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Perché “La grande bellezza” potrebbe vincere l’Oscar

Non sempre il Golden Globe anticipa l'Academy ma il ricordo della "Dolce vita" potrebbe giocare a favore di Sorrentino
Perché "La grande bellezza" potrebbe vincere l'Oscar

Dunque Paolo Sorrentino ce l’ha fatta, almeno a superare il primo importante gradino della scalata all’Oscar: il suo La grande bellezza ha vinto il Golden Globe come miglior film straniero. E si sa che spesso i GG sono l’anticamera degli Oscar, anche se nella categoria “miglior film straniero” non sempre i verdetti delle due giurie hanno coinciso, perché la giuria dei Globe è composta da giornalisti stranieri negli Stati Uniti, che possono avere sensibilità diverse da quelle dei membri dell’Academy.

Di sicuro da ora in poi cresce la probabilità maggiore che i membri dell’Academy, spesso oltre l’età pensionabile e raramente interessati ad altre cinematografie oltre alla loro, vedano La grande bellezza prima di votare, magari come unico film della categoria che loro meno interessa: e dunque se è l’unico che vedranno, sarà anche l’unico da loro votato.

Ma il ragionamento da fare è un altro. Noi di Europa abbiamo dato una valutazione molto positiva de La grande bellezza in tempi non sospetti, anzi, quando i media italiani si divertivano, forse anche un po’ snobisticamente, a trovargli mille difetti. Già allora però notavamo che la critica internazionale era stata molto più generosa di quella italiana nei confronti del film di Sorrentino, fin dai tempi della sua partecipazione al festival di Cannes.

E se i critici che frequentano Cannes sono avvezzi al cinema internazionale e dunque sanno, in generale, valutare i meriti di un film senza fare eccessivamente leva sugli stereotipi che affliggono il paese dal quale quel film proviene, i membri dell’Academy, che il cinema lo fanno (o l’hanno fatto) soprattutto in America non hanno, in genere, altrettanta sottigliezza.

Per loro, il cinema italiano è fermo al Neorealismo (che conoscono perché i film neorealisti un tempo passavano spesso alla televisione americana), e il Pantheon dei registi italiani è ancora composto da una manciata di nomi: De Sica, Rossellini, Pasolini, Antonioni, Bertolucci, Visconti. E Federico Fellini. Anche il più ignorante degli spettatori americani ha sentito parlare de La dolce vita, conosce via Veneto e sa da dove viene l’espressione “paparazzo”. La sua immagine di Roma, e dell’Italia per estensione, è quella lì (e quella di Vacanze romane): tant’è vero che Woody Allen, nel suo film-cartolina To Rome With Love, ha messo Benigni che attraversa via Veneto, realizzando un dado istantaneo dell’immaginario cinematografico americano rispetto al nostro paese.

Dunque La grande bellezza, che parte dal ricordo universale de La dolce vita e ne crea una versione aggiornata ai nostri tempi e ai nostri difetti, rappresenta un’Italia immediatamente riconoscibile, classificabile e archiviabile in quello spazio minimo che è il cassetto mnemonico dedicato dallo spettatore medio americano al cinema italiano.

Inoltre il film di Sorrentino fotografa la grande bellezza di Roma con i suoi colori ocra, le sue luci, il suo languore mediterraneo, la sua opulenza millenaria, le sue rovine antiche e le sue derive mistiche, andando incontro ad ogni aspettativa di chi magari a Roma non c’è mai stato, ma se la sogna esattamente così.

La grande bellezza rappresenta la Roma onirica della quale siamo orfani da quando non c’è più Fellini, avvolta in un pulviscolo fantasmagorico, attraversata dal biondo Tevere, popolata di statue, di mura, di chiese, di fantasmi, di nostalgia.

Al di là dei suoi meriti, La grande bellezza potrebbe vincere perché rappresenta l’Italia che, all’estero, si aspettano, più nella forma che nella sostanza (del resto è un film che della forma fa una religione), e perché Sorrentino può apparire ai membri dell’Academy come un Fellini redivivo, magari in sedicesimo. Che è esattamente il motivo per cui Gomorra fu snobbato in America: perché invece di fare un mafia movie, Garrone raccontava il sud dell’Italia come un paese senza carretti siciliani, senza pizza e mandolino, senza futuro e senza (folkloristica) identità.

@cinecasella

  • campanellina88@hotmail.it

    Ha meritato la vittoria, però Servillo chieda scusa alla giornalista di Rainews che lo intervistava telefonicamente, alla quale ha indirizzato delle rispostacce poco eleganti.