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Perché è riesplosa la crisi ucraina: la cronologia

A fine gennaio la tensione era calata, con la promessa di riforme da parte del presidente. Ieri la nuova esplosione, ecco i motivi
Perché è riesplosa la crisi ucraina: la cronologia

Ieri ci sono stati più di venti morti a Kiev, in quella che è stata la più feroce giornata di scontri da quando è scoppiata, a novembre, la crisi politica più seria nella storia post-sovietica del paese. Come si è arrivati a tutto questo? Queste le tappe.

21 novembre. Il presidente Viktor Yanukovich rifiuta gli Accordi di associazione e il Deep and Comprehensive Free Trade Agreement, due misure di incentivi economico-commerciali offerti dall’Ue nello schema della Eastern Partnership, iniziativa mirata a rafforzare la cooperazione con i paesi ex Urss e a contenere, implicitamente, l’influenza di Mosca.

Nello stesso giorno la Rada, il parlamento di Kiev, respinge una serie di emendamenti sulla liberazione dell’ex primo ministro Yulia Tymoshenko, condizione che l’Ue vincolava alle intese. La Tymoshenko è stata condannata a sette anni di carcere nel 2011. Secondo l’accusa gli accordi sulle importazioni di gas da lei contratti con la Russia nel 2009 hanno causato un’emorragia finanziaria allo stato.

Nella stessa giornata, piazza dell’Indipendenza, nel centro di Kiev, si riempie. Migliaia di persone prendono parte a una manifestazione contro le scelte di Yanukovich e a favore di una maggiore integrazione con l’Ue. Euromaidan (maidan significa piazza in lingua ucraina) diventa, da questo momento, il nome del movimento.

27 novembre. Si tiene a Vilnius, la capitale lituana, il vertice della Eastern Partnership. Mezzo fiasco. Il rifiuto ucraino di siglare gli accordi con l’Unione europea ne depotenzia la portata.

30 novembre. La polizia carica i manifestanti. Nel frattempo, la protesta, tenutasi quotidianamente dal 21 novembre, ha cambiato segno. Non si configura più come un moto d’indignazione e come la rivendicazione di un destino europeo. Piuttosto, assume la forma di un movimento contro Yanukovich e il suo sistema di potere, in cui trovano sempre più spazio i sussulti nazionalisti. Oltre che a Kiev si manifesta anche in altre città del paese. Persino a est, tradizionale bacino di voti del Partito delle regioni di Yanukovich.

1 dicembre. L’intervento contro i manifestanti, avvenuto il giorno prima, porta in piazza una marea umana di almeno 300mila persone. È la più grande protesta mai registrata dalla rivoluzione arancione del 2004-2005, quando la pressione popolare portò alla ripetizione del ballottaggio presidenziale (inizialmente vinto da Yanukovich) e alla vittoria di Viktor Yushchenko.

I manifestanti occupano il comune di Kiev. Un’iniziativa coordinata in modo particolare dagli attivisti di Svoboda, partito ultra-nazionalista che nel 2012 è andato in doppia cifra alle politiche. Il suo capo, Oleh Tyahnybok, è assieme all’ex pugile Vitali Klitschko e al luogotenente della Tymoshenko, Arseniy Yatseniuk, uno dei tre capi dell’opposizione parlamentare e di Euromaidan. Sempre a Kiev, viene occupata la sede dei sindacati. Su piazza Indipendenza vanno avanti regolarmente i presidi quotidiani.

2 dicembre. Yanukovich va in Cina e ottiene otto miliardi in investimenti. La partita ucraina si gioca anche sul fronte finanziario. Il paese è stato martellato dalla crisi, i conti sono profondo rosso. Nei mesi precedenti Yanukovich aveva cercato di giocare su due tavoli, quello europeo e quello russo, allo scopo di alzare la posta e ottenere il più possibile.

Gli accordi proposti dagli europei, tuttavia, erano affiancati da un possibile prestito del Fmi che chiedeva a Yanukovich riforme troppo costose in termini politici, come l’adeguamento dei prezzi del metano al mercato. Ogni governo ucraino li ha sempre tenuti artificiosamente bassi.

10 dicembre. Le autorità ucraine cercano di sgomberare piazza Indipendenza e di evacuare il comune di Kiev. Il tentativo fallisce. Ma la tensione sale.

17 dicembre. Yanukovich va a Mosca e ottiene da Putin un prestito da 15 miliardi di dollari, più un vistoso sconto sul gas, il cui costo passa da 400 a 265 dollari per mille metri cubi. L’opposizione sostiene che sottobanco sia stata negoziata anche l’adesione all’Unione eurasiatica, progetto strategico con cui Mosca vuole riaggregare lo spazio post-sovietico. Putin lo considera non complementare con la Eastern Partnership, che a suo avviso è un’invasione europea nel cortile di casa.

18 dicembre-15 gennaio. In quest’arco di tempo la situazione a Kiev sembra ristagnare. Le proteste calano di intensità. Si registra, la notte del 25 dicembre, il pestaggio di Tetiana Chornovol, un’attivista del campo anti-Yanukovich che si divide tra il giornalismo e la militanza attiva.

16 gennaio. Il parlamento ucraino approva senza discussione le cosiddette “leggi anti-protesta”, catapultate da Yanukovich nell’assemblea, che limitano fortemente il diritto a manifestare, comprimendo potenzialmente anche la libertà di stampa.

17-28 gennaio. Nei giorni successivi all’adozione della legge si scatena la guerriglia sulle strade di Kiev. Ulica Grushevskogo, una via situata tra piazza Indipendenza e lo stadio della Dinamo Kiev, diventa un campo di battaglia. In prima linea si schierano gruppi di estrema destra, con postura chiaramente paramilitare. Il principale, tra questi, è Pravyi Sektor. Le forze di sicurezza rispondono con durezza. Gli scontri causano alcune vittime.

Nel frattempo Spilna Prava, gruppo movimentista e nazionalista, inizia a occupare le sedi di alcuni ministeri a Kiev. Gli esponenti di Euromaidan, dal canto loro, assumono il controllo dei palazzi dei governatorati in diverse città dell’occidente ucraino, dove le forze dell’opposizione riscuotono il grosso del loro consenso elettorale.

In questi giorni si registra una serie di consultazioni tra Yanukovich e i capi dell’opposizione. Si cerca una soluzione concordata alla crisi politica.

28 gennaio. Il parlamento cancella le leggi anti-protesta. Arrivano nelle stesse ore le dimissioni del primo ministro Mykola Azarov, uomo vicino a Yanukovich. Ma le concessioni da parte del presidente non convincono l’opposizione, che rilancia con la riforma della costituzione (più poteri al parlamento) e le presidenziali anticipate, rispetto alla data già stabilita: febbraio 2015.

29 gennaio. Il Partito delle regioni approva unilateralmente una legge che azzera i processi nei confronti dei dimostranti che hanno preso parte agli scontri, a patto che Euromaidan ponga fine alle occupazioni dei palazzi del potere entro due settimane. L’opposizione bolla la misura come ricattatoria e continua a chiedere riforma della costituzione e presidenziali anticipate, senza ottenere risposte da parte di Yanukovich. Che offre invano a Yatseniuk di presiedere un esecutivo di unità nazionale. Nel frattempo la hryvnia, la moneta ucraina, crolla ai minimi storici. Mentre Mosca, dopo l’erogazione di una prima rata da tre miliardi, congela il prestito a Kiev. Il Cremlino vuole garanzie da Yanukovich.

7 febbraio. In una conversazione con l’ambasciatore a Kiev, intercettata e diffusa sul web, l’assistente al segretariato di stato americano, Victoria Nuland, manifesta la scarsa considerazione nei confronti del ruolo mediatore dell’Unione europea. «Fuck the Eu», le si sente dire. Sdegno da parte di Bruxelles, la cui “ministra degli esteri” Catherine Ashton s’è recata più volte a Kiev, da quando è scoppiata la crisi, cercando di riaprire la trattativa sugli Accordi di associazione, assecondata da prestiti del Fmi meno vincolanti rispetto a quelli prospettavi alla vigilia della Eastern Partnership.

16-17 febbraio. I dimostranti sgomberano una parte degli edifici occupati. Altri restano sotto il loro controllo. Entra comunque in vigore l’amnistia.

18 febbraio. Il parlamento si riunisce e l’opposizione chiede che venga messa in agenda la riforma della costituzione. Richiesta inascoltata. Gli esponenti dei partiti di minoranza e gli attivisti di Euromaidan escono dal perimetro di piazza Indipendenza e si dirigono verso il parlamento, cercando di esercitare il blocco. Scoppia il finimondo. Scontri, zuffe, colpi d’arma da fuoco sia da parte dei gruppi radicali della protesta che delle forze di sicurezza. In serata i corpi speciali del ministero dell’interno stringono d’assedio piazza Indipendenza, ma non vanno allo scontro finale. Sul terreno, al termine della giornata, si contano almeno venticinque vittime, nove delle quali sarebbero poliziotti. Lo ha riferito il ministero della sanità.

@mat_tacconi

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