Cultura STAMPA

Gli uomini sono cani

Esce "Vie dei ladri" di Mathias Énard, un romanzo di formazione oscuro e ambizioso che ci racconta come sta diventando il mondo intorno a noi. Un altro piccolo capolavoro come "Zona"
Gli uomini sono cani

In Italia Mathias Énard non è un autore molto conosciuto, nonostante il suo quarto romanzo, Zona, pubblicato in Francia nel 2008 e tradotto in Italia da Rizzoli nel 2011, sia stato considerato un piccolo capolavoro (il suo nome accostato, in una sorta di canone europeo contemporaneo, a Jonathan Littell o W.G.Sebald): un libro composto praticamente di un solo ininterrotto periodo (a parte due brevi inserti), un romanzo senza punti che in 500 pagine racconta un omerico viaggio in treno di sei ore – da Milano a Roma – in cui si fanno i conti con le memorie personali e collettive di un’Europa che ha vissuto le violenze delle guerre etniche della ex-Jugoslavia e di altri invisibili conflitti; così era facile che anche il suo nuovo romanzo, Via dei Ladri (sempre Rizzoli, sempre tradotto da Yasmina Mélaouah) uscisse in sordina e invece basta poco per accorgersi che si presenta come un romanzo centrale, sfidante, con l’ambizione non celata di raccontare cosa sta diventando il mondo intorno a noi, la nostra società e la nostra lingua: una specie di romanzo di formazione oscuro – non a caso l’esergo recita, da Cuore di tenebra: “Ma quando si è giovani bisogna vedere il mondo, accumulare esperienza, idee, allargare la mente”. “Qui lo interruppi. “Non si può mai dire! Qui ho incontrato il signor Kurtz!” – in cui però il protagonista, il ventenne marocchino Lakhdar, passa da una condizione all’altra, da un paese all’altro, il Marocco, la Tunisia, la Spagna, senza apprendere nulla, senza formarsi, in un processo di disillusione (per la religione islamica, per la letteratura, per la politica, per le relazioni umane) che lo porterà a diventare uomo solo quando forse avrà allontanato il fuoco delle speranze e a ammettere che la civiltà millenaria che abbiamo conosciuto è diventata una fratellanza disumana: “Gli uomini sono cani, si strusciano fra loro nella miseria, si rotolano nella sporcizia e non sanno come uscirne, passano le giornate stesi nella polvere e leccarsi il pelo e il sesso, pronti a tutti per il pezzo di carne e l’osso marcio che qualcuno vorrà gettargli, e io sono come un loro un essere umano quindi un rifiuto immondo schiavo degli istinti, un cane, un cane che morde quando ha paura e cerca le carezze” (questo è l’incipit), “Gli uomini sono cani con lo sguardo vuoto, girano in tondo nella penombra, corrono dietro una palla, e si affrontano per una femmina, per un angolo di cuccia, se ne stanno distesi per ore, con la lingua penzoloni aspettando che qualcuno li finisca, con un’ultima carezza” (questo è un brano sul finire del libro); possiamo credere a lui solo se accettiamo di inoltrarci nel gorgo del disincanto: la Tangeri in cui all’inizio Lakhdar si rifugia dopo essere stato ripudiato dalla famiglia tradizionale per aver amoreggiato con la cugina è una marginale, non-metropoli che non ha nulla del fascino marcio di Paul Bowles, di William Burroghs o del Jim Jarmusch di Only lovers left alive, lui è un semplice ragazzo sfruttato per vendere libri mediocri davanti alle moschee da un sedicente centro culturale islamico guidato da uno sceicco che con la scusa della moralizzazione e con il cappello ideologico delle primavere arabe appena scoppiate in Tunisia e in Egitto organizza un pestaggio di un bouquiniste che vende libri immorali; allo stesso modo quando sembra trovare un lavoro vero, si accorge subito di non essere altro che una specie di schiavo della nuova Europa: gli viene offerto dal signor Bourrelier di digitalizzare libri (per casi editrici, ministeri, enti pubblici…) e essere pagato una miseria – “l’operazione aveva un nome azzeccatissimo: inserimento chilometrico”: passare dodici ore al giorno davanti al computer a ricopiare testi a sbobinare discorsi registrati (“era come se tutta la Francia, tutto il vaniloquio della Francia finisse qui, in Africa; l’intero paese vomitava linguaggio sul signor Bourellier e i suoi negri”), sfiancato e – per ironia feroce della sorte – robotizzato dalla catalogazione dei centinaia di migliaia di nomi dei caduti francesi della Prima guerra mondiale; e ancora, quando il destino pare condurlo a varcare il Mediterraneo e viene impiegato sulle navi di transito da Tangeri a Algericas, la sensazione salvifica di sentirsi almeno in balia di una inimmaginata libertà, un Ismaele africano, si dissolve nel momento in cui la compagnia di navigazione fallisce e Lakhdar è costretto a rimanere prigioniero sulla nave sequestrata dalla polizia marittima, bloccato nel porto di Algericas, impossibilitato a tornare in Marocco o addirittura scendere, pena la perdita dei soldi dovuti; per continuare, senza aver modo di opporsi, in una discesa nell’alienazione contemporanea, finendo per lavorare per il signor Cruz, un addetto alle pompe funebri che ha trovato come far soldi gestendo il business del rimpatrio dei “corpi dei clandestini dello Stretto, gli annegati, i morti di paura o di ipotermia che la Guardia Civil recuperava sulle spiagge, da Cadice a Almeria” e che nel tempo libero, quasi non riuscendo a staccare da questa conta infinita dei morti passa le giornate a guardare su youtube video di massacri e torture, ubriacandosi fino a sfinirsi e a ammazzarsi; per questo quando Lakhdar arriverà finalmente nella Spagna urbana, nell’Europa borghese, nella Barcellona attraversata dalle proteste degli indignados, capirà che il mondo non cambia e non cambierà mai, le rivolte dei paesi arabi si sono trasformate in fretta in vendette degli islamisti e “qui hanno tutti ancora troppo da perdere per lanciarsi nell’insurrezione”, e finirà per sentirsi solo e come esausto: “Le città si addomesticano, o meglio ci addomesticano: ci insegnano a comportarci come si deve, ci fanno man mano perdere il nostro involucro di stranieri: ci strappano via la scorza di bifolchi, ci fondono in esse, ci modellano a loro immagine – ben presto abbandoniamo la solita andatura, non guardiamo più in aria, non esitiamo più entrando in una stazione della metropolitana, abbiamo il ritmo appropriato, procediamo con il passo giusto, e possiamo essere marocchini, pachistani, inglesi, tedeschi, francesi, andalusi, catalani, filippini, alla fine Barcellona, Londra o Parigi ci addestrano come cani”.

@christianraimo

  • Flores

    Consiglio “The Square” per capire il livello di banalità che stando alla recensione, sono presenti in questo libro – o forse solo nella recensione? – riguardo alle cosiddette “primavere arabe”, che poi è un po’ come dire che Cina e Giappone sono lo stesso paese.