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Cenerentola al Super Bowl

Questioni personali, scorrettezze politiche e super-show nell'intervallo. Tutto quello che c'è da sapere sulla supersfida di domenica tra i Broncos di Denver e i Seahawks di Seattle
Cenerentola al Super Bowl

Non solo una partita. Il 48° Super Bowl, la “super coppa” del football americano che il 2 febbraio i Broncos di Denver e i Seahawks di Seattle si contenderanno di fronte a ottantamila persone al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey, tra temperature sotto zero e il forte rischio di neve – inizio alle 18.30 della East Coast, mezzanotte e mezza nel nostro paese –, è molto più che un evento sportivo. Come spesso accade per i grandi riti della cultura popolare degli Stati Uniti, è una sorta di “fatto totale”, in grado di mescolare business, intrattenimento, politica e, naturalmente sport.

Già sul piano sportivo, si sarebbe portati a credere che si tratti di uno scontro tra modi di essere prima ancora che di giocare, di interpretare questa disciplina solo a prima vista complessa, ma certo talmente violenta da segnare spesso a vita molti dei suoi protagonisti.

In campo si misureranno il miglior attacco, Denver, e la migliore difesa, Seattle, della National Football League. Una squadra già celebrata – i Broncos, al loro settimo Super Bowl, ne hanno vinti due – contro la Cenerentola del campionato, che vi arriva per la seconda volta, dopo essere stata sconfitta nel 2005.

Star da terremoto
Non solo. Di fronte ci sono due coach dalla carriera parallela, ma dalla personalità molto diversa. John Fox, l’allenatore di Denver passato per alcune delle squadre più blasonate del paese, è considerato un veterano; Pete Carroll, di Seattle, che ha alternato le squadre universitarie con quelle della Nfl, una specie di outsider di lusso.

Peyton Manning dei Denver Broncos

Peyton Manning dei Denver Broncos

Per non parlare dei giocatori. La sfida più attesa è tra uno dei quarterback più famosi d’America, Peyton Manning dei Broncos, metodico e organizzato, mito vivente del football e quattro interventi alla nuca alle spalle e Marshawn Lynch, giovane e irruento attaccante dei Seahawks, noto per le sue intemperanze fuori e dentro il campo. Lynch è un idolo a Seattle: la leggenda vuole che nel 2010, durante una partita contro i Saints di New Orleans, un suo touchdown abbia prodotto una tale esultanza tra il pubblico da essere registrata dai sismografi locali.

Ma la vigilia del Super Bowl non è fatta solo di calcoli tecnici. Nella tensione che monta in vista della partita, trova spazio ogni genere di ansia.

Fox a gamba tesa
Quindici giorni fa, al termine dell’incontro che ha visto i Seahawks eliminare i San Francisco 49ers e accedere alla finale, il difensore numero uno di Seattle, Richard Sherman (nella foto in alto), un afroamericano che sfoggia una massa di dreadlock degna di Bob Marley, è corso incontro alle telecamere per urlare tutta la sua gioia e sbeffeggiare gli avversari sconfitti. «Normale che abbiamo battuto quelle schiappe», ha più o meno detto il cornerback dei Seahawks, strapazzando un po’, ma solo verbalmente, l’inviata di Fox, la rete televisiva che trasmette il Super Bowl e che vende – a 3 o 4 milioni di dollari l’uno – gli spazi pubblicitari che spezzettano la diretta.

Non l’avesse mai fatto. La violazione del politically correct sportivo e l’eccessiva esuberanza sono valsi a Sherman un decina di giorni di fuoco mediatico. Il suo nome è diventato addirittura sinonimo di “thug”, delinquente, per la stampa conservatrice e c’è chi è arrivato a parlare «del lato selvaggio del football». Proprio il canale all news della Fox, che oltre al monopolio sullo sport detiene anche il record della faziosità nell’informazione politica (è molto vicino alla destra repubblicana), non si è fatto sfuggire l’occasione di costruire intorno al “caso Sherman” una puntata di The Five, talk show condotto da cinque opinionisti, bianchi, dedicata al ritorno del “nero arrabbiato”.

Altre testate, quelle del Messico, e probabilmente molti dei latinos degli States, si preparano invece da giorni a fare il tifo per Manny Ramirez e Louis Vasquez, due attaccanti dei Broncos cresciuti in Texas ma di origine messicana, tra i pochi ispanici, circa una trentina, a far parte degli oltre 1500 affiliati alla Nfl.

Manny Ramirez e Louis Vasquez

Manny Ramirez e Louis Vasquez

Lo spot abortista e quello anti-proibizionista
Del resto, dato il suo grande seguito popolare, circa cento milioni di telespettatori per la diretta tv, il Super Bowl è stato spesso al centro di querelle che sconfinano nella politica. Nel 2010, in occasione della finale tra i Colts di Indianapolis e i Saints di New Orleans, l’organizzazione ultraconservatrice Focus on the Family comprò lo spazio per uno spot nel prepartita. Un video contro l’aborto con Tim Tebow, stella del football e fervente cristiano, e sua madre Pam, cui i medici avevano sconsigliato la gravidanza per il rischio di disabilità del bambino, che si limitava ad affermare: «Invece è nato un campione».

Di segno inverso l’iniziativa annunciata in questi giorni dal Marijuana Policy Project, un gruppo che si è battuto, con successo, per legalizzare la marijuana in Colorado e che piazzerà un gigantesco cartellone in favore dell’uso terapeutico della cannabis – «Più sicura dell’alcol… e del football» –, proprio all’ingresso dello stadio del match. L’associazione intende sensibilizzare la Nfl che fino ad ora ha sempre rifiutato che i suoi atleti ricorressero a tali cure.

Justin Timberlake e Janet Jackson al Super Bowl

Justin Timberlake e Janet Jackson al Super Bowl

Altre polemiche circondano da sempre le esibizioni musicali offerte al pubblico a metà della gara. Nel 2004 fu ad esempio l’improvvisa comparsa del seno di Janet Jackson a trasformare per qualche minuto lo show per famiglie in uno spettacolo a luci rosse. Quest’anno toccherà ai Red Hot Chili Peppers e a Bruno Mars e per il momento non c’è niente da segnalare. A far discutere è invece lo spot girato da Scarlett Johansson per reclamizzare la Sodastream, una gazzosa prodotta in Israele, che doveva andare in onda durante la partita. La Fox ha deciso di bloccarlo, e non perché attentasse al pudore, ma perché l’attrice si godeva la sua bevanda esclamando «Sorry Coke and Pepsi», cosa che non è affatto piaciuta ai due colossi delle bibite.

Oltre lo show, per comprendere davvero l’essenza del Super Bowl ci si deve forse rivolgere alle parole di Peter Gent, autore di I mastini di Dallas, il più bel romanzo mai scritto sulla Nfl (pubblicato nel nostro paese da 66thand2nd lo scorso anno). Alla fine di una vita sportiva segnata dai gravi incidenti sofferti in campo e dall’aver visto molti amici inghittiti dall’eroina, Gent, ex giocatore di una squadra texana, ammette: «Se uno riesce a farsi strada nel mondo del football professionistico vuol dire che è sopravvissuto all’orrore della vera violenza, dopo aver affrontato il mostro che abita nel suo cuore – quegli uomini sono come dèi caduti».

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