Cultura STAMPA

Il lamento di Serra per le generazioni sdraiate

Il breve romanzo “Gli sdraiati” ruota intorno al topos consunto dell’incomunicabilità inter-generazionale
Il lamento di Serra per le generazioni sdraiate

Il rapporto di Michele Serra con la narrativa è evidentemente faticoso, deve costargli molto e interrogarlo continuamente. Non si spiega altrimenti l’esiguità della sua produzione letteraria propriamente detta. Serra va forte sul breve, certo, e da sempre, con tutti i rischi che ne conseguono, va forte con gli sguardi in tralice e le piccole sentenze in bella calligrafia, però è indubbio che sappia raccontare.

Il ragazzo mucca, il suo romanzo d’esordio, usciva nel cuore di una stagione che sembra risalire a un’altra era geologica, con Prodi al governo e Bertinotti all’appoggio esterno, con D’Alema ad affilare le armi e Berlusconi a incassare, con un paese che non aveva ancora smarrito del tutto la fiducia in un’idea di futuro e in un’idea di sinistra che somigliassero a quelle che bene o male gli erano appartenute da molto tempo a quella parte. Era il 1997.

Nel 1989 c’era stata la raccolta di racconti Il nuovo che avanza, mentre gli altri racconti di Cerimonie cadevano a ridosso della seconda vittoria di Berlusconi, nel 2002, con il mondo impazzito e noialtri, a sinistra, che avevamo il compito facile di incazzarci contro tutto e contro tutti, Bush, il reprobo Blair, la guerra, naturalmente il Cavaliere e la perfidia della storia.

Oggi che tutto è cambiato, che tutto è impantanato, che la sinistra italiana ha un disperato bisogno di nuovi autori prima ancora che di nuovi condottieri, Serra, che in questi lustri ha recitato un ruolo importante nella costruzione di un fronte culturale, e specialmente televisivo, anti-berlusconiano non di rado incapace di uscire dal recinto di un certo auto-compiacimento, scrive un nuovo romanzo molto politico e molto intimo insieme, a cui è bene avvicinarsi tenendo conto di un’avvertenza: Gli sdraiati (Feltrinelli) è il lamento e l’esorcismo di un padre invecchiato in un momento della storia ingrato per chiunque, ma per un padre ancora di più.

La penna di Serra è brillante, come d’abitudine, l’intelligenza dei pensieri chirurgica. Il breve romanzo ruota intorno al topos consunto dell’incomunicabilità inter-generazionale, esplicitando però un dubbio feroce. E se stavolta non fosse come sempre, se stavolta si fosse prodotto uno scarto senza precedenti, un cambio di prospettiva che farà saltare tutte le regole del gioco? Se questi adolescenti bombardati da stimoli di ogni sorta, esortati al consumo insaziabile e a una stanzialità vorticosa in cui la velocità non è più spazio su tempo ma un moltiplicarsi dell’agire nello stesso spazio e nello stesso tempo, se questi figli di oggi, insomma, diventeranno una specie di uomini totalmente diversa, non per forza migliore o peggiore ma diversa, da quella frutto di una lenta evoluzione di un paio di milioni di anni in cui ci riconoscevamo fino a ieri?

Il padre parla, anzi scrive, e il figlio tace, ma forse ascolta. Serra ammette, facendolo ammettere al suo protagonista, i vizi propri di quella che lui stesso definisce una “borghesia di sinistra”, una sinistra di un’età di mezzo che non sa mai quando smettere di giudicare per cominciare a indulgere. Una sinistra rimasta a metà del guado tra le certezze di ieri e il pensiero nebulizzato di domani: chi siamo noi per dire cosa è buono e cosa è cattivo, cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è di sinistra, appunto, e cosa di destra? Il padre del romanzo di Serra sospetta che molte delle sue intenzioni siano dovute alla rassicurante miopia di chi fa una colpa alla modernità di non riuscire a capirla, ma in fondo è combattuto perché sospetta, forse ancor di più, di aver ragione lui.

E questo dubbio appartiene a molti, padri o zii o nonni o semplici adulti che assistono allo spettacolo del mondo che precipitosamente prosegue, un mondo abitato da giovani che sanno riconoscere sempre meno, questo è un dato di fatto, il gusto del prendersi cura e della lentezza, e in cui sembra difficilissimo non solo elaborare ma anche solo ipotizzare nuove utopie. Un mondo iper-connesso in cui uno vale uno e tutto vale niente, perché il diritto di comunicare è più importante del dovere di avere qualcosa da dire. Michele Serra, col suo piccolo esercizio narrativo, ci aiuta molto a riflettere, senza eccessi retorici, su questo tema cruciale. Ed è un merito non da poco.

@giovdoz

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