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L’Ucraina è vicina. Perché la crisi a Kiev tocca l’Italia

Finora il nostro paese è rimasto ai margini dell'azione diplomatica. Ma gli interessi italiani in gioco sono consistenti
L'Ucraina è vicina. Perché la crisi a Kiev tocca l'Italia

Quando Matteo Renzi e Federica Mogherini assumeranno la guida dell’Ue, a partire dal primo luglio, quello dell’Ucraina sarà probabilmente il faldone più pesante che il blocco comunitario dovrà sollevare. L’ex repubblica sovietica avrà eletto da poco il suo nuovo presidente (si vota il 25 maggio) e le tensioni che la stanno lacerando, con i nazionalisti che mettono con foga il timbro sulla loro vittoria e l’area russofona del paese che reagisce manifestando pulsioni centrifughe, potrebbero risultare persino accresciute. Senza contare che sul tavolo della presidenza semestrale italiana, inevitabilmente, piomberà anche la questione del maxi prestito – si parla addirittura di 25 miliardi – con cui l’occidente dovrà salvare Kiev dalla bancarotta. A luglio, c’è da credere, sarà già attivo.

In queste settimane, tra gli europei, sono stati i polacchi e i tedeschi, con la sponda francese, a maneggiare la patata bollente ucraina. Varsavia ha una proiezione storica, economica e culturale su Kiev. Berlino, oltre a essere il paese più forte dell’Ue, può spendere i solidissimi rapporti economici con la Russia, anche nell’ottica di evitare lo spezzatino ucraino. Parigi è stata chiamata in causa perché la macchina franco-tedesca, quando entra in azione, assicura all’Ue una maggiore credibilità.

L’Italia non è stata cooptata nella pattuglia negoziale. Forse perché non è nel momento migliore della sua storia, forse perché c’era una transizione di governo in corso, forse perché si pensa che Roma non possa offrire qualcosa, nella soluzione del rompicapo di Kiev.

Il semestre italiano potrebbe servire proprio a questo: contribuire a fluidificare questa spaventosa vertenza scoppiata al confine orientale dell’Ue. Renzi e Mogherini dovrebbero metterci la faccia. Almeno provarci.

Commercio, investimenti, banche 

D’altro canto Kiev non è così lontana, non solo geograficamente, da Roma. Ci sono diversi intrecci tra i due paesi, a partire dai rapporti economici. L’interscambio, secondo i dati dell’Istat, aggiornati all’ottobre 2013, vale quasi 3,5 miliardi e mezzo di euro. Cifra inferiore a quella totalizzata con altri paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica, come Russia (25,6), Polonia (13,3 miliardi), Turchia (12,9), Romania (9), Repubblica ceca (7,1) e Ungheria (6,2), ma che risulta in crescita costante. Si sta avvicinando al valore dei rapporti commerciali con Slovenia (4,9) e Slovacchia (4,2). Ormai eguaglia quelli che vantiamo con la Bulgaria. Mentre è superiore all’interscambio con la Croazia (2,6) e a quello con la Serbia (2,6 miliardi), che, seguendo la traccia dei giornali, appare come l’eldorado irrinunciabile dell’internazionalizzazione delle nostre imprese.

Nel complesso l’Italia è il terzo mercato comunitario (dopo Polonia e Germania) e il settimo al mondo (in testa nettamente la Russia) dove si rivolge l’export ucraino, che da noi piazza in primo luogo acciaio. L’Italia vende soprattutto macchinari (350 milioni). La bilancia, nel complesso, pende a favore di Kiev.

In Ucraina c’è un discreto plotoncino di aziende italiane. L’Ice ne mappa circa 500, il 40% delle quali registrate a Kiev. Il che fa pensare a uffici di rappresentanza, al limite poco più di questo. Il quadro però cambia se si guarda alle partecipazioni delle nostre aziende in quelle locali con fatturato superiore a 2,5 milioni di euro. Nel 2011 se ne contavano 136 (dato 2011), con novemila persone coinvolte con rapporti di lavoro e 680 milioni di euro di fatturato. Più che in Serbia (546), volendo insistere su questo paragone.

L’Italia, in Ucraina, figura tra l’altro nella lista dei dieci paesi maggiori investitori, con una quota del 2,2%. In testa c’è Cipro, con il 33%. Dato che indica chiaramente l’alto tasso di opacità dell’economia dell’ex repubblica sovietica, dal momento che l’isola mediterranea è uno degli avamposti globali dell’offshore.

Il settore bancario, negli ultimi anni, è stato il grimaldello della nostra penetrazione, con Unicredit e Intesa San Paolo che, anche in Ucraina, hanno dato impulso alla loro strategia di espansione in tutto l’Est. Ma le cose non sono andate troppo bene, se è vero che si mormora che Unicredit potrebbe cedere Ukrsotsbank, la quinta banca del paese, mentre Intesa San Paolo è già uscita dal mercato. La sua controllata, Pravex, rilevata nel 2008, è passata all’oligarca Dmytro Firtash, tra i principali foraggiatori del deposto presidente Yanukovich.

Su al Tarvisio 

Un’altra cosa che ci lega a Kiev è l’energia. L’Ucraina è la prateria dove una gran parte del gas russo viaggia verso i mercati dell’Europa occidentale, in attesa che Gazprom, il bracco energetico del Cremlino, realizzi le due pipeline alternative a questo tracciato: South Stream (partecipata dall’Eni nel ramo offshore del Mar Nero) e Nord Stream (corre sul fondale baltico).

Quanto del gas che l’Italia importa transita via Ucraina? I numeri li snocciola Matteo Verda, ricercatore associato dell’Ispi. «Nel 2013 il 43% dei consumi di gas nel paese, pari a 29,5 miliardi di metri cubi, è giunto al rubinetto del Tarvisio, dove arrivano le pipeline che portano gas di produzione russa. Tutto il flusso è passato per l’Ucraina, pur se a regime la percentuale scende al 30%».

Insomma, la dipendenza energetica dalla Russia come produttore e dall’Ucraina come paese di transito è alta, sebbene Verda precisi che il sistema gas italiano, per legge, è in grado di funzionare anche se al Tarvisio il rubinetto fosse chiuso. «In pratica importiamo tanto, ma possiamo paradossalmente farne a meno, perché i consumi sono bassi e ci sono altre linee di approvvigionamento». Questo non toglie che il rapporto tra la stabilizzazione politica dell’Ucraina e le nostre esigenze di sicurezza energetica resta importante.

Se l’Italia può ovviare a un’eventuale interruzione dei flussi di gas in arrivo da Est, l’Europa centrale e il versante nord dei Balcani sono più esposti. Si dirà: che c’entra con l’Italia? C’entra, eccome. Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Croazia, Slovenia: in questi paesi c’è una concentrazione impressionante di aziende italiane. Qualcuna ha delocalizzato, altre servono i mercati locali (le seconde sono ormai in maggioranza). La nostra presenza economica si traduce, conteggiando solo le compagnie con fatturato superiore a 2,5 milioni, in più di 140mila rapporti di lavoro e in un fatturato di 285 miliardi di euro. Nella sola Polonia (14 miliardi) supera quello prodotto dalle imprese italiane in Cina (7,5).

La leva russa

A fronte di tutto questo, occuparsi dell’Ucraina è obbligatorio. Ma non si tratta solo di contenere le ricadute che la crisi a Kiev può avere sull’Italia. Se vogliamo voce in capitolo dobbiamo essere anche propositivi. Sotto quest’aspetto si possono sfruttare i nostri rapporti commerciali e industriali con Mosca. Non arrivano ai livello di quelli che vanta la Germania, ma sono decisamente consistenti. E dal momento che la Russia, in Ucraina, è sia parte del problema che della soluzione, si potrebbe partire da qui. Ammesso che Renzi e Mogherini lo vogliamo e che i franco-tedesco-polacchi ce lo permettano.

@mat_tacconi

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  • http://www.facebook.com/luisa.alessandrelli Luisa Alessandrelli

    qualunque siano gli interessi europei, compresi quelli dell’italia, è inconcepibile una barbarie del genere. ma la russia è veramente un paese civile dell’UE?

  • orgdon

    forse: renzi é stato messo li senza elezioni per favorire USa riguardo trattati commerciali , contro interessi dei cittadini europei,e wallstreet e la city di londra, annacquare, bloccare riforme in questi campi fondamentali . in russia c é un di est. destra tipo dittatore putin ,in ucrania governano banchieri, oligarchi e nazzisti….