Cultura STAMPA

Alain Resnais,
il maestro

Il regista, padre della Nouvelle Vague, è morto a 91 anni, e lascia il rimpianto di non aver ancora visto tutto quel che aveva da raccontare, anche se nemmeno l’Academy si è ricordata di lui
Alain Resnais, il maestro

Non avete ancora visto niente. È il titolo dell’ultimo lungometraggio di finzione di Alain Resnais, ed è la chiave di lettura di tutta la sua cinematografia. Pochi, come Resnais, hanno saputo reinventare il linguaggio cinematografico senza mai fermarsi, anche quando l’età avanzava e gli acciacchi della vecchiaia lo rendevano simile a una statua. Ma la testa rimaneva lucida e vigile, l’occhio sul mondo attento, la capacità di comprendere e riprodurre la complessità della natura umana sempre intatta.

Alain Resnais è morto a 91 anni, e lascia il rimpianto di non aver ancora visto tutto quel che aveva da raccontare, anche se nemmeno l’Academy si è ricordata di lui, non inserendolo nel lungo elenco di necrologi snocciolato durante la cerimonia di consegna degli Oscar, che citava invece molti nomi francamente oscuri ai più.

Innanzitutto bisogna rammentare che Resnais era, prima ancora che un regista di film di finzione, un documentarista e un montatore. Il suo talento per l’osservazione si è sviluppato filmando la realtà così com’era, e cogliendo le trame nascoste nell’apparente casualità degli eventi e dei rapporti. La capacità di decostruire quelle trame è cresciuta invece montando quei documentari, e Resnais ha capito come il montaggio fosse davvero una seconda scrittura anche più fedele al vero, nella sua essenza, della realtà filmata. Non è un caso che, una volta divenuto regista di finzione, Resnais non abbia mai voluto cedere le redini di montatore, ricostruendo alla moviola (prima che al computer) tutti i suoi film.

Alain Resnais concepiva il cinema come artificio e si prendeva ogni libertà narrativa, innovando continuamente nei dialoghi (addirittura sostituiti dalle canzonette in Parole, parole, parole), nei tempi narrativi (L’anno scorso a Marienbad), nella linearità della trama (Smoking/No smoking, che precede di ben cinque anni Sliding Doors). Aveva uno sguardo da entomologo sui suoi personaggi, spesso interpretati dagli stessi attori, come a testimoniare che la ricerca in vitro si può applicare agli stessi campioni ottenendo sempre risultati diversi (e del suo interesse per l’approccio scientifico è testimone Mio zio d’America, film delizioso che esponeva le teorie di uno psicologo francese come Robert Altman faceva discettare il suo scienziato di ornitologia in Anche gli uccelli uccidono).

Da Hiroshima Mon Amour, il suo primo lungometraggio di finzione, a Stavisky il grande truffatore, da Melò agli ultimi esperimenti cinematografici Cuori e Gli amori folli, Resnais mescolava ricerca semantica e poesia, profondità abissale e leggerezza impalpabile, giocosità infantile e saggezza millenaria. E usava la moglie-musa Sabine Azema, gli amici di sempre Pierre Arditi e André Dussollier, la coppia di sceneggiatori Jacri  per comunicare emozioni caleidoscopiche non confinate ad età, sesso, circostanze.

Alcuni pensavano che facesse teatro al cinema, per la staticità e l’artificio di certe sue messe in scena, ma era puro cinema la nevicata in interni di Cuori, così come era puro cinema il volo di Marguerite ne Gli amori folli. Perché Resnais amava la Settima arte, che aveva rivoluzionato da seguace della Nouvelle Vague e continuato a rivoluzionare anche dopo che molto suoi illustri colleghi avevano gettato la spugna della sperimentazione e si erano seduti sugli allori del passato.

Non avete ancora visto niente. E ora purtroppo, almeno da lui, non vedremo nient’altro. Ma possiamo rivedere all’infinito ciò che è rimasto sulla pellicola, perché anche lì non abbiamo saputo vedere abbastanza, o meglio: non ci siamo accorti fino in fondo di quanto c’era di prezioso e poetico in questo ragazzo di oltre novant’anni.

@cinecasella

TAG: