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Il femminicidio e il sessismo benevolo

Perché il frame utilizzato finora per comunicare la lotta contro la violenza di genere non è quello giusto, osserva Christian Raimo. Un saggio sui maschi e la lezione del femminismo
Il femminicidio e il sessismo benevolo

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. Termini come stalking, femminicidio sono parole che oggi conoscono anche i ragazzini di dieci anni. I cartelloni sei per tre, le fiancate degli autobus anche negli ultimi mesi hanno ospitato una serie di campagne pubblicitarie, istituzionali, progresso, commerciali con al centro la questione.

Questa, per esempio, è la campagna del giornale L’Unità.

1

I sette claim sono:

- Se il tuo sogno d’amore finisce a botte, svegliati!
- Gli schiaffi sono schiaffi, scambiarli per amore può farti molto male.
- Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
- Un compagno violento non ti accompagna nella vita. Al massimo all’ospedale.
- Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato.
- Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia.
- Sai già che picchia. Quando picchia alla porta non aprire.

 

Questa è quella promossa da una Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna:

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Questa è la campagna intitolata “Punto su di te” da Pubblicità Progresso che ha piazzato in giro per strada dei cartelloni con dei fumetti parlanti a metà per vedere se qualcuno ci scriveva qualche insulto, ed è successo.

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Ma hanno pensato di fare una campagna apposta anche marchi di abbigliamento di Coconuda.

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E Yamamay:

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L’impressione che questa ondata di comunicazione trasmette è che si sia abbastanza conformato un messaggio e un linguaggio comune sulla questione: forse efficace perché semplice, o forse molto condivisibile perché semplificato. Di questo discorso sono protagonisti donne vittime e uomini violenti, o donne che dovrebbero denunciare e uomini buoni che sanno dare l’esempio. Non si parla di educazione; sostituita dalla denuncia. E si coccola questo pseudo-concetto molto moderno che si chiama “sensibilizzazione”, che sta a voler dire un po’ qualunque cosa. La violenza di genere in tutti i casi è vista come una sorta di malattia sociale da stigmatizzare socialmente per criminalizzarla. Nessuna parte di questo discorso prevede che tra uomini violenti e uomini buoni possa esistere una casistica più ampia; nessuna parte di questo discorso affronta la questione in senso culturale; nessuna parte di questo discorso prova a problematizzare la questione della violenza tout-court e della violenza di genere in particolare. Vorrei tentare di fare queste tre cose.

1.

È piuttosto deludente se non deprimente come una parte del nuovo femminismo, o meglio della ricezione nei media del nuovo femminismo, abbia di fatto ristretto una visione politica complessa a una mera “questione femminile”. Nel meno peggiore dei casi le donne vengono convocate a discutere di maternità, relazioni, crisi della famiglia…; nel peggiore vengono chiamate in causa come vittime di una società maschilista: persone da aiutare. Se è vero che nell’ultimo Parlamento, nelle giunte locali delle ultime elezioni, la componente femminile è leggermente maggiore delle precedenti legislature, è vero anche la prospettiva femminista è quasi completamente assente – ridotta appunto a una militanza testimoniale, da comunità ginocratica, genetica più che di genere, chiamata in causa al massimo per i femminicidi e simili.

La novità che invece rappresentò il femminismo negli anni Settanta fu quella di ripensare una grammatica politica a partire da una rilettura della polis nel privato. Come sottolinea Lea Melandri in Amore e violenza, è chiaro che quella rivoluzione pacifica che è stato il femminismo nutriva (ed era nutrita da) altre correnti parallele: il movimento non-autoritario, l’ecologismo, la riflessione sulla biopolitica… Se ci si dimentica, o si rimuove, tutto questo, l’idea di femminismo che ci resta è quella di un momento di rivendicazione, al massimo di emancipazione, non certo di liberazione: una stagione, se vogliamo essere benevoli – in cui le nostre mamme o le nostre nonne facevano casino. Il pensiero della differenza, l’autocoscienza, i collettivi… gli strumenti politici rivoluzionari del femminismo rimangono nei documentari musealizzanti; la condizione di minorità, di debolezza, sembra invece sempre attuale.

Questo sedicente e presunto femminismo che considera le donne solo come vittime – lo dico da maschio che invece viene messo in crisi in ciò che ha di più caro (la sua presunta superiorità, la sua presunzione intellettuale) da una Carla Lonzi o una Susan Faludi e non dalle battaglie rivendicative – è penoso, inutile, e politicamente regressivo.

Per esempio. L’immagine che nelle campagne dell’Unità e di Noino.org si hanno dei maschi sono duplici e false: in un caso hanno la faccia sbarrata dei killer potenziali, nell’altro la versione bonaria degli uomini buoni, protettivi, “migliori”. È un’idea del maschile riduttiva, inservibile, che una pratica femminista non può che contestare. E in questi mesi ha anche provato a farlo, criticando l’impostazione emergenziale; ma rimanendo di fatto perplessa di fronte all’attenzione mediatica: avere finalmente l’occhio di bue puntato su questi temi sarà buono o sarà controproducente?

Gli assenti ancora una volta, purtroppo viene da dire, sono stati gli uomini. Non sono mancati interventi pubblici, anche in luoghi importanti, ma la maggior parte di questi discorsi dei maschi, pur nella loro acutezza, mancano spesso dell’elemento essenziale che sarebbe utile per un dialogo: il partire da sé. Ossia: non tanto porsi il problema della violenza di genere, non tanto criticare i modelli di maschilismo invalsi, non tanto raccontare quando fummo colpevolmente cauti da non stare dalla parte delle donne vittime, quanto provare a esplorare la propria educazione sentimentale e sessuale maschile, la propria tensione verso la violenza, la propria somiglianza di genere rispetto ai questi incredibili bruti.

È possibile che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa?

Perché questo è lo stato emotivo del tempo in cui viviamo; non un altro, non un’astratta utopia di maschi consapevoli e donne liberate – ma forse nemmeno un disastro apocalittico e irredimibile. La disfunzionalità – in fondo ci facciamo i conti tutti i giorni nei nostri rapporti – è quasi la norma.

Sapete un luogo della rete dove è visibile in modo argentino questa enorme difficoltà relazionale? I siti di seduzione. Andate a farvi un giro su internet e scoprirete in mezzo ai centinaia di blog chiamati imparaasedurla.it, comericonquistarelatuaex.it, comeritrovarelamore.it, una gigantesca quantità di dolore e di frustrazione, dove sedicenti esperti autobattezzatisi roba tipo Mr.Seduzione distribuiscono consigli a tamburo battente e cercano di improvvisare strategie di comportamento fatte di buon senso e tecniche manipolatorie. Chi sono gli uomini che affollano queste discussioni? Un’altra razza? Ci potremmo sedere a un bar con loro? Ci potremmo insegnare l’un l’altro qualcosa? Ci sentiremmo meno soli nei nostri dissesti sentimentali?

2.

Nel 2007 uscì un libro editorialmente sfortunato, verrebbe da dire. Lo scrisse Daniela Danna, lo pubblicò Eleuthera, s’intitolava Ginocidio. Aveva come suo obiettivo esplicito quello di provare a inserire questo neologismo, “ginocidio”, nel dibattito pubblico, in un momento in cui i casi di assassini di donne erano relegati in qualche sporadico trafiletto di cronaca locale. Aveva scelto male il momento e il titolo, ma aveva azzeccato molte altre cose. Ossia aveva capito che la questione della violenza di genere andava esplorata con un’ottica disciplinare e non giornalistica. Se i legislatori che hanno formulato la brutta legge sul femminicidio o i pubblicitari che hanno ideato le discutibili campagne anti-violenza avessero letto il libro della Danna avrebbero fatto propria forse una prospettiva più laica, o quantomeno più problematica. Si sarebbero chiesti come e perché si manifesta la violenza contro le donne e non si sarebbero precipitosamente affannati a cercare di dare una risposta legislativa, mediatica, all’ansia del momento.

Nella parte iniziale del libro Danna, sociologa dell’Università di Milano, insiste su un punto preliminare, linguistico. Circoscrive meritoriamente il campo in modo da dare legittimità e non solo attenzione al discorso che le interessa: si chiede di cosa parliamo quando parliamo di violenza di genere.

“Per valutare la posizione delle donne con un metro oggettivo, senza farsi trarre in inganno dall’acquiescenza di coloro che sono totalmente schiacciate da un potere maschile e tradizionale da aver rinunciato persino a una posizione migliore, la filosofa statunitense Martha Nussbaum ha applicato ai rapporti tra i sessi l’approccio basato sulle ‘capacità’ di Amartya Sen. Sen riconosce il problema dell’adattività delle preferenze, cioè del fatto che normalmente si esercita la facoltà di scelta solo tra gli obiettivi che sono effettivamente raggiungibili, e dunque la scelta non è un buon criterio per giudicare la volontarietà di un’azione. […] È solo nel momento in cui si intravede un’alternativa che il comportamento violento, fino ad allora subito, diventa inaccettabile e viene finalmente nominato come tale. A volte è sufficiente una pausa di riflessione, un confronto con persone che provengono da un ambiente diverso, una convalida della propria percezione di ingiustizia: ‘Mio marito mi picchia, viene a letto con me quando non voglio e io devo obbedire. Prima di venire intervistata non ci pensavo veramente. Pensavo che fosse naturale. Per un marito questo è il giusto modo di comportarsi’, ha dichiarato una donna senegalese nell’ambito di un’inchiesta dell’Organizzazione mondiale per la Sanità”.

Notare le differenze: se qui il focus è l’educazione alla consapevolezza e all’autonomia, il messaggio che passa dalla legge o dalle campagne mediatiche è che “intravedere un’alternativa” pare significhi individuare modelli alternativi di relazione, ma criminalizzare alcune persone e frequentarne altre. Emargina i cattivi: non una grande idea da un punto di vista politico. E tra l’altro, senza volerlo, questa soluzione marginalizzante comporta una specie di rimozione classista rispetto alle questioni di genere. Le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere: che hanno un’istruzione adeguata, la cui condizione socio-economica consente l’indipendenza da un uomo, che possono decidere di lasciare la casa dove vivono con il compagno violento. Ossia: il messaggio che passa nella denuncia del femminicidio riguarda soltanto una parte piccola di donne che riescono realizzare concretamente una messa a distanza o almeno a porsi l’idea di un’alternativa reale, altrimenti – questo è chiaro – io donna nemmeno sono capace di vederla questa violenza, mi rimane fantomatica.

Nel momento in cui l’“alternativa” è soltanto la denuncia e lo stigma sociale, la responsabilità collettiva è come se avesse dichiarato forfait. La politica si è lavata le mani dando i soldi a qualche pubblicità progresso o a qualche reading con attori impegnati.

Insomma la verità è che sembra funzionare rispetto all’intera questione una sorta di doppio legame: le femministe, per vedere riconosciuto il valore di certe battaglie, è come se dovessero disconoscere il proprio metodo. Un femminismo light, analcolico.

Per questo è molto più interessante invece di agire sui sintomi, indagare e agire sulle cause della violenza di genere. Il fiume di libri testimonali usciti nell’ultimo anno sulle donne uccise (da Amorosi assassini a Ferite a morte) finisce con il lasciare inevasa l’indagine sul contesto culturale che alimenta il sessismo fino a trasformarlo anche in violenza e alle volte addirittura in omicidio.

“Maschilismo”, come “femminismo” del resto, è nel linguaggio quotidiano una parola piuttosto vuota, associata in genere a un atteggiamento, a un vezzo più che a una cultura. Lo shock che procurano le cronache dei casi di femminicidi rischia di esaurire emotivamente la nostra capacità di, come si dice, “sensibilizzazione al tema”, senza farci porre nemmeno la curiosità su come sia sfaccettata, personalizzata verrebbe da dire, l’espressione sociale del maschilismo. Chiara Volpato ci ha scritto un libro uscito a giugno 2013 che s’intitola Psicosociologia del maschilismo (Laterza) ed è molto utile per chi voglia farsi un’idea sullo stato dell’arte degli studi in merito invece di peccare di ingenuità in cattiva o in buona fede.

Si imparano molte cose leggendo questo libretto, alcune sono talmente autoevidenti che per un maschio come me fa sempre un certo effetto riconoscere che certe ovvietà non sono, da un punto di vista della percezione sociale, nient’affatto ovvie appunto.

Una è per esempio che il privilegio maschile sembra consistere proprio nel non aver bisogno di pensare in termini di genere, al contrario di quanto succede alle donne: questo è quello che sosteneva Georg Simmel nel 1911 e che si può dire riconfermato nello studio cardinale di Pierre Bourdieu Il dominio maschile datato 1998 (a proposito, quanti intellettuali maschi che conosco hanno letto questo libro di Bourdieu?). Gli uomini non si pongono il problema del genere, anzi spesso – come dire – cercano di contrastare la stessa tematizzazione del genere, tentano di opacizzare la messa in questione. Il modo recente in cui il maschilismo si mostra è una specie di “maschilismo di ritorno”. Le analisi di Susan Faludi, i due libri Backlash e Il sesso nel terrore, sono stati poco fortunati in Italia, editorialmente parlando, forse perché anticipavano parlando degli Stati Uniti un fenomeno che qui da noi ci avrebbe messo un decennio a arrivare. Non è un caso che l’ondata di femminicidi abbia conquistato attenzione con l’esplodere della crisi economica: di fronte all’emergere di fragilità economiche, sociali, politiche, una risposta automatica che vediamo ogni volta all’opera è una “rimascolinizzazione risentita”. Mettete a confronto gli slogan e le modalità di lotta politica del movimento dei forconi, per dire, e quello dei padri separati: una deflagrazione di una rabbia scomposta, vittimistica. La non-familiarità decennale con la dialettica politica o relazionale fa emergere un conflitto che ovviamente contiene in sé un desiderio di confronto. Ma che – beffa e paradosso – non viene accolto proprio perché si presenta come puro sfogo, risentimento, nostalgia di un potere e di un vigore perduto.

La maggior parte dei maschi – e questa è la tragedia sociale più grave – non ha modelli maschili utili, plastici per un mondo che cambia, spesso non ha capacità di adattamento, di confronto con una qualunque crisi se non forme di backlash appunto – recupero dell’aggressività –, evocazioni di “uomini forti”, irrigidimento. E anche quando si accorge che i modelli maschili che ha a portata di mano sono inservibili, non sa come disfarsene né come sostituirli. Facciamo un esempio senza volare alto: prendiamo un rapporto di coppia che finisce. Beverly Fehr o Germain Dulac – citate da Volpato – mostrano come di fronte all’elaborazione di un lutto sentimentale, gli uomini sanno dare meno sostegno delle donne e in generale sono meno preparati dal punto di vista dell’intelligenza emotiva a superare la fine di una storia, o ad aiutare chi finisce una storia. Ecco che spesso, lo sappiamo bene come non solo tra i sessantenni, le depressioni maschili gravi nascono da un abbandono da cui anche a trent’anni non ci si riesce più a riprendere. Quanti miei coetanei, lasciati, ho visto chiudersi su se stessi, perdere il lavoro, tornare a casa dei genitori, cominciare a essere dipendenti dagli psicofarmaci…

È evidente che allora parlare di maschilismo vorrà dire indagare le fragilità della condizione maschile più che l’espressione della violenza, che di quella fragilità è un esito spesso tragico. Come d’altro canto è anche evidente – e Volpato in questo è molto onesta – che la condizione di debolezza sociale delle donne è sfuggente, vaporosa. Le pagine più istruttive di Psicosociologia del maschilismo sono proprio quelle che riguardano una forma di sessismo nascosta dalle cronache sui femminicidi, quella che si manifesta come maschilismo benevolo – che propone alle donne di identificarsi con un’immagine positiva ma subalterna – e che riesce a trovare nelle donne delle alleate, in una collusione molto significativa: “Come si è visto nelle ricerche cross-culturali, oggi nella maggior parte dei contesti le donne respingono il sessismo ostile, ma accettano quello benevolo, che non sempre riconoscono come una forma di pregiudizio; s’illudono, inoltre, spesso che i due tipi di sessismo non possano coesistere nella stessa persona e tendono a apprezzare gli uomini che incarnano la modalità benevola; li trovano piacevoli romantici, sessualmente attraenti, incentivandoli così a continuare sulla loro strada”.

Il sessismo benevolo è un sostituto a buon mercato del sessismo ostile. E spesso nei dibattiti tra uomini e donne, in forme ingenue, spesso in buona fede, non viene percepito nemmeno come sessismo.

Volpato accosta item di sessismo ostile e item di sessismo benevolo, solo per farci vedere come i primi siano per la maggior parte di noi irricevibili, mentre rispetto ai secondi possiamo avere un atteggiamento ambivalente.

Gli ostili: “Quello che le femministe vogliono veramente è che le donne abbiano più potere degli uomini”; “È tipico delle donne lamentarsi di essere discriminate, quando perdono in una competizione corretta con gli uomini”; “Molte donne provano piacere a provocare gli uomini mostrandosi sessualmente disponibili e rifiutando poi i loro approcci”.

I benevoli: “Nelle calamità le donne dovrebbero essere salvate prima degli uomini”; “Molte donne hanno doti di purezza che pochi uomini posseggono”; “Ogni uomo dovrebbe avere una donna da adorare”.

Il sessismo benevolo si innesta e a sua volte alimenta su un pregiudizio molto difficile da destrutturare. Un paio di anni fa in una classe provai a articolare un dibattito proprio su queste tematiche: chiesi se riscontravano nel loro privato delle disparità di condizione tra uomini e donne. Uno dei ragazzi più intelligenti e impegnati politicamente mi rispose che è vero che sua madre lavorava il decuplo di suo padre per le faccende domestiche e di fatto rinunciava a buona parte del suo tempo per lavare panni, stirare, pulire la camera del figlio, ma evidentemente, secondo lui, adorava farlo. Se le ragazze della classe protestarono di fronte all’ingenuità di questa interpretazione, la maggior parte dei ragazzi era completamente d’accordo.

“In fondo subordinazione e affetto non sono affatto mutualmente esclusivi, anzi sono spesso collegati, dato l’interesse dei gruppi dominanti a concedere ai subordinati gratificazioni paternalistiche come ricompensa per l’accettazione del posto loro assegnato nella gerarchia sociale. Secondo Pierre Bordieu, una delle doti più apprezzate nella psicologia femminile, l’intuizione, è collegata al secolare stato di sottomissione delle donne, dato che ha la funzione di stimolare l’attenzione e la vigilanza per prevenire i desideri maschili e anticipare eventuali disaccordi”, sempre Volpato.

Ragionare di sessismo benevolo mi mette molto più in crisi che ragionare di sessismo violento. Credo sia raro, anche se come sappiamo reale, che la maggior parte dei maschi, mettiamo i maschi che leggano quest’articolo abbiano dei comportamenti di esplicito maschilismo ostile o di violenza contro le donne; ma è molto probabile che ne abbiano di sessismo benevolo. O per quello che riguarda me almeno è così. Ciò che mi colpisce ancora più nel profondo, devo ammetterlo, è che la tendenza a fantasticare o praticare delle forme di violenza contro una donna mi viene in mente proprio quando il sessismo benevolo non funziona più.

Mettiamo: devo fare pace con una donna con cui ho litigato, le scrivo una lettera piena di complimenti adoranti, non ottengo immediatamente l’effetto voluto, le piombo a casa e le faccio una scenata aggressiva. Sono il solo che potrei comportarmi così?

Qual è il brodo culturale in cui si genera quest’idealizzazione della figura femminile (il cosiddetto women wonderful effect) che implica un’intrinseca dichiarazione di debolezza? Quand’è che noi maschi cominciamo a pensare che le donne siano meravigliose soprattutto quando sono dipendenti da noi? Da piccoli? Da adolescenti? Quando diventiamo adulti?

Ancora una volta il modo migliore per approcciarsi alle questioni di genere è fare dei passi indietro: parlare di femminicidio ci porta a parlare di cultura maschilista, parlare di cultura maschilista ci porta, speriamo, a parlare di educazione. Nella utilissima bibliografia del libro di Volpato uno dei suggerimenti che va colto è il testo di Patrizia Romito e Caterina Grego edito da XL Edizioni che s’intitola Madri (femministe) e figli (maschi). Romito e Grego hanno un metodo molto pragmatico, quasi manualistico, nell’affrontare la questione; ma proprio per questo riescono a mostrare in maniera assai persuasiva quanto in Italia sia difficile per le madri trasmettere un modello educativo di maschile alternativo a quello veicolato da suoceri, partner, nonni, spesso anche maestre/i e professori/esse: in genere isolate e delegittimate, queste madri vengono viste come rompipalle, fissate, etc… Se ce ne fosse bisogno, l’ulteriore conferma di quanto il femminismo sarebbe una grande occasione per l’Italia di rinnovamento politico dal basso.

3.

La violenza, dicevamo, però.

“Un regime che riconosce la propria violenza potrebbe avere in sé una maggiore e più autentica umanità”: questa è una frase di Marcel Merleau-Ponty che mi tornava in testa mentre leggevo i libri, gli articoli che in questi ultimi mesi hanno discusso di violenza di genere.

Facciamo il punto. In mezzo ai tanti meriti del libro di Volpato ci sono anche però alcuni limiti, e sono quelli che riguardano l’esiguità delle volte per cui accanto all’approccio femminista vengono considerate anche altre interpretazioni di fenomeni sociali. Se dunque la lettura femminista della nostra società italiana è merce talmente rara che Psicosociologia del maschilismo illumina in modo impressionante molte sclerosi del nostro sguardo e trova sempre una angolazione verticale, proprio dal punto di vista prospettico mostra una debolezza per quello che concerne la questione della violenza, scrivendo per esempio pagine stizzite sulla mancata ribellione delle donne nell’epoca di Berlusconi e Bossi che risultano moraliste, parziali, riduttive.

È un refrain al quale ci siamo abituati da anni a questa parte, quello di considerare l’oggettificazione femminile una specie di premessa automatica alla violenza. Il famoso mini-documentario di Zanardo Il corpo delle donne ha avuto, suo malgrado, la responsabilità di questa semplificazione. L’otto marzo scorso so di molte scuole dove colleghe di buona volontà lo proiettavano come antidoto autosufficiente a esaurire la discussione. Questo non è un passo in avanti secondo me, ma la costruzione di un alibi educativo.

Perché la questione come sappiamo però è più aperta che chiusa. E per un motivo semplice, che qualunque femminista sa riconoscere. Il femminismo nasce proprio come apertura ermeneutica, dialoga con le letture marxiste, strutturaliste, fenomenologiche, psicanalitiche, antropologiche, e quindi diffida da un approccio esclusivista.

Riapriamo i giochi allora nel discutere di violenza di genere. Diamo per assodata la nostra povertà di consapevolezza sulla cultura maschilista, e focalizziamoci sulla questione della violenza tout-court. Detto in altri termini: qual è la caratteristica fondamentale della violenza di genere che viene celata proprio se noi guardiamo soltanto quel “di genere”?

Riprendiamo in mano per esempio il libro di Danna. Nel secondo e nel terzo capitolo di Ginocidio vengono passati in rassegna gli studi sui popoli dove non esiste la violenza di genere. “Un popolo in cui i mariti non picchiano mai le mogli è quello dei Wape di Papua-Nuova Guinea. I Wape sono orticolturi che vivono in montagna nella foresta tropicale, tagliando e bruciando la vegetazione per seminare sul terreno concimato dalla cenere. La loro vita sociale richiede il controllo delle emozioni, specialmente di quelle che possono sfociare nella violenza, come aggressività e la gelosia. […] Alla valorizzazione dell’interazione pacifica si unisce un altro tratto per noi estremamente interessante: le differenze di genere, espresse dall’abbigliamento e dalla divisione del lavoro, non polarizzano i sessi. Nelle società dove la violenza ginocida è meno diffusa si cerca di minimizzare le differenze sessuali invece di accentuarle”. È così? Danna inanella poi altri esempi che smentiscono quello dei Wape, lasciando efficacemente aperti questi interrogativi.

Ora, proprio per questo metodo pervicacemente problematico, mentre leggevo Ginocidio, mi sono reso conto che è come se avessi respirato dopo aver trattenuto il fiato per molto tempo. La sensazione di soffocamento rispetto a questi tempi è per me dovuta essenzialmente a due ragioni. La prima è che le risposte semplici mi lasciano sempre perplesso.

La seconda è un senso di colpa che potrei esprimere in questo modo: sono d’accordo che la violenza è male, so riconoscere che la mia educazione e il contesto sociale in cui vivo mi hanno incoraggiato a essere indulgente con questo approccio sessista, so che c’è in me una forma di tensione alla violenza di genere che per fortuna non esplode, ma ora? cosa posso fare? riprogrammarmi? sperare di non dare mai corpo alle tendenze violente che covano nella mia psiche? insomma cosa ne faccio della violenza?

Ecco, quello che non mi convince in libri per altri versi molto utili come Io vi maledico di Concita De Gregorio o Il rancore di Aldo Bonomi o di molti altri testi che in questi anni si sono occupati di un’emergenza di una violenza invisibile, vischiosa, atomizzata, è quello di essersi fermati a metà del guado. Dopo aver individuato una forma di nevrosi sociale italiana, quella per cui il Nostro tra forconi e omicidi domestici è diventato il Paese del Risentimento, non hanno spinto fino in fondo l’analisi sulla violenza.

Cosa c’è di sostanzialmente specifico in questi atti di violenza organica, implosa, trasversale, diffusa, di cui i femminicidi sono il simbolo più feroce?

Anche qui forse è utile tentare una forma di indagine più allargata. Partiamo dagli studi che trattino millenni di evoluzione umana. Partiamo dalla prospettiva iperlaica di un bellissimo saggio uscito l’anno scorso e già introvabile nelle librerie che è Il declino della violenza di Steven Pinker. Con una gigantesca mole di dati e studi alla mano, Pinker contesta felicemente qualunque apocalittico che sbandieri una nostalgia di un passato mitico in cui c’era meno violenza che nella nostra epoca. Oggi, nel 2013, e direi dovunque sul pianeta Terra, siamo meno violenti che in passato, abbiamo sviluppato forme di razionalità ed empatia che ci sono cognitivamente familiari anche semplicemente perché abbiamo una grande facilità di conoscenza di culture differenti.

Se quindi Pinker mi dà manforte quando penso che l’allarmismo è sempre una cattiva interpretazione quando si parla di violenza, è innegabile che però mi sento chiamato a tentare qualche strada per capire quali sono le motivazioni che spingono ad esempio a atti tipo quello dell’omicidio della badante Svetlana da parte del marito Nicolae, ultimo in ordine di tempo nel rosario delle stragi domestiche di questo 2013.

Abbiamo detto la cultura maschilista certo; il sessismo diffuso, organico, è vero. Ma c’è qualcos’altro, che riguarda i nostri tempi. Occorre a questo punto incamerare e incrociare varie teorie sulla violenza per provare a ipotizzare un’eziologia. Bisogna studiare, confrontarsi, bisogna rileggersi Renè Girard (La violenza e il sacro, Delle cose nascoste fin dalla fine del mondo…), bisogna leggersi il meraviglioso Come un’onda che sale e che scende, l’opus magnum di William Vollman meritoriamente pubblicato da Mondadori in edizione ridotta ma non più ristampata, bisogna attraversare le riflessioni di Foucault e dei suoi studiosi, Judith Butler in primis; bisogna rispolverare un’ottica marxiana su un’interpretazione per classi della società (certo difficili da riconoscere all’epoca delle partite Iva)… Bisogna insomma provare a capire teoricamente come si esercita il potere violento e cosa genere le esplosioni di violenza. Altrimenti la nostra reazione alla violenza che viene sarà al massimo una sana indignazione: ogni volta, di fronte all’ennesima donna massacrata, rimarremmo scioccati ma inermi.

Ed infine: una tesi – embrionale, beninteso – io ce l’ho. E la ricavo dai libri di un altro sociologo la cui lettura mi è stata fruttuosissima in questi ultimi anni: Richard Sennett. A cominciare da Usi del disordine pubblicato da Costa & Nolan e mai più ristampato, passando per il quasi-irreperibile Declino dell’uomo pubblico fino al fuori-commercio Sulla violenza, Sennett mi ha ogni volta stupito per la capacità di connettere trasformazioni politico-sociali e trasformazioni psichiche di massa. La lettura che anche due studiosi importanti come Lea Melandri e Stefano Laffi fanno dei testi di Sennett induce a un’ipotesi sulla violenza quotidiana che ha a che fare sostanzialmente con un difetto politico. Due fattori convergenti: il primo è lo spostamento dei conflitti dal pubblico al privato, il secondo è la progressiva incapacità di simbolizzare la rabbia e i conflitti. In definitiva un doppio fallimento, sul piano pratico e su quello linguistico. I conflitti non avvengono più in piazza, non trovano più legittimazione nelle forme pubbliche, nelle relazioni professionali, sociali, e implodono nelle mura domestiche; dall’altra parte sindacati, partiti, movimenti palesano un deficit di rappresentanza che non va ridotta a un privilegio di Casta, ma è soprattutto un’incapacità di elaborazione, non trovano le parole, né le idee. I politici oggi fanno da cassa di risonanza o da sordina, soffiano sul fuoco o buttano acqua sulle emozioni conflittuali, rabbiose, sul risentimento, per gonfiarlo o sgonfiarlo, ma soprattutto per autolegittimarsi.

E così – proviamo a chiudere il cerchio – è accaduto e accade anche con il femminicidio. Poteva essere, potrebbe essere, una grande occasione sfruttare quest’attenzione sociale, mediatica, per ragionare sulle debolezze di una politica frettolosa, ansiogena, poco formata, attenta all’impatto della propria immagine e mai disposta a consentirsi riflessioni di largo respiro. Chissà se sarà così.

In questo senso il femminismo ha ancora molto da insegnarci.

@christianraimo

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  • Paolo Scatolini

    io però non darei per scontato che ogni uomo (intellettuale o meno) abbia mandato mail ossessive o fatto stalking a una ex, alcuni uomini (e non solo uomini) si comportano così, altri no.
    E credo che di per sè essere ancora innamorati dell’ex e voler tornare con lui/lei non sia “sessismo benevolo” nè una cosa che necessariamente porta alla violenza, è qualcosa di umano, dipende da come lo vivi. Anche voler proteggere (senza opprimere, se c’è oppressione non c’è amore) non è sessismo, in un rapporto d’amore cii si protegge a vicenda.
    Sulla questione più in generale della violenza dirò banalmente che essa e più in esteso l’aggressività fa parte di noi, uomini e donne, non va negata o esorcizzata ma incanalata, gestita affinchè non esploda incontrollata.
    Infine respingo il legame tra femminicidio e amore: chi uccide la ex solo perchè non l’ha lasciato non l’ha mai amata (anche se pensa il contrario), è un uomo che non sa amare, non sa o non vuole elaborare e gestire le sue frustrazioni ma la responsabilità di ciò è sua ed è sua se la gelosia diventa ossessiva: un rapporto d’amore si basa sì sulla passione ma anche sulla fiducia reciproca che tiene a bada l’eventuale gelosia

    • Paolo Scatolini

      e non è vero che affetto e subordinazione coincidano sempre

    • Paolo Scatolini

      anche scrivere una lettera piena di complimenti (sinceri) ad una donna o ad un uomo con cui si vuole far pace non è sessista..pensare che lei debba per forza far pace con te come atto dovuto lo è. Quanto a ciò che una donna trova attraente in un uomo ha il diritto di trovare attraente quello che vuole stesso discorso per l’uomo nei confronti della donna

  • Giuseppe Maria Greco

    L’unica strada per affrontare l’argomento delle relazioni problematiche tra i generi è quello di superare l’atteggiamento “concorrenziale”, che trova forse la sua origine nel non adattamento di quelle relazioni al mutare dell’organizzazione sociale. La permanenza delle donne nel ruolo di vittime, confermato dalla permanenza in uso del termine mediatico “femminicidio”, non fa che mantenerle in quel ruolo. Come sottolineato nella parte finale dell’articolo, la chiusura nel privato di quelle tensioni violente che la vita democratica dovrebbe risolvere manifesta la contraddizione tra ciò che è compreso da tutti come obiettivo da raggiungere, cioè la “parità di genere”, e ciò che invece si sperimenta. Questa contraddizione non è molto diversa da quella tra aspirazione alla partecipazione democratica e esperienza della rabbia civile. Dunque l’atteggiamento che sembra giusto è quello di “aiutare” quelle dimensioni, che fanno parte della consapevolezza di principio, a concretizzarsi in un più evoluto sistema di relazioni collettive e individuali. Pensare che la strada sia solo quella dell’insegnamento nella scuola, rimandando la realizzazione alla responsabilità di figli e nipoti, è assurdo, perché la scuola non è avulsa dal contesto, anzi ne è il termometro più chiaro. Quindi è l’insieme delle relazioni e delle modalità istituzionali a dover aprirsi a nuove strade già oggi. C’è chi ritiene che l’innovazione (intesa almeno come conferma di quanto già compreso) debba partire “dall’alto” e chi ritiene invece debba essere imposta “dal basso”. Probabilmente tutto dovrebbe procedere contemporaneamente o comunque in una sorta di simbiosi.

  • Roby83

    In realtà le ricerche sociologiche (circa 12mila, come riassunte dal Partner Abuse State of Knowledge) trovano che è falso che gli uomini siano più violenti delle donne. La “violenza di genere” è una costruzione femminista, inventata apposta per odiare gli uomini. Così come il “femminicidio”: si è trattato di una deliberata campagna stampa per far passare leggi che criminalizzano gli uomini e per far arrivare 82 milioni di € di finanziamenti pubblici ai centri anti-violenza, così definiti da Erin Pizzey, la donna che li fondò e che se ne è dissociata: «Vidi le femministe costruire le loro fortezze di odio contro gli uomini, dove insegnavano alle donne che tutti gli uomini erano stupratori e bastardi. Testimoniai il danno fatto ai bambini in tali rifugi. Osservai i “gruppi di consapevolezza” progettati per plagiare le donne e far loro credere che i mariti fossero nemici da sradicare. Vidi che i padri ed i bambini venivano perseguitati negando i loro diritti. »

  • Cara Caterina

    Pur plaudendo al contributo, qualcosa non mi convince perchè mi sembra che il paragrafo 3. costituisca proprio l’applicazione di quell’elemento autoevidente che, pure, crea lo stupore della scoperta dichiarata nel paragrafo 2. : ” Gli uomini non si pongono il problema del genere, anzi spesso – come
    dire – cercano di contrastare la stessa tematizzazione del genere,
    tentano di opacizzare la messa in questione.” Quando ci si chiede quali siano le forze generatrici della violenza in senso generale ipotizzando che lo studio su quella “di genere” le nasconda (“qual è la caratteristica fondamentale della violenza di genere che viene
    celata proprio se noi guardiamo soltanto quel “di genere”?”) non si cade proprio in un tentativo di opacizzazione? Capisco l’intenzione di inserire il tema in questione – che, concordo, è affrontato in modo poverissimo e, come scrivi tu, di double bind – in un discorso politico. Ma non mi sembra che qui lo si faccia secondo l’ottica pur un po’ nostalgicamente evocata del femminismo storico, ovvero partendo proprio dal “di genere”. Che le crisi economiche siano generatrici di violenza è ovvio. Che questa crisi si inserisca in una più vasta crisi della politica tale per cui la violenza si è spostata dalle piazze al privato/domestico è la cifra che qui interessa. Cosa c’è, nel rapporto privato/domestico che può generare, ospitare, la violenza? Perchè, sebbene il tasso di violenza sul pianeta sia diminuito, come sostiene Steven Pinkler, nella coppia resta così alto? Il discorso va a toccare, ovviamente, i rapporti di potere, e la domanda ” insomma cosa ne faccio della violenza?” forse andrebbe riformulata con “insomma, come posso esprimere il mio bisogno/desiderio di avere potere?”

  • Sil Bi

    Fortunatamente, anche tra i politici c’è chi ha consapevolezza che il “femminicidio” è il sintomo di una “questione maschile”, cioè di una difficoltà che gli uomini vivono nel rapportarsi con le donne a livello “culturale”, come segnalano anche le campagne pubblicitarie presentate nell’articolo.
    Non sono un’esperta sul tema, ma ritengo che ci sia ancora una grande arretratezza nell’immaginario della nostra società, che tende a conservare i ruoli fissi di genere tradizionali (l’uomo “dominante”, la donna “sottomessa”) in contrasto con l’evoluzione sociale che tende (almeno a livello “teorico”, razionale) alla parità. Immagino che l’argomento sia stato ampiamente studiato e sarei felice se l’Autore volesse scriverne in futuro…
    Quanto alla violenza, sono convinta che essa faccia parte in modo profondo dell’uomo e l’eccessiva “rimozione” che caratterizza la nostra società sia dannosa. Porto un piccolo esempio legato alla mia esperienza di mamma di figli maschi: ho spesso sentito altre mamme scandalizzarsi della scelta di regalare ai bambini armi giocattolo. Io le ho sempre regalate, perchè mi sono sempre resa conto che, per loro, simulare la violenza nel gioco era, in qualche modo, “necessario”…
    Il discorso è molto ampio e spero che verrà portato avanti, senza che siano necessari nuovi casi di “ginicidio” per portarlo all’attenzione

    • Eugenio Bongiorno

      Sarà….io so soltanto che gli uomini vivono di meno, perché le donne li fanno morire prima.
      Non stupiamoci, se poi uno vede la società divisa per classi,

      • Francesco Damiani

        Sempre che non trovino, anzi non troviamo, una donna da————–ammazzare prima

        • Eugenio Bongiorno

          Se guadiamo agli omicidi, sono decisamente molti di più, se poi guardiamo agli infanticidi, sono decisamente di meno, se poi guardiamo ai maschilicidi, solo l’altro giorno in Puglia se ne verificato uno.
          Questa è la classica visione classista, tipica dei Talebani.

          • Cara Caterina

            I Talebani non hanno una visione classista della società ma religioso integralista. Tutta un’altra cosa. Ed è un’altra cosa dal discorso sulle classi anche il discorso “di genere”. Pensare prima di parlare non uccide nè donne nè uomini, non avere paura di farlo.

          • Eugenio Bongiorno

            Invece ho proprio riflettuto, poiché entrambi traggono spunto dal libretto in dotazione e le verità tendenzialmente le stabiliscono per legge.
            Inoltre sarà religiosa integralista la loro visione della società, ma al lato pratico sono entrambi credenti, i maschi li dividono dalle femmine entrambi, ed entrambi hanno scala sociale gerarchica verticale.
            Più identici di così, se le lingue fossero uguali e il libro unico, che differenza ci sarebbe?
            Forse non avremmo gli operai, la finanza idem e le banche, questo si sarebbe un vantaggio, per i mussulmani secondo il corano i prestiti non si fanno ad interesse.
            Da loro è vietato ed è una pratica disdicevole.

  • A.U.

    Per me, la domanda è: – questa serie di delitti di cui narrano le cronache, ci dicono di equilibri che profondamente vanno mutandosi o cosa? Di scosse di assestamento violente ma passeggere, o di più o meno prossimi grandi terremoti in vista?
    Io penso che da qui a non molto tra donne e uomini non vi sarà proprio più partita…
    ovviamente a favore delle donne che hanno troppe più possibilità da giocarsi rispetto alle impotenze sempre più evidenti degli uomini.
    p.s. per quanto riguarda invece la campagna mediatica sui femminicidi mi sembra piuttosto astratta e basata su divisioni semplicistiche-favolistiche.
    p.s. nell’articolo si parla di modelli maschili inesistenti… ecco io qui vorrei sottolineare l’esempio di un modello femminile molto ma molto consistente ed esistente quello della avvocatessa
    Lucia Annibali che con grande coraggio e spregio della paura ha saputo affrontare gli aguzzini che l’hanno sfigurata ma non vinta; già insignita degli onori dovuti dal Capo dello Stato, ma un po’ troppo trascurata dal sistema dei media nostrani sempre troppo occupati nel ricordarci della bellezza dell’una o dell’altra pin up.

  • Silvia Nugara

    Concordo con la necessità di affrontare criticamente le forme e le ragioni che hanno portato la violenza contro le donne a diventare un argomento di punta del discorso pubblico nel nostro paese (e non solo). Importante è rendersi conto e quindi ragionare sulle varie forme attraverso cui viene costruito questo fenomeno innanzitutto con il lessico : violenza di genere, violenza coniugale, violenza domestica, stalking, femminicidio…non si tratta ovviamente di semplici sinonimi ma di forme di rappresentazione diverse. Questo dovrebbe portarci però a notare una regolarità puntuale e strisciante dei discorsi attuali sulle violenze e cioè il fatto che contribuiscono a riaffermare e quindi anche a imporre come naturale e normale la divisione dicotomica di genere, come se avere un certo apparato (solo potenzialmente) riproduttore determinasse inesorabilmente un punto di vista: di violenza si parla “in quanto donne” o “in quanto uomini”, delle vittime si parla “in quanto donne” (quasi mai “in quanto uomini”) senza rendersi conto che la stessa violenza è solo la forma più estrema proprio per imporre quella divisione dicotomica e arbitraria tra oppressori e oppresse: così non ci di rende conto che se non ci fosse l’oppressione e quindi la possibilità di esercitare un potere “in quanto uomo” (“e in modi diversi anche “in qunto donna”), il fatto di avere le tette e la figa o il pisello non avrebbe nessun significato sociale particolare. Perché è il fatto che si prenda quella differenza anatomica (che si suppone naturale pur essendo essa stessa non indenne da influenze culturali) e ci si costruisca su tutto un sistema simbolico e politico rendendola LA differenza per eccellenza che poi permette al desiderio di potere di esercitarsi lungo quel rettilineo che divide i “maschi” dalle “femmine” ma anche i veri “maschi” e “femmine” da quelli che non sembrano abbastanza maschi o femmine. Perché la violenza di genere non è solo maschi contro femmine ma è tutti i giorni quella di chiunque imponga con parole, gesti e comportamenti un “dover essere” maschio o femmina a chi fa liberamente e di testa propria con il proprio corpo e con il proprio desiderio.

  • Silvia Nugara

    e consiglierei anche la lettura di “Sessismo democratico” a cura di Anna Simone