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“La grande bellezza” dell’Oscar

Sorrentino ringrazia Fellini, i Talking Heads, Scorsese e Maradona: «Sono stati loro le mie fonti d'ispirazione». Miglior film "12 anni schiavo", la regia a Cuaròn. Miglior attore Matthew McConaughey, miglior attrice Cate Blanchett. Il regista di "Il lupo di Wall Street" grande escluso
"La grande bellezza" dell'Oscar

Per il resto del mondo, l’86esima cerimonia di consegna dei premi Oscar sarà ricordata come quella in cui la presentatrice Ellen DeGeneres ha consegnato tre pizze alle superstar in sala e in cui si è fatta un selfie insieme a un gruppo in cui spiccavano Meryl Streep, Brad Pitt e Julia Roberts (ma compariva anche lo sconosciuto fratello di Lupita N’yongo, la giovane kenoyta che ha vinto il premio come miglior attrice non protagonista: indubbiamente, l’imbucato dell’anno). Selfie che ha infranto il record di Obama come il più ritwittato nella storia dei social network.

Ma per noi italiani questa è l’edizione in cui Paolo Sorrentino, 15 anni dopo Roberto Benigni con La vita è bella, ha vinto l’Oscar al miglior film straniero con La grande bellezza, ringraziando Federico Fellini e i Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona. «La grande contentezza», ha twittato subito Paolo Virzì, prima di dare la buonanotte agli internauti. E davvero è stato un bello spettacolo vedere Sorrentino fra Toni Servillo e il produttore Nicola Giuliano in piedi sul palco del Dolby Theatre, con lo zio Oscar in mano.

Chi di noi è rimasto in piedi a guardare ha avuto una sola grande sorpresa: il trionfo di Alfonso Cuaròn per Gravity, che porta a casa 7 premi, fra cui quello alla regia. I premi “tecnici” li avevamo previsti, ma non speravamo che l’Academy facesse diventare Cuaròn «il primo latinoamericano a vincere come regista negli 86 anni della storia degli Oscar», come ha twittato un fan ispanico. E in effetti siamo anche noi felici che un outsider messicano che ha sempre sperimentato nel cinema, anche all’interno dei format più tradizionali (ricordate il suo Harry Potter e il prigioniero di Azkaban?), abbia conquistato tutti quei premi per un film che combina alta tecnologia e humanitas, oltre a mettere al centro una donna e il suo essere donna, oggi. Cuaròn è così figo che, nel ringraziare i produttori della Warner Brothers, li ha definiti wise guys (“quei bravi ragazzi”, per citare Scorsese), e poi ha “corretto” con wise men, ovvero uomini saggi.

Ci dispiace però che torni a casa a mani vuote il grande Martin Scorsese, che ha saputo rinnovarsi ancora una volta e confezionare una delle critiche più radicali e iconoclaste al sistema capitalistico americano (e mondiale) con The Wolf of Wall Street. Non solo lui è stato snobbato per film e regia, ma sono stati ignorati anche l’attore protagonista Leonardo DiCaprio e il non protagonista Jonah Hill, quest’ultimo a favore di un Jared Leto il cui premio, diciamolo, sa di contentino di Hollywood alla comunità gay (che di ben altre performance si può fregiare, compresa l’ottima presentazione della serata da parte di DeGeneres, così spiritosa da fregarsi il burro di cacao di Lupita N’Yongo e infilarselo vistosamente nella tasca dei pantaloni).

L’altro grande perdente della serata è stato American Hustle, e qui ci dispiace di meno, perché abbiamo già scritto che il film, pur gradevolissimo e assai ben recitato, era una furbata, superata di gran lunga dal Lupo di Scorsese come critica all’etica del denaro facile.

Trionfo annunciato, nell’era del racially correct, per 12 anni schiavo, film importante e molto più cinematograficamente innovativo di quanto sembri all’apparenza, ma premiato con il massimo riconoscimento – miglior film – soprattutto per la sua valenza simbolica di mea culpa dell’America bianca (quella che vota agli Oscar) per quei 300 anni di schiavitù che hanno ancora conseguenze sul presente (vedi il film Fruitvale Station, non a caso ignorato dalle nomination perché ricorda all’America che razzista lo è ancora, eccome).

«Non mi sfugge il fatto che la mia grande gioia di oggi nasca dalla più grande sofferenza di ieri», ha detto Lupita N’yongo ritirando la sua statuetta con la stessa inscalfibile dignità della sua Patsey in 12 anni schiavo. Ed elegante è stato anche il discorso dello sceneggiatore John Ridley, che pure ha vistosamente snobbato il regista Steve McQueen sia nell’avvicinarsi al palco del Dolby Theathre che nel bypassarlo nel suo discorso di ringraziamento. Molto più banale e retorica la scelta di far consegnare a McQueen e al suo cast la statuetta da Will Smith, quando se proprio bisognava mettere in scena un passaggio “da nero a nero” c’era in sala Sidney Poitier che avrebbe rappresentato una staffetta artistica ed etnica molto più significativa. Qualcuno poi può spiegarci perché la mamma di McQueen stava in piedi in fondo alla sala, confinata come Rosa Parks sul retro dell’autobus?

Meritatissimi infine i premi a Matthew McConaughey come miglior attore per Dallas Buyers Club e a Cate Blanchett come miglior attrice per Blue Jasmine, premio che lei ha accettato ricordando a Hollywood che un film con due donne protagoniste può guadagnare molti soldi, anche perché a pagare il biglietto sono le spettatrici, «che i soldi ce li hanno».

@cinecasella

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  • Davide Cerlini

    Grazie, Paola, per il “bel” pezzo. E quando l’Italia del cinema (e non solo…) parla di “bellezza”, semplicemente, vince, ora con “La grande bellezza” come 15 anni fa con “La vita è bella”.