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Amity Gaige e una nuova coppia on the road

Si sente molto l'influenza di David Foster Wallace nel nuovo romanzo della scrittrice americana, “Il sogno di Schroder”
Amity Gaige e una nuova coppia on the road

Eric Kennedy si chiama in realtà Erik Schroder. Non è cresciuto a Cape Cod come dice, ma ha trascorso l’adolescenza a Dorchester, Massachusetts. Non è affatto americano, ma è nato nella Germania divisa dal Muro. Si innamora però, sì, di una ragazza americana, Laura. A Laura dirà di chiamarsi Eric Kennedy e altre menzogne varie, tuttavia: l’amore, i primi anni di matrimonio vissuti come luna di miele e la figlia renderanno la sua vita così felice che non avrà più bisogno di inventarsene un’altra finta. Almeno per un po’ di tempo.

Al terzo libro, la scrittrice americana Amity Gaige ha dato vita a un romanzo narrato da una voce maschile ed è una lunghissima apologia diretta alla moglie: «Provo un senso di gratitudine, dico sul serio, e anche malinconia, per il fatto che tu, Laura, fossi così bella». Quando la vicenda inizia, il matrimonio di Eric e Laura è già andato in crisi. «È strano quanta cautela vi sia prima del divorzio. È tutto un traccheggiare, nessuno vuole fare la parte del cattivo. Tuttavia, appena partono le dichiarazioni di guerra e il dado è tratto, inizia una lotta disperata per il potere, e la galanteria va a farsi benedire».

Per un po’, Eric spera nella riconciliazione. Ma un giorno decide di fare un viaggio con la figlia: l’adorabile, alta, intelligente e ironica Meadow.

Tutte le volte che dei personaggi letterari si mettono in macchina per un vagabondaggio americano sono scortati da Humbert Humbert e Lolita, dalla famiglia Joad di Furore, da Sal Paradise e Dean Moriarty di Kerouac, da Hunter S. Thompson nella Chevrolet rossa diretto a Las Vegas, ed è in mezzo a questa carovana che si ritrova il lettore di Il sogno di Schroder di Amity Gaige (Einaudi, pp. 280, euro 19,50).

Se per gli scrittori irlandesi è facile scrivere buona letteratura – basta che sollevino gli occhi e descrivano il loro cielo – per gli americani è sufficiente raccontare il paesaggio che corre oltre i finestrini. Al massimo devono fare carburante, dare gas al motore, e fermarsi in qualche motel.

Questa nuova coppia on the road ha un equilibrio perfetto: «Tutto bene là dietro?», chiede il padre, «in verità ho sete», risponde la figlia. A bordo della Mini Cooper arrivano a Lake George in piena primavera («la primavera è sempre un po’ come una vittoria, – dissi. Hai come l’impressione di essertela meritata») e le giornate sono splendide: i gabbiani si librano sul loro battello, si alza un vento delicato «una giornata come questa non dovrebbe finire mai. Dovremmo poterla conservare», dice il padre.

Nel romanzo affiora il passato di Eric, i suoi genitori misteriosi e la separazione tra le due germanie viene letta come un divorzio.

Riemergono ricordi del matrimonio con Laura e intanto la polizia cerca Eric perché ha superato il limite di ore da passare con la figlia.

Servono cinque giorni di viaggio – tra le luci di Plattsburgh, il pollo fritto, l’ingresso nel Vermont, Lake Champlain che luccica oltre le betulle bianche, i Canadian Club mandati giù da lui e gli Shirley Temple bevuti da lei – perché Eric si prenda una cotta per una certa April dalle belle gambe lunghe e perché la figlia pronunci una fatidica frase: «Voglio la mia mamma», seguita da un’altra considerazione definitiva: «Sei cattivo».

Da quando David Foster Wallace ha fatto suoi tutti i picchi e i mulinelli stilistici della letteratura americana che l’aveva preceduto, non si contano gli scrittori che sono rimasti influenzati dal suo modo (deformante) di mettere la realtà sulla pagina. Amity Gaige, come Donald Antrim, rimbomba ancora di quel boato che è stato Wallace. È deformato lo spazio («il corridoio non finiva mai»), il tempo («non mi ricordo quanto tempo passò. Quindici minuti. Quindici anni»), i suoni («sentivo il rumore dell’acqua che cadeva sulla testa di mia figlia»), i colori («i fari erano accecanti»), e tutto la realtà. Si incontrano qui frasi che dovrebbero avere il copyright di Wallace, come «avvertivo i colpi energici delle mie palpebre sulla superficie della retina», o «la voce del mio amico veleggia verso di me».

Fortunatamente, nei casi migliori, e rari, oltre allo stile di Wallace qui è rimasta anche un po’ della sua umanità. Il sogno di Schroder (bello, pieno di guizzi, perfettamente montato) è ludico ma con un nucleo drammatico. La fine di un amore e lo strazio di un padre procedono verso un finale sempre più tragico: «Volevo solo passare un po’ di tempo con mia figlia, capisci? Volevo solo fare una vacanzina con mia figlia. Che male c’è? Sono suo padre».

@FrancescoLongo

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