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Il brand Roma seduce gli americani

La Roma dipinta da Sorrentino e la cialtroneria spaccona che racconta corrisponde all'idea di italianità che hanno all'estero
Il brand Roma seduce gli americani

Perché i giurati dell’Academy sono rimasti conquistati da La grande bellezza? Proviamo ad elencarne i motivi. Il primo è il respiro ampio di un film che non ha paura di mostrare una visione d’autore magniloquente, caratteristica che, dal punto di vista degli americani, era venuta a mancare nel nostro cinema.

Il secondo è che La grande bellezza mostra una Roma incantata e avvolta in una luce caramello non dissimile, nella valenza estetica, da quella filmata da Woody Allen nel suo To Rome With Love. Certo, Allen ricercava l’effetto cartolina proprio del turista americano che di Roma vede solo l’aspetto “pittoresco”. Sorrentino invece, pur conservando uno sguardo da outsider, ha comunque una conoscenza profonda di ciò che racconta che rende anche la sua inquadratura più oleografica ricca di sottotesti e di segreti (del resto è lui, il custode delle chiavi raccontato nel film).

Ma il risultato, dal punto di vista dell’americano medio, è lo stesso: il brand italiano, e la Capitale come meta turistica, vengono riproposti con la spinta del cinema d’autore, com’era già successo per La dolce vita. Se le griffe di moda e le case cosmetiche affidano i loro spot ai grandi registi e pretendono location iconiche come Parigi o New York, La grande bellezza “vende” Roma come un profumo esotico o un abito d’alta moda.

E qui subentra il terzo motivo per cui La grande bellezza piace agli americani: perché cavalca l’effetto nostalgia, dipingendo Roma (e per estensione l’Italia) come gli americani la immaginano e come l’ha descritta il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta. Lo stesso Sorrentino dal palco del Dolby Theatre ha citato Fellini come ispirazione, e l’eco de La dolce vita è fortissimo tanto nel suo film quanto nell’inconscio collettivo del mondo.

Anche gli italiani raccontati da La grande bellezza sono parenti di quelli che frequentavano via Veneto, e il loro benessere apparente rassicura il pubblico americano perché contrasta l’immagine di mestizia che le cronache italiane comunicherebbero, se solo negli Stati Uniti leggessero davvero le notizie che provengono dall’Italia. E il cafonal così ben rappresentato da Sorrentino, che apparenta i parvenue ai radical chic, corrisponde non solo all’idea che dall’estero si sono fatti dell’Italia di Berlusconi, ma anche a quella che hanno in generale dell’italianità: la cialtroneria spaccona, l’edonismo gaudente, la passione per le gozzoviglie che, dicono, ci contraddistingue dai tempi della Roma imperiale.

La Roma (e l’Italia) di Sorrentino è quella che l’America ama per la sua grande bellezza e che lo diverte per la sua teatralità. Ma se La grande bellezza fosse solo uno spottone per aumentare il traffico turistico (cosa che sta già succedendo) o uno spettacolo folkloristico non avrebbe quel respiro ampio e profondo di cui parlavamo all’inizio. Lo sguardo di Sorrentino comunica amore per la Città eterna ma anche indignazione per il suo degrado, senza dimenticare che l’aspetto decadente di Roma fa parte del suo fascino, pericoloso come la tela del ragno.

@cinecasella

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