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London calling per il Pd (e il suo leader)

C’è molto interesse oltremanica per la nuova stagione democratica e per il Jobs act

London calling per il Pd. Oltremanica c’è grande attenzione per il nuovo corso del nostro partito, e la leadership di Matteo Renzi può essere l’occasione giusta per un rinnovato legame tra laburisti e democratici.

Lunedì pomeriggio il Policy Network ha voluto organizzare una tavola rotonda su Pd e Italia: a due passi da Westminster, assieme a Olaf Cramme e Roger Liddle, ho presentato le nostre priorità e le sfide che ci attendono in Italia e in Europa a giornalisti di importanti quotidiani britannici, policy advisors e membri di altri pensatoi. E ho scoperto che gli inglesi sono molto, molto curiosi di sapere in che direzione va la sinistra italiana.

C’è infatti una domanda ricorrente a Londra: sarà questa la volta buona in cui il Pd riuscirà a fare concretamente ciò che dice di voler fare?

In inglese si usa l’espressione “to deliver”: ora che c’è una nuova leadership, con proposte brillanti e coraggiose, la sinistra troverà il modo di vincere le elezioni e realizzare un programma di governo autenticamente riformista? Molti tra i partecipanti hanno ricordato le numerose occasioni perse negli ultimi venti anni; e tra i maggiori timori c’è la possibilità che il Pd sia costretto, in un futuro, a sottostare a diktat e ricatti di coalizioni rissose e di piccoli partiti con grandi poteri di veto come quelle che abbiamo visto in passato.

I primi passi di Matteo Renzi da segretario però sembrano aver dissipato tali dubbi: la recuperata “vocazione maggioritaria”, la volontà di giocare la prossima partita elettorale in campo aperto e il percorso intrapreso verso una nuova legge elettorale sono punti importanti per convincere i nostri amici del Labour e i vari osservatori che questa può davvero essere la volta buona.

Ma quel che ha colpito positivamente gli osservatori londinesi è senza dubbio il Jobs act. Già lodato sulle colonne del Financial Times e del Wall Street Journal, il Jobs act ha riscosso molti consensi nel mondo politico-economico anglosassone. Quel che si chiede all’Italia, infatti, è di mettere mano al più presto a un mercato del lavoro eccessivamente frammentato e incapace di coniugare al meglio garanzie e flessibilità.

Benché non sia ancora una bozza definitiva, il Jobs act è stato apprezzato nelle intenzioni, con l’auspicio che presto possano seguire le concrete riforme della legislazione, della tassazione sul lavoro e della pubblica amministrazione. Visto da Londra, infatti – e non solo… – in Italia il “red tape” da tagliare è ancora lunghissimo.

Pd come il New Labour, dunque? È ancora troppo presto per poter giudicare il percorso di questi mesi, ma certo l’accelerazione impresa dal Pd è vista con molto interesse oltremanica. I nostri amici laburisti vedono in Renzi un leader capace di incidere anche sul rinnovamento della sinistra europea come non accadeva da anni.

Da quando, per capirci, a Londra si sfidavano Blur e Oasis, duellavano Paul Gascoigne e Alan Shearer, e il carisma di Tony Blair faceva da traino per una trasformazione dei progressisti a livello europeo, contando sull’efficace sponda di Gerhard Schröder e Romano Prodi.

Purtroppo a quella generazione di leader non ne è seguita un’altra di analogo valore; ma la speranza oggi è che proprio il Labour di Ed Miliband e il Pd di Renzi possano dare una nuova spinta alla sinistra europea.

Curiosamente infatti, Italia e Gran Bretagna potrebbero trovarsi a votare nello stesso periodo, e cioè nella primavera 2015: con tutti gli scongiuri del caso, proprio da una nuova stagione di governi progressisti (magari con il Labour alleato dei liberal-democratici di Nick Clegg) potrebbe nascere una vera alternativa politica in un’Europa sempre più stretta tra tecnocrazia e populismo.

Il 2015 infatti è vicino, ma lo è ancora di più maggio 2014. La partita delle elezioni europee è fondamentale per arginare i populismi e per ridare speranza a un continente deluso. La riscossa può e deve partire da Roma e Londra, in attesa di capire cosa farà Parigi in Europa.

La svolta di Hollande, che ha aperto a una rivisitazione delle sue politiche economiche in chiave social-liberale, è molto significativa sul versante interno, e può spingere finalmente anche i socialisti francesi a intraprendere un nuovo cammino riformista.

Ma in Europa non possiamo permetterci una Francia troppo timida nei confronti della Germania. Un rinnovato asse franco-tedesco può essere utile, a patto che non sia troppo inclinato verso Berlino.

Al termine della tavola rotonda, all’ora del tè, si contavano molti sorrisi sui volti dei nostri amici di Policy Network. Con una leadership forte, un programma di riforme credibile e un nuovo sguardo sull’Europa, il Pd ha passato a pieni voti il primo esame di inglese.

@sandrogozi

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