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Philip Seymour Hoffman, così raro, così bravo

Attore di gran classe, un Oscar, è morto a 46 anni per overdose: moltissimi i film nei quali ha lasciato il segno
Philip Seymour Hoffman, così raro, così bravo

Berlino, 2005. Sto andando a intervistare Philip Seymour Hoffman, e mi batte il cuore. Ho incontrato tanti bravi attori, e tante star, non mi emoziono più tanto facilmente. Ma la sera prima ho visto A sangue freddo, il film in cui Hoffman interpreta il ruolo di Truman Capote, e sono rimasta folgorata: il lavoro sul corpo e sulla voce di Hoffman sono impressionanti, ma ancora più impressionante è l’intenzione con cui questo attore di razza, così poco attraente, così poco star, regala a quel ruolo una vita di celluloide che si dispiega davanti ai nostri occhi. Sarà il suo primo e ultimo Oscar, ma non l’unica candidatura, perché da subito Hollywood si è accorta del suo talento sbalorditivo.

Il festival di Berlino 2005 è in pieno swing, gli impegni si accavallano, la neve cade a fiocchi spessi, e io arrivo in ritardo all’appuntamento. Ho perso il mio quarto d’ora con Philip, e non mi dò pace. La collega che mi ha sostituito, con un atto di generosità e gentilezza, mi bisbiglia, uscendo dalla stanza in cui ha appena incontrato l’attore: «Non ti sei persa proprio niente». Racconta che è stato freddo, evasivo, arrogante. Che delusione, dice.

Io sono così avvilita per quanto è appena accaduto che resto lì, seduta sul divano in corridoio. Dopo cinque minuti esce Philip. Ha bisogno di una sigaretta, una delle tante che fuma praticamente a catena. Mi avvicino, pensando che mi caccerà per godersi la sigaretta in santa pace. Invece mi sorride, quel sorriso sornione che fa già parte della storia del cinema, e comincia a chiacchierare. Restiamo dieci minuti buoni a parlare di cinema, di Capote, di New York, di noi. Poi qualcuno lo chiama dalla stanzetta. Mi stringe la mano – stretta calda, un po’umida, come hanno i timidi che si fingono sicuri – e scivola dentro la stanza. E a me batte ancora il cuore.

Philip Seymour Hoffman è scomparso ieri, perché le sigarette non erano il suo unico vizio. Aveva 46 anni e il segno che lascia è profondo. Era l’attore simbolo di Paul Thomas Anderson, che l’aveva voluto con sé in Sydney e in Boogie Nights, in Ubriaco d’amore e The master, per cui ha vinto la Coppa Volpi ex aequo con Joaquin Phoenix, e ringraziando il pubblico, lui solo (Joaquin troppo spocchioso per fargli compagnia sul palco), ha attribuito tutto il merito della sua performance al collega.

Hoffman era un attore di gran classe. Ce lo ricordiamo infermiere pietoso in Magnolia, sempre di PT Anderson, e sgradevole ficcanaso (ma sempre in cerca di verità) ne Il talento di Mr Ripley, critico musicale al vetriolo in Almost Famous e poi dj sboccato in I Love Radio Rock, fratello avido e lascivo in Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, prete equivoco ne Il dubbio.

Era strepitoso nei panni dell’agente della Cia di La guerra di Charlie Wilson, dove reggeva da pari la sceneggiatura di Aaron Sorkin e la regia di Mike Nichols. E ne Le idi di marzo di George Clooney duellava in grandissima forma con Paul Giamatti, nei panni di uno spin doctor cinico e disincantato, ma con una sua forma di integrità e una sua aura romantica.

Nel 2010 si era cimentato alla regia, e chissà quanto avrebbe potuto tirare fuori da questa sua seconda dimensione. Rappresentava un cinema nuovo, alternativo al mainstream hollywoodiano ma capace di dialogare con il sistema. I suoi registi erano spesso provocatori, come Todd Solondz e i fratelli Coen (era ne Il grande Lebowski, lo ricordavate?), Spike Lee (La 25esima ora) e Charlie Kaufman. Ma non disdegnava i film di grande cassetta, da Mission Impossible III a Hunger Games – La ragazza di fuoco.

Ma il mio ricordo di lui resta quello della mattinata a Berlino in cui, fra un tiro di sigaretta e l’altro, cercava il dialogo con una perfetta sconosciuta, con i modi gentili e lo sguardo ironico di chi non prende troppo sul serio se stesso, né il proprio mestiere, né il grande circo in cui tutti viviamo.

 @cinecasella