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John Jeremiah Sullivan è il nuovo David Foster Wallace?

Un reportage a un festival di rock cristiano. Un saggio su Michael Jackson. Un diario dal coma del fratello. Un viaggio di famiglia a Disneyworld. In "Americani" (Sellerio) dodici pezzi di non-fiction di un autore celebrato come il nuovo modello per il new-journalism
John Jeremiah Sullivan è il nuovo David Foster Wallace?

Quando ti rendi conto di essere l’unico a non amare un certo film o un certo libro, per un verso il giudizio che ne scaturisce non è su quel certo libro e quel certo film, ma su di te – cosa ho di sbagliato? – , e per cercare di non nutrire quel senso di colpa che da quando hai l’età della ragione ti hanno malevolmente insegnato a prendere per sana autocritica, l’unica chance che hai di non passare nella schiera di chi odi di più – gli snob, gli snob intellettualmente disonesti – devi almeno provare a avvalorare la tua analisi con una copiosa quantità di evidenze a supporto. Le righe che seguono sono questo tentativo.

Il libro in causa è Americani di John Jeremiah Sullivan. L’ha pubblicato Sellerio e l’ha tradotto, davvero bene, Francesco Pacifico. È una raccolta di dodici pezzi di non-fiction tra cui – per dare un’idea – un reportage a un festival di rock cristiano, una specie di diario del coma del fratello di Sullivan, una riflessione tra il biografico e il sociologico su Michael Jackson, il racconto sul posto delle giornate dopo l’uragano Katrina. Quando l’ho comprato in libreria, avevo dalla mia una serie di pregiudizi largamente positivi. Pulphead (il titolo originale) è stato recensito bene ovunque. Sul Guardian, sull’Indipendent, sulla New York Times Book Review, il corrosivo James Wood sulNew Yorker gli ha dedicato un saggio superarticolato e benevolissimo, e anche in Italia ne ho sentito parlare solo bene, sia a voce che in recensioni molto argomentate e totalmente encomiastiche, da cui si ricava che Sullivan sembra non solo aver scritto un bel libro, ma aver creato un modello, uno stile-stella polare per il new-journalism degli anni ’10. Il nuovo Tom Wolfe, il nuovo Hunter S. Thompson, il nuovo David Foster Wallace.

Parto con le premesse innegabili. Sullivan è un bravo giornalista. È un giornalista assolutamente al di sopra della media dei giornalisti che scrivono di fenomeni culturali: ha un lessico decisamente ampio, una serie di stilemi narrativi di provenienza molto varia che mescola con scaltrezza, fiction e non-fiction (ci sono i post-moderni, i minimalisti, i new-journalist, c’è Jonathan Franzen e Joan Didion, gli ebrei newyorchesi e i midwestern, Philip Roth e William Faulkner, Gary Steingarth e Cormac McCarthy…), una buona capacità di tenere insieme il pezzo per quanto l’argomento possa essere pretestuoso o le digressioni lo divorino dall’interno.

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Dopo le debite premesse, arrivo in un lampo a delle conclusioni affrettate che devo dunque appena dopo corroborare e esplicitare. Sullivan non è uno scrittore di letteratura.

Non lo è per una serie di motivi che provo ad elencare.

1. Non ci dona nessun mistero. Nonostante dichiari di portarci di volta in volta in un mondo che per lui stesso è una scoperta, l’impressione che abbiamo alla fine di ogni essay è di non aver conosciuto nessun altrove, ma solo di aver esaurito ogni volta l’esperienza, come l’aver completato il quadro di un videogioco, come aver visitato un paese seguendo tutti i consigli della Lonely Planet, come vedersi un film perché c’è scritto “per una bella serata in compagnia”.

Questo è particolarmente irritante quando per esempio Sullivan racconta di sé. Il secondo pezzo di Americani, “Piedi di fumo” è la breve cronaca del coma accaduto al fratello Worth, che “la mattina del 21 aprile 1995 avvicinò la bocca a un microfono in un garage di Lexington, Kentucky, e rimase fulminato”. Undici pagine di questa sorta di diario con appunti di quei giorni dolorosi sintetizzano ad uso del lettore l’esperienza di avere un fratello tra la vita e la morte: la leggerezza ironica gli fa dire che sembrava “strafatto” nel primo periodo di risveglio dal coma e “un ubriacone” nei suoi primi tentativi di tenersi in piedi per i corridoi dell’ospedale, l’arguzia nel trovare metafore lo porta a ridurre il ricordo del tempo di attesa a questa immagine: “Il periodo di attesa mi torna alla mente come un collage di pessimo cibo, cauti incoraggiamenti delle infermiere, e la presenza inquietante di mio fratello supino nel letto, un oracolo che avrebbe potuto rispondere a tutte le nostre domande ma si rifiutava di parlare. Rotavamo circolarmente dentro e fuori la stanza come turisti in un museo”. Un oracolo e dei turisti: è il massimo che il cuore di Sullivan riesce a ricavare di fronte a un fratello che non si sa se vivrà? Quanta assenza di empatia si rivela in queste pagine, tanto da farmi disaffezionare a un personaggio per cui d’acchito proverei solo commozione, un bambino che sta al forse-capezzale del suo fratellone? E – notazione di carattere etico – verso la fine del pezzo, dopo aver rivelato al lettore le parole che Worth ha pronunciato risvegliandosi da un incubo ancora nel letto d’ospedale, Sullivan dichiara: “Non ne abbiamo più parlato. È difficile parlare con mio fratello dell’incidente. […] Alle riunioni di famiglia, l’argomento dell’incidente salta fuori naturalmente, ma lui ci guarda con una specie di sospetto. È la storia di un’altra persona, una storia che lui crede che stiamo impapocchiando giusto un po’”. Ora, mi domando: questa storia dell’incidente è ancora così confusa per il diretto interessato, e tu ne scrivi come se niente fosse? Worth è davvero un semplice oggetto su cui scrivere uno short essay per GQ?

2. Nel saggio che apre la raccolta, i difetti di Sullivan, compresa questa ambiguità etica e quest’assenza di empatia sono presenti tutti insieme, nonostante l’intento di “Su questo rock” sia precisamente l’opposto: un’immersione senza filtri in un festival di rock cristiano per esplorarne la dimensione comunitaria, quella sociale e anche quella religiosa.

Sullivan usa tutti i (buoni e soprattutto cattivi) trucchi stilistici per fare questo reportage:

  • all’inizio è un tamburellare di frasi apodittiche ed elusive a voler dar forma a una captatio benevolentiae così spaccona da risultare simpatica solo a un lettore intimidito: “Non dovrei vantarmi, ma avevo un piano perfetto”, “Una storia niente male per le future generazioni”, “E tra i seguaci di Cristo ce ne sono parecchi di spostati. A lui piacevano così”…
  • mancanza di raccolta di dati: in questo lungo excursus sul rock cristiano Sullivan basa i suoi giudizi sociali su impressioni proprie e altrui, senza mai verificarle o confrontarle con degli studi sul campo, senza mai andare a chiedere all’organizzazione dei comunicati ufficiali;
  • il tono che Sullivan adotta è quello di un intellettuale nella landa dei buzzurri: nonostante il saggio voglia rovesciare questa asimmetria e farci sembrare alla fine come dalla distanza abissale si arrivi a una specie di strana condivisione, sono le piccole notazioni a margine che rendono così inconsciamente spocchioso: non abbiamo mai la sensazione che le persone che incontra gli interessino veramente o che finito di scrivere questo saggio se le porterà nel cuore in un modo o nell’altro, ma – al contrario – è come se messa la parola fine avesse completato il proprio compito sul tema.
  • anche in “Su questo rock” sposta l’obiettivo di 180°: l’occasione della madeleine gli viene quando sul palco salgono i Petra, un gruppo che Sullivan aveva ascoltato da giovane e è il pretesto per una parentesi confessionale sui tre anni di “periodo cristiano” che Sullivan ha attraversato. Ecco, tre anni, un’esperienza probabilmente importante per quantità se non per qualità, ridotti a cinque pagine all’interno di un reportage sul rock cristiano, pagine in cui si leggono battute del tipo “Salvavamo anime come pazzi, accumulando tesori in cielo”. Ma anche qui, il punto è probabilmente la prospettiva etica, ossia l’onestà dell’autore: perché non ci ha detto in partenza che dai diciassette ai vent’anni ascoltava rock cristiano? È credibile che se ne sia ricordato soltanto quando ha visto esibirsi i Petra?
  • quello che rende la scrittura di Sullivan ancora meno libera d’interpretazione, perennemente intrisa di autocommenti da parte dell’autore, è la scarsità di dettagli sensoriali: passiamo giorni e giorni in questo immenso festival rock e gli odori, i colori, i suoni sono ricordati rarissimamente, così come le percezioni corporee: Sullivan sembra voler così bene al proprio cervello di dimenticarsi di avere un corpo
  • la mancanza di capacità empatica sembra quasi una patologia di Sullivan, nel momento in cui alla fine di “Su questo rock” gli capita di veder morire un uomo proprio in faccia: “Era alto, sui sessanta, i pantaloni corti e camicia button-down a maniche corte. E be’… morì. Un infarto gigante. Ero lì, mi cadde ai piedi”. Io non so se vi sia mai capitato di assistere a una scena del genere in vita vostra, ma la reazione emotiva che Sullivan tira fuori da tutto questo è: “Tornai al camper e, come dicono le signore dalle mie parti, caddi a pezzi. Mi misi a piangere e poi per qualche motivo mi fermai. Mi sentivo insensatamente sensibile e solo. Che testa di cazzo ero stato a pensare che il viaggio sarebbe stato una passeggiata. C’erano troppi fantasmi. Tutti sembravano strani e tanto familiari. E in più credo stessi morendo di fame. La carne di rana era stata superba ma scarsa”. Stop. Fine dell’elaborazione.

3. L’informalità con cui Sullivan parla del dolore, irritante quando parla delle sue emozioni, diventa superficialità irrispettosa quando parla di tragedie altrui: è il caso del reportage “In un rifugio (dopo Katrina)”. Ecco come introduce il racconto: “Katrina quasi certamente ha causato la più grande inondazione mai registrata negli Stati Uniti: i numeri ufficiali ancora non ci sono, ma si parla di una decina di metri d’altezza. Molta della gente morta in Mississippi ha perso la vita per la velocità dell’inondazione. Stai lì ad ascoltare il vento alla finestra e ti chiedi se è il caso di scappare, e un attimo dopo cerchi di afferrare i rami più alti degli alberi mentre vieni trascinato via”. Sono solo io a provare disagio di fronte a un uso così indiscriminato della seconda persona nel momento in cui si vuole sintetizzare il senso di una catastrofe?

Alla fine dello stesso saggio, Sullivan infila un apologo in cui sembra provare a empatizzare con la tragedia appena vista: racconta che andando via dai territori devastati da Katrina, vive “un’esperienza alla Mad Max a cui ho ripensato spesso” – un’esperienza dunque post-apocalittica, si direbbe. Sullivan si trova nell’impasse perché ha quasi finito la benzina in una landa quasi priva di distributori e quindi si mette in una lunga fila. La descrizione che Sullivan fa di questa scena è quella di una fine del mondo trasfigurata, passando attraverso un litigio con automobilista che lo accusa di non aver rispettato la coda e andando – a rifornimento fatto – verso un explicit di questo tipo: “La benzina mi ha portato ad altra benzina. Ma per tutto il resto di quell’attesa ho pensato: è così che comincerà, la vera fine del mondo. Gli altri sono nelle macchine, invece di fissarmi e basta, usciranno e si uniranno a lui. Non sarà colpa di nessuno”. Finis. Non è incredibile? Andare a scrivere un reportage sul disastro di un uragano e vedere il presagio della fine del mondo in un tizio arrogante che ti insulta perché l’hai superato nella fila dal benzinaio? Non è terribilmente arrogante, se non insultante?

4. Il saggio migliore di Americani è quello su Michael Jackson, probabilmente perché frutto di un lavoro compilativo e non sul campo. Il ritratto di Michael Jackson che viene fuori non ha niente di particolarmente inventivo, ma nelle venti pagine che gli dedica Sullivan riesce a dare una sintesi efficace di molte delle cose che si sono dette e scritte su di lui. Anche qui però è il finale a lasciare spiazzati, quando dopo aver descritto la parabola di un uomo tutto sommato controverso e infelice, Sullivan conclude: “Non lo compiangeremo. Che lui abbia accettato il suo destino, sapendo fin dall’inizio come la fama l’avrebbe deformato, e proprio ciò che ci libera dal dovere di onorarlo. In questo paese abbiamo la patologia di patologizzare. È una malattia borghese, e facciamo bene a sbugiardarla. Ci lamentiamo che Michael si sia cambiato faccia perché si disprezzava. Magari invece ha amato ciò che era diventato”.

Ha amato ciò che era diventato? Ossia – come lo descrive Sullivan stesso – un uomo con più buchi che pelle, drogato di anestetico? E perché anche se ha scelto il suo destino, compreso il morire per un iperdosaggio di farmaci, non dovremmo compiangerlo? E se “patologizzare è una malattia borghese”, a me – da europeo borghese figlio di un secolo di psicanalisi – viene da dire che quest’affermazione di Sullivan è una proiezione di una sua patologia: proprio la difficoltà di provare pathos. Ci sono sempre le false lacrime, certo, ma sta a noi cercare quelle vere.

5. L’ultimo pezzo, s’intitola “Ehi, Mickey!” e è il resoconto di un viaggio famigliare a Disneyworld, a Orlando, in Florida, la metà turistica più visitata degli Stati Uniti. È un saggio di gonzo-journalism famigliare: Sullivan si muove con la moglie, i figli, e una famiglia di un amico, con il quale proverà a farsi le canne nei pertugi del parco-divertimenti.

Il saggio saccheggia a piene mani dallo stile di Hunter S. Thompson e da quello di Foster Wallace, senza essere né l’uno né l’altro: James Wood sul New Yorker, per esaltare Sullivan, ha detto che “è più affabile del primo e meno nevrotico del secondo”. Al contrario di Wood, io ritengo che Sullivan non abbia la sfrontatezza del primo né la gloriosa intelligenza del secondo. Prova ne sono le espressioni che usa per connotare il tono di questo “Ehi, Mickey!”:

“Questo viaggio veniva messo in conto come regalo per la festa del papà, che per quanto mi riguardava era come se mi avessero sparato un dardo di barbiturici pesanti e portato incaprettato alla mia festa di compleanno”. “Mentre lasciavamo il parco la sera dell’ultimo giorno, è cominciata una pioggia monsonica. Credetemi, era di una violenza eccezionale. […] Era come se un’astronave nera fosse piombata sulla terra nascondendo il sole. […] La nostra carovana su rotaie era sempre costretta a fermarsi, rendendo il temporale ancora più spaventoso, come se ci avessero portati all’aperto per una cerimonia sacrificale, come bersagli da allenamento per un dio offeso”.

La metaforizzazione iperbolica di Sullivan non risulta stucchevole? La sua ambizione non sembra quella di rendere trasfigurato, di stupire, di rovesciare il senso di quello che gli occhi vedono, ma al contrario pare semplicemente rendersi conforme all’immaginario esagerato che è il tono medio che sappiamo un po’ usare tutti quando vogliamo raccontare qualcosa in modo interessante. Quest’esagerazione è scontata, prevedibile, suona falsa. Anche il Wallace della non fiction ha questo difetto, ma è lui stesso che ne trovava l’antidoto: per Wallace – da buono studioso dei post-moderni – l’esagerazione è funzionale a una messa a distanza dell’oggetto narrato. I reportage di Wallace (Una cosa divertente che non farò mai più Tennis, tv, trigonometria e tornado o Considera l’aragosta) sono talmente esagerati che i personaggi non sono più realistici ma diventano iconici, cartooneschi, romanzeschi, fumettistici. Wallace aveva capito che era l’unico modo che aveva per poter parlare di persone reali mettendoci della pietas nel suo sguardo ossessivo e chirurgico: farne invenzione, complicarli parossisticamente, farli esplodere, renderli talmente distanti da un approccio superficiale che immagino che le persone stesse raccontate da Wallace avranno letto quei loro ritratti come altro da sé, prototipi di un’umanità immaginaria e meravigliosa.

Inoltre – e qui veniamo per me al punto chiave – i danni inconsapevoli che ha prodotto Wallace negli scrittori contemporanei sono infiniti. L’esibizione della propria disinvoltura sulla pagina, l’intelligenza analitica applicata ai fenomeni più masscult possibile hanno un senso solo se di questa cultura pop se ne svelano le contraddizioni, solo se la diagnosi minuziosa ci porta verso un piano di riflessione politica, religiosa, esistenziale. Wallace è capace di parlare di vocabolari e essere uno scrittore politico, o di primarie repubblicane e è essere uno scrittore esistenziale. Ma questo talento non è solo germinale, ha una premessa che sta nella prospettiva: Wallace è critico nei confronti della società dei consumi, in quasi qualsiasi intervista ripete che la sua generazione è cresciuta con la menzogna che il consumismo e la realizzazione dei desideri dell’individuo avrebbero garantito la felicità, e la sua scrittura è un tentativo continuo di sbugiardare quest’illusione.

La sensazione che ho provato leggendo Americani è quella di uno scrittore che nuota bene nel mondo del consumo culturale di alto livello, che non farebbe nulla per cambiare le cose come sono, che non è interessato a un’altra dimensione. Uno scrittore senza demoni. Che per me vuol dire un non-scrittore. 

@christianraimo