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Il ritorno del salario minimo

Non solo Labour e Spd, adesso anche il presidente Usa propone un aumento per legge delle buste paga. Ma per vincere le elezioni ci vuole altro, spiega Olaf Cramme di Policy Network
Il ritorno del salario minimo

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova», diceva Agatha Christie. Alla fine del 2010 Ed Miliband viene eletto leader del Labour britannico dopo una campagna elettorale giocata sull’introduzione del living wage, ovvero l’innalzamento del salario minimo fino a una soglia che garantisca a ciascuno di arrivare a fine mese. Passa qualche tempo, elezioni tedesche del 2013: Angela Merkel deve trattare coi socialdemocratici per la formazione di un governo di coalizione. La principale condizione che la Spd di Sigmar Gabriel pone alla Cancelliera è l’introduzione anche in Germania del salario minimo: 8,50 euro, una riforma che potrebbe toccare 7,5 milioni di tedeschi.

E poi, martedì notte, l’annuale discorso sullo stato dell’Unione: la proposta centrale del programma di Barack Obama per l’anno nuovo è l’innalzamento del salario minimo da 7,25 dollari l’ora a 10 dollari e 10, un aumento sostanziale. L’aumento entrerà in vigore a breve per i dipendenti del governo federale (quelli che guadagnano meno di dieci dollari sono circa mezzo milione, anche se non è chiaro il numero di quanti potranno beneficiare da subito della riforma). Per gli altri lavoratori ci vuole l’approvazione del Congresso: sarà difficile ottenerla, quasi impossibile, con i repubblicani in controllo della Camera dei rappresentanti e già sul piede di guerra.

Ma il dato politico rimane: tre leader “progressisti” dedicano al salario minimo un capitolo centrale del loro programma economico. L’elenco potrebbe allungarsi alla Francia di François Hollande, che pure aveva inserito l’aumento del salario minimo nel suo manifesto del 2012 per la presidenza. La promessa, tecnicamente, è stata mantenuta: un aumento del 2 per cento nell’estate del 2012, un altro dello 0,3 a fine 2013. Davvero troppo poco, a detta di buona parte degli analisti.

Perché i sostenitori del salario minimo, in giro per il mondo, sono molti. L’argomento più scontato è che l’aumento del potere d’acquisto dei redditi più bassi può aiutare la ripresa dei consumi, specie in tempi di crisi. Ma non solo. L’università di Berkeley ha prodotto una serie di studi sui benefici di livelli medio-alti di salario minimo: si incentiva la produttività dei lavoratori, si alza il morale, si favorisce la stabilità dei rapporti di lavoro. Tra i teorici di questi meccanismi c’è anche Janet Yellen, già professoressa in California, oggi alla guida della Federal Reserve. E il clintoniano Center for American Progress ieri ha accolto con entusiasmo l’annuncio di Obama.

C’è anche chi sostiene il contrario. Che alti livelli salariali, in un mondo globalizzato, favoriscano l’invasione dei prodotti a basso costo in arrivo dalla Cina. Il repubblicano John Boehner, speaker della Camera americana, ieri spiegava candidamente che «se alzi il prezzo di un bene (il lavoro), la domanda scende: è semplice». Per quale motivo allora Obama, Gabriel e Miliband intraprendono tutti la stessa strada? «È il segnale che i partiti mainstream faticano a contrastare da un lato i livelli crescenti di disuguaglianza e dall’altro l’ascesa dei partiti populisti e la disaffezione dei ceti deboli», ci risponde da Londra Olaf Cramme, direttore di Policy Network, storico think-tank blairiano.

«Molti paesi hanno tentato la via delle politiche redistributive per affrontare l’aumento della disuguaglianza, ma spesso con scarsi risultati. Per questo si tenta la strada di quella che alcuni definiscono “pre-distribuzione”, e il salario minimo ne è un esempio: si agisce sul mercato per cercare di ridurre alla base i motivi della disuguaglianza». È una soluzione – nota Cramme – che in Europa inizia a venir accettata anche nel centrodestra, se è vero che Angela Merkel ha ceduto alle pressioni della Spd e che il cancelliere britannico George Osborne ha annunciato di recente un aumento al salario minimo.

Il motivo non è solo economico: è una misura che piace agli elettori. «Bisogna però tenere in considerazione un dato interessante: i sondaggi indicano che più dell’80 per cento dei tedeschi è a favore del salario minimo, ma questo non è bastato alla Spd a vincere le ultime elezioni». Cristiano-democratici oltre il 41 per cento, Sozi al 26: sconfitta pesante. E anche il Labour, dopo due anni di campagna sul living wage, non sfonda nelle intenzioni di voto.

Del resto, spiega ancora Cramme, il salario minimo non è la risposta “definitiva”: «La Gran Bretagna è un buon esempio. Dopo oltre dieci anni di salario minimo, i livelli di diseguaglianza sono rimasti pressoché invariati… Il salario minimo – conclude Cramme – è un ottimo strumento per combattere l’impoverimento di chi è già all’interno del mercato del lavoro, ma non risolve il problema della disuguaglianza nel suo complesso». E della creazione di lavoro, il nodo centrale, ad oggi, per le economie europee.

@lorbiondi

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