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Il Gesù di Coetzee

Dal Nobel della letteratura sudafricano un nuovo prezioso romanzo con al centro un bambino rivoluzionario e immaginifico esploratore delle possibilità
Il Gesù di Coetzee

Solo un bambino può creare il mondo. E siccome la realtà, così com’è, ha molto che non va, faremmo tutti bene a fare come fanno i bambini, ogni tanto, o almeno certi bambini: guardare e pensare le cose a dispetto della convenzione, partire da zero, inventare la vita.

Il nuovo romanzo di J.M. Coetzee si fonda più o meno su un ragionamento di questo genere. Si intitola L’infanzia di Gesù (traduzione di Maria Baiocchi, Einaudi), e ci racconta un tempo posteriore che somiglia molto al nostro, ma senza averne, se non in rari casi, la complessità e la possibilità dell’eterodossia.

È un tempo che viene dopo una rottura dell’ordine delle cose, dopo una sorta di Apocalissi. Moltitudini di profughi sbarcano in una terra e in una vita nuove dove vengono accolti con benevolenza e generosità, dove tutto funziona e niente, o quasi, è concesso al sentimento o all’eccezione.

Un uomo e un bambino scendono dalla stessa nave e camminano insieme, e come tutti gli altri non hanno più memoria, giusto qualche ombra remota, anche se non è dato capire se sia per coazione o per proposito. Non sono un padre e un figlio, ma un bambino e un uomo che si prende cura di lui e vuole riconsegnarlo a sua madre. Cominciano ad avere a che fare con gente gentile e poco incline alle emozioni, finché l’uomo non incontra la donna che, lo sa, non può che essere la vera madre del bambino.

In questa terra in cui si parla spagnolo, popolata di profughi mansueti e integrati, la storia di David e di Simón si intreccia a quella di Inés, e a questo punto il romanzo diventa un romanzo filosofico.

Il bambino impara a leggere sul Don Chisciotte, e lì è la chiave: l’hidalgo visionario è lui e potremmo essere tutti noi, chi guarda i mulini a vento e vede giganti potrebbe essere nel giusto, tanto quanto chi pensa che due più due non sia per forza uguale a quattro. Il bambino mette tutto in discussione, anche le regole più elementari, stravolge il concetto di verità. Rifiuta le convenzioni, per certi versi rifiuta la società. È un rivoluzionario – ecco perché il bambino è Gesù – e un immaginifico esploratore delle possibilità.

Coetzee, forte di una lingua essenziale, luminosa, ha scritto un romanzo di grandi ambizioni. Vuole dirci tutto in una volta, vuole spiegarci quanto sia difficile dare un senso compiuto alle cose, tenere il punto, costruire o aderire a un’etica. Partendo da zero, parrebbe suggerire l’autore sudafricano, si può arrivare dappertutto e in qualsiasi modo. L’infanzia di Gesù non è esattamente un apologo relativista, eppure offre spunti in grado di condurre in ogni direzione. È un grande romanzo. Prezioso, da leggere con calma, e da non dimenticare.

@giovdoz

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