17 dicembre 2013

È la stessa constituency che ha votato Bersani

Elettori mai così vecchi e regioni rosse: il voto dell'8 dicembre non è stata una rivoluzione

Un elettorato piuttosto anziano, costituito per un terzo da pensionati, oltre che da persone abbastanza istruite. È questa, in estrema sintesi, la fotografia sul piano socio-anagrafico dei selettori delle primarie Pd di domenica 8 dicembre. E qui subito un tema balza all’attenzione. Nonostante sin dal 2010 Renzi avesse posto al centro della sua proposta il tema del ricambio generazionale, proprio nel momento in cui viene eletto segretario del Pd, quel ricambio, quanto meno dal punto di vista elettorale, appare molto lontano. Non disponiamo ancora dei dati relativi alla composizione della nuova Assemblea nazionale, che abbiamo raccolto con un sondaggio fra i delegati a Milano domenica scorsa, e dei quali torneremo a parlare a breve. E quindi non siamo in grado, qui e ora, di dire se almeno nel gruppo dirigente e nei quadri attivi del partito la strategia della rottamazione abbia prodotto effetti concreti. Tuttavia una cosa è certa: i più importanti sostenitori del Pd, cioè coloro che solo due domeniche fa hanno assicurato quasi tre milioni di voti nei gazebo, non danno certo l’idea di un elettorato rinnovato dall’ingresso di persone più giovani e attive.

Il 56% dei selettori di Renzi ha un’età superiore ai 55 anni. Così come del resto i selettori di Cuperlo. Fa invece la differenza Civati, i cui supporter sono in larga maggioranza (61%) al di sotto dei 55 anni. Anche dal punto di vista professionale non vi sono grandi novità. Consistente resta infatti la percentuale di pensionati (34%); un po’ meno fra i sostenitori di Renzi (36%), un po’ di più fra quelli di Cuperlo (39%) e, ancora una volta, significativamente inferiori fra le fila di Civati (22%). Anche se il voto dell’8 dicembre è in assoluto quello che ha mobilitato più pensionati, rispetto sia alle primarie del Pd (2007 e 2009) sia a quelle di coalizione dello scorso anno, che alle elezioni politiche di marzo.

Diminuiscono, invece, i giovani (cioè i selettori fra i 16 e i 24 anni) e gli studenti. In particolare, il voto giovanile alle primarie di due settimane fa è il minimo storico fra le primarie Pd 2007 e 2009, le primarie di coalizione 2012 e le politiche 2013. Il dato sugli studenti segue un andamento simile, anche se in questo caso il minimo si tocca nell’elettorato Pd delle elezioni politiche di marzo, ovviamente anche perché in quella occasione non avevano diritto di voto i minorenni.

Relativamente costante, nel corso del tempo, è l’andamento dal punto di vista del titolo di studio, con una prevalenza di diplomati e laureati, che trova una parziale eccezione nell’elettorato delle politiche del marzo scorso, la cui ovvia estensione rispetto al selettorato delle primarie è motivo di un aumento delle persone con licenza elementare e media, a fronte di una diminuzione di diplomati e laureati.

Se a ciò si aggiunge il fatto che Renzi, nelle primarie di due settimane fa, ha realizzato le sue performance migliori nelle cosiddette “regioni rosse”  (Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Marche), risulta chiaro come dietro al successo del sindaco di Firenze vi sia il sostegno della stessa constituency  generazionale, tradizionalmente di sinistra, che negli anni passati aveva dato il proprio consenso prima a Veltroni e poi a Bersani. L’impresa di Renzi, dunque, è soltanto all’inizio. E nel momento in cui si spengono i riflettori sulla sua brillante affermazione nelle primarie Pd, prende il via il lungo, defatigante, impegnativo lavoro per la trasformazione di un partito che nella sua essenza più profonda resta eguale a se stesso.

@lmfasano66

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  • giorgio calati

    ancora occuparsi delle primarie…che tristezza , roba da vecchi

  • Enrico Righetti

    OT, ma defatigante vuol dire il contrario di quello che viene inteso qui.