un sentiero interminabile mantenendo sempre negli occhi la bellezza della vetta. In questa situazione la nostalgia tira come una forza di gravità, ma ho sempre cercato di non cadere. Mi ha aiutato la seconda parte del verso di Hölderlin, il di più non occorre, il prendere atto con disincanto del tempo passato e il non voler far torto a quell’epoca mantenendola in vita per forza. Mi sono trovato a svolgere l’attività politica contro vento, in un contesto storico di sconfitta e in una diffidenza militante verso lo Zeitgeist.

Ho dovuto prendere delle contromisure per tenere conto dell’asimmetria. Già all’inizio degli anni ottanta era chiaro che la politica come l’avevo conosciuta non esisteva più.
Mi spostai verso l’amministrazione e questa è stata poi la mia principale occupazione, da presidente di municipio a consigliere comunale fino a vicesindaco di Roma. Ho svolto il compito con passione, è stato in fin dei conti l’impegno più forte della mia vita pubblica. Ma l’amministrazione non è la politica. La prima si occupa delle risposte, la seconda delle domande, nel senso che le organizza come sentire comune di milioni di persone, le mette in movimento nell’azione collettiva, le trasforma in nuovi ordinamenti.

Tutte le svolte politiche hanno la forza di andare oltre la situazione data e di imporre un nuovo modo di vedere le cose. La politica è trascendente. L’amministrazione è secolare.

Questo impegno politico in contrasto con lo spirito del tempo mi ha fatto scoprire la letteratura della dissimulazione onesta, elaborata da quegli ingegni barocchi che avevano creduto alla Riforma ma si trovavano a operare ai tempi della Controriforma. Essi mantenevano il proprio credo nel foro interiore e accettavano la nuova ortodossia come verità provvisoria. Un certo razionalismo poco curioso ha dipinto tutto ciò come doppiezza; a me, invece, è sempre apparso l’atteggiamento più creativo che si possa tenere in politica. L’attributo onesta non è da sottovalutare, scarta la volgare ipocrisia e apre lo spazio per una ricerca intellettuale originale. La dissimulazione, infatti, obbliga a tenere un distanziamento rispetto al mondo e quindi a lasciare aperta un’altra prospettiva. La presa di distanza è un passo indietro per vedere meglio la cosa, il colpo d’occhio che Weber riteneva requisito essenziale del politico.
Oggi si rimprovera alla classe politica una certa distanza dalla realtà. Francamente non ho mai capito questa critica, semmai se ne può fare una esattamente contraria: di essere, cioè, troppo aderente alla volgarità dei tempi, di recepire gli istinti più bassi della società senza mai raffinarli nella formazione dello spirito pubblico.

La dissimulazione onesta è un atteggiamento katechontico volto a frenare le forze negative per trovare una misura nella trasformazione del mondo. Significa creare ordine. Questo, d’altronde, è il contributo che la politica può dare alla società, l’unico che la rende davvero indispensabile e che ne legittima la funzione.

Il vero politico agisce dentro la trasformazione, ma con la testa altrove, senza farsi incantare dalle retoriche vincenti. Stare nel secolo, senza credere alle sue illusioni. Mario Tronti mi ha insegnato il pensare estremo e agire accorto, mantenere, cioè, una radicale distanza intellettuale dal corso delle cose, muovendosi però con il realismo dei rapporti di forza.

Nella dissimulazione si esprime una peculiare geometria del politico, in posizione ortogonale rispetto alla retta dello spirito del tempo; solo così, infatti, il prodotto tra il vettore della volontà e quello della storia raggiunge il suo massimo; al contrario, diventa nullo quando essi scorrono in parallelo: verità, queste, in cui curiosamente si trovano d’accordo l’algebra vettoriale e la vita collettiva, nonché la dimensione esistenziale dell’uomo politico. Egli la paga nella forma di un’irriducibile tensione psichica, un contrasto insanabile tra il Sé e il Mondo. Per questo il vero politico è sempre una figura tragica. Gli ultimi che abbiamo avuto in Italia, Enrico Berlinguer e Aldo Moro, rivelavano già nel linguaggio questa ortogonalità esistenziale e politica, il primo dichiarando di sentirsi rivoluzionario e conservatore (un caso chiaro di tensione tra escathon e katechon) e il secondo parlando della difficile democrazia italiana. Al contrario, oggi la crisi della politica è direttamente visibile nel comico e nel tecnico.

Tuttavia, la dissimulazione onesta è anche un’attività rischiosa e instabile. L’ortogonale è sempre sul punto di cadere, se non ha una forza propria che lo sorregge. Il suo programma è forse troppo ambizioso. Grosso modo questo è successo a noi che fummo comunisti in gioventù. Dovevamo contrastare la borghesia, secondo il programma classico marxiano, o almeno prendere la bandiera che la borghesia aveva lasciato cadere, secondo il più contenuto programma amendoliano. E invece, alla fine la sinistra è rimasta intrappolata in un guscio moderno-borghese. Non ha più molto da aggiungere all’orizzonte liberale delle moderne democrazie, ne costituisce l’unico custode rimasto, poiché al contrario la cultura di destra è oggi più decisamente in contrasto con il compromesso raggiunto nel Novecento tra democrazia e capitalismo.

La modernità del populismo dipende dalla capacità di misurarsi con le dimensioni più profonde dell’uomo globalizzato: il rancore e il godimento. La destra risponde a queste pulsioni a modo suo, con messaggi rozzi e talvolta inquietanti, ma connessi allo spirito del tempo: la xenofobia, un certo sovversivismo populista, il perbenismo religioso e nel contempo l’edonismo consumistico, la promessa di una libertà senza l’Altro.

Al contrario, proprio la condizione esistenziale dell’uomo postmoderno sfugge alla sinistra, al suo linguaggio ormai disincarnato, al suo ripiegamento metodologico, al suo universalismo esangue.

Eppure la sinistra avrebbe qualcosa di meglio da dire sulle passioni. Potrebbe dare risposte più pregnanti di quelle offerte dalla destra. In fondo i sentimenti collettivi interpellano il suo mestiere più antico e ormai dimenticato, cioè la capacità di dare un orizzonte allo spaesamento, di cogliere le domande di libertà, di rappresentare i bisogni delle persone.

Non ne siamo capaci perché ci siamo imborghesiti, nessuno di noi frequenta le sorgenti della linfa popolare. Nessuno di noi conosce più la sacralità dell’azione collettiva. Nessuno di noi maneggia le energie telluriche dell’escathon e del katechon. Siamo entrati nel palazzo d’Inverno e ci siamo seduti in salotto. Nel frattempo i vecchi inquilini erano già scesi per strada a organizzare il popolo contro di noi.

Mnemosyne tra persona e politica
Il problema è trovare una relazione tra passato e futuro, tra esperienza e progetto, tra testimonianza e invenzione. Non viene per caso, è un apprendimento sia personale sia collettivo e richiede un percorso di riconoscimento.

Al punto di origine c’è l’atteggiamento spontaneo che scaturisce dalle delusioni del presente ed è la nostalghia della prima parte del verso hölderliniano. Se non ci mettiamo un’intenzione tutto conduce a rimpiangere il tempo perduto. È il luogo naturale in cui convergono passione e ragione quando hanno perduto la volontà di lottare.

Ci sono due vie per uscirne. La prima è quella rivoluzionaria che porta dalla nostalghia all’escathon e rappresenta il politico che rompe la staticità del presente, quando la volontà di un progetto supera in avanti la lentezza dei tempi. I miei maestri, i capipopolo di periferia e gli operai saggi, erano soggetti escatologici. Hanno lottato per rompere la scorza dell’ingiustizia italiana.

L’altra via è quella conservatrice e conduce dalla nostalghia al katechon rappresentando il politico che si trova a operare in una società in forte movimento, quando la spontaneità della trasformazione sociale non ha bisogno di essere sollecitata perché è già intensa di suo. In questo caso la significatività dell’azione politica si trova nel verso contrario, in ciò che trattiene di essenziale quando muta ogni cosa. È il tempo della dissimulazione onesta che abbiamo vissuto negli ultimi trenta anni.

Bisogna percorrere entrambe le vie e dimenticare il percorso per arrivare a una quarta meta che riassume e nel contempo supera tutte le stazioni precedenti. È la memoria che prende le distanze dal ripiegamento nostalgico, che medita sulle illusioni perdute nell’escathon, che fa i conti con la sconfitta patita nel katechon. Lo spazio del politico annuncia e nel contempo richiede una quarta posizione, la Mnemosyne, la dea della Memoria, la madre delle nove Muse dell’arte e del pensiero, la sorgente della poiesis.

Bisogna però resistere alla tentazione di definire deterministicamente Mnemosyne come conseguenza logica delle precedenti. Essa porta a compimento il quadrilatero del politico senza cercare connessioni logiche, né conclusioni rassicuranti dalle altre figure: significa prendersi cura della memoria senza cadere nella nostalgia, facendo esperienza delle speranze deluse e dei disincanti sconfitti.

Che bisogna passare per queste vie strette prima di accedere a un maturo esercizio della memoria è indicato dall’ultimo grande inno di Hölderlin intitolato appunto Mnemosyne. È forse una delle poesie più travagliate, frutto di diverse elaborazioni che si sovrappongono confusamente e rendono molto difficile l’interpretazione. Bisogna leggerlo in contrappunto con la lirica Alle Parche, da cui è tratto il verso commentato all’inizio, come l’alfa e l’omega del percorso hölderliniano. Il giovane autore consegnò timidamente la lirica del vissuto come gli dei al più severo critico letterario del momento, August Wilhelm Schlegel, ottenendone il primo riconoscimento ufficiale. Mnemosyne, invece, è la lirica scritta poco prima della discesa nella follia che lo terrà nella torre di Tubinga per quasi quaranta anni. È la ricerca disperata di un’impossibile serenità della memoria:

E sempre va nell’assoluto un desiderio.

Molto è però da serbare.

È necessaria la fedeltà.

Avanti però e indietro non vogliamo vedere.

Lasciarci cullare sul mare nel dondolio della barca.

Anche la nostra generazione ha conosciuto il desiderio dell’assoluto e la necessità di serbare qualcosa nel mutamento, ha sentito il dovere di testimoniare cioè una fedeltà alla storia, senza cadere in un vano oscillare avanti e indietro nel ricordo, ma cercando una misura della memoria che assomigli a un lasciarci cullare. Parla di noi il verso hölderliniano, della generazione di passaggio tra l’epoca della speranza e quella del disincanto.

Alla base dei pensieri militanti c’è un sereno apprendimento della memoria, che diventa tanto forte da non cadere nella nostalgia. Ma questo è un percorso che non si compie da soli, richiede almeno una generazione che sia disposta a intraprenderlo. I pensieri sono militanti proprio perché non bastano a loro stessi, sono rivolti a quelli di altri, sono sempre un’esperienza collettiva nella quale la dimensione esistenziale entra in una tensione creativa con la dimensione storica. In questo incontro tra persona e politica nasce un reciproco riconoscimento. Al contrario, quando il populismo schiaccia la politica sulla persona non c’è più bisogno dell’esercizio della memoria, perché ogni cosa è dominata dal presente annunciato come definitivo dal capo assoluto.

Ma perché militanti? Per quale motivo viene l’esigenza di accompagnare i pensieri con questa parola desueta? L’amo molto, quando la uso sento ancora una vibrazione nell’animo, come quando la scoprii in gioventù. Ma soprattutto quando la pronuncio mi sembra di lenire quella lacerazione sempre presente tra l’indole introversa e la passione dell’impegno, come se almeno nell’appartenenza a un destino fosse possibile una conciliazione delle divergenti sensibilità. Oggi mi piace aggiungere sono un vecchio militante. È come dire sono stato nella storia, non solo nel senso generico di aver partecipato agli eventi, ma di aver preso partito, come parte che vuole afferrare l’intero. E infine, dirsi militante significa urlare in faccia alla mediocrità dell’epoca un orgoglioso Non mi avrai. L’eredità di aver vissuto un giorno come gli dei protegge dal pericolo di abbandonarsi al conformismo. È la forza segreta del militante.

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