Cultura STAMPA

Piccola antologia politica gaberiana

Canzoni, interviste, aforismi
Piccola antologia politica gaberiana

Un’idea (1972)
Aveva tante idee, era un uomo d’avanguardia, si vestiva di nuova cultura e cambiava in ogni momento, ma quand’era nudo, era un uomo dell’Ottocento. Un concetto, un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione, se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione. Non basta avere, o ancor peggio, aderire ad un ideale, bisogna “divenire” quell’ideale, metabolizzarlo come fosse cibo che diviene sangue, sistema linfatico, bisognerebbe non concepire separazione, nessuna alterità tra corpo e mente.

L’elastico (1973)
Mi ricordo che correvo e il mio corpo mi seguiva. Era un corpo primitivo, ma la mente lo tirava. La mia mente che trascinava il mio corpo nudo: eravamo in due, fra me e me, un elastico. Era mio quel corpo umano che a fatica mi seguiva, e chiedeva di andare piano ma la mente continuava. E il mio corpo che mi sembrava così pesante come faticava, trascinato da un elastico. Dio, che senso di paura vedere il filo teso, vicino alla rottura. Non tiene più l’elastico: di colpo, fuori e dentro, lo schianto. La mia mente galleggiava in una strana dimensione. Mi ricordo con paura di una lucida visione, il mio corpo così lontano, come fosse morto, era abbandonato. Non c’era più l’elastico…

Giorgio GaberChiedo scusa se parlo di Maria (1973)
Chiedi scusa se parlo di Maria, ci sono troppe cose che sembrano più importanti. Quando dico parlare di Maria, voglio dire di una cosa che conosco bene, certamente non è un tema appassionante in un mondo così pieno di tensione. Ma è più giusto che io parli di Maria. La libertà, Maria, la rivoluzione, Maria, il Vietnam, la Cambogia. Maria, la realtà.

La libertà (1972)
Vorrei essere libero come un uomo, che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia, e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia. Che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare, e nel farsi comandare ha trovato la sua vera libertà. La libertà non è avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.

 

Il Sessantotto
Questo è il punto radicale del ‘68, quello di cui si parlerà per altri cento anni. Non ci si batteva allora per avere la propria fettina della gran torta di merda. Si esprimeva il desiderio di un modo di vita diverso da quello delle precedenti generazioni. Certo, c’erano un cumulo di velleità, c’era il figlio di papà che aderiva a “Potere operaio”, ma proprio questo era importante: quello era stufo marcio di essere stronzo come suo padre. Oggi siamo vaccinati per certe cose. La gente non vuole più mettere la propria vita al servizio dello sviluppo. Tu senti dire ai politici: creare lavoro per i disoccupati. Disoccupato dicono, e pensi a Ladri di biciclette. È diverso, è “non voglia di questa occupazione”. La maggior parte dei lavori è nociva, per chi la fa e per chi deve usarne i prodotti. Come puoi desiderarlo un lavoro nocivo?. Lo sviluppo porterà Città del Messico a 45 milioni di abitanti. Come ci vivranno quegli uomini? Male, puoi star certo. E come combattono tutto ciò le forze antagoniste? Con l’arma del moralismo. Che, invece, bada, è la forza dell’avversario, della Dc qui da noi, dal dopoguerra in poi. Che è moralista, amorale e immorale. E ti fa ballare fra le tre carte. Se allo sviluppo non contrapponi una carta giusta… se, per restare alla musica, rispondi ai Bee Gees con i canti delle mondine, sei fottuto, hai perso, viva i Bee Gees. Che infatti li trovi pure alle feste dell’“Unità”.
(Intervista a Giorgio Gaber di Gianni Riotta, 1980).

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L’appartenenza
“La canzone dell’appartenenza” è stata citata anche da don Giussani, e questo naturalmente mi ha lusingato, ci mancherebbe altro. Quello, però, che vorrei capire bene è se il mio modo di parlare di appartenenza sia lo stesso di quella di Cl. Per quanto mi riguarda, ritengo che non esista nucleo sociale, piccolo o grande che sia, che possa stare insieme se non c’è questo senso dell’appartenenza, del far parte cioè di una stessa realtà. Ebbene, non solo io credo che questa appartenenza sia necessaria per così dire socialmente, ma che sia un bisogno naturale dell’individuo. Ognuno dentro di noi ha bisogno dell’altro, perciò il poter dire “noi” cambia la dimensione del rapporto con la vita. È come il bisogno di mangiare e di bere, di vivere. C’è anche un altro modo di intendere l’appartenenza, lo so: un modo bieco, se vogliamo: l’appartenenza etnica, tribale, xenofoba – un’appartenenza ricattatoria, certo: eppure, fa sempre parte dei bisogni dell’uomo. È l’espressione negativa di un bisogno sacrosanto.
(Intervista a Giorgio Gaber di Luca Doninelli, 2002).

“Io non temo Berlusconi in sé. Temo il Berlusconi in me”.
(Giorgio Gaber, 1994)

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