Cultura STAMPA

Mai capito l’8 marzo

La festa della donna si riduce spesso un'occasione di ridurre il femminismo a questione femminile, a una logica compensativa, come sulle quote rosa. Ma è questo il suo senso?
Mai capito l'8 marzo

Non mi sono mai piaciute le mimose. Il gesto di comprarle dall’immigrato al semaforo e portarle in classe da ragazzino mi lasciava semplicemente palesarsi un’asimmetria simile a quella che avrei dovuto cancellare simbolicamente. Le mie compagne, figlie di famiglie borghesi che mi dicevano: «Beh, a me non me l’hai portata la mimosa?»; i miei quasi coetanei maghrebini o albanesi che si incartavano affannati tra lo scatto di un verde e l’altro per tagliare i rametti gialli.

Mai capita la festa della donna, forse perché sono fortunatamente cresciuto in una famiglia che a proposito di parità si riconosceva tacitamente in delle pratiche sostanziali e non delle forme: per dire, mio padre si occupava dei figli, faceva la spesa e le lavatrici, cucinava, raccoglieva e stendeva i panni, stirava…: forse, oggi che non c’è più, ricordare il modo in cui badava alla casa lo imbarazzerebbe, ma sono convinto di essere stato fortunato: semplicemente uno degli esempi più cristallini dal punto di vista pedagogico che ho avuto.

Insomma, come ogni anno, da quando sono piccolo, mi chiedo se abbiamo bisogno di una festa della donna. Festeggiando l’8 marzo, forse mi sono emancipato certo, almeno un po’. Ho imparato, nel tempo, la motivazione di un momento del genere, la sua origine storica, la sua rimodulazione negli anni, e ho visto come le più semplici battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali delle donne siano sempre faticosissime… Autodeterminazione, consapevolezza, memoria e pratica del femminismo: sono ancora elementi alieni per buona parte delle donne in un’Italia, dove l’educazione al maschilismo e alla disparità dei sessi, è spesso ancora la norma.

Eppure questa semplificazione – la festa della donna, la festa, la donna – mi continua a lasciare perplesso, non per anticonformismo. Piuttosto, provo una sensazione simile a quella nei confronti della giornata della memoria. E non si tratta meramente di un consumismo della ricorrenza: se fosse così, basterebbero quelli che alla vieta retorica della giornata di riflessione rispondono in modo abbastanza lapalissiano che dobbiamo fare memoria per i restanti 364 giorni, o avere a cuore i diritti delle donne per gli altri 364 giorni…

L’idea è piuttosto che i simboli stabiliti socialmente servono se il loro significato riesce a essere trasparente. E qual è il significato della festa della donna? Qual è il significato oggi di una festa della donna, che non sia fagocitata nel gorgo delle ricorrenze, o neutralizzata dalla onnipossibilità delle interpretazioni, degli usi simbolici?

Il significato politico di una festa starebbe nella sua ritraduzione rispetto al contesto attuale. La domanda “Cosa vuol dire combattere oggi a favore dei diritti delle donne?” mi porta a fare mia una domanda che pone Judith Butler in Questioni di genere (un libro incredibilmente venticinquenne): «Esiste qualcosa di comune tra le “donne” che pre-esiste alla loro condizione di oppressione oppure le donne hanno un legame tra loro solo in virtù della comune oppressione? Esiste una specificità delle culture delle donne che non dipende dalla subordinazione indotta dalle culture egemoniche maschiliste?». Ossia, detta in termini più cafoni, esiste una comunità di donne indipendente dal credito nei confronti degli uomini? E questo debito oltre che ripagarlo in termini di mimose e di discorsi enfatici sulla rilevanza storica delle donne, in quale altro modo viene compensato? Non è questo credito già all’interno di una logica di commercio tutta maschilista? E dunque, per esempio, le quote rosa non rientrano in questo scambio?

Combattere per i diritti di qualcuno da un punto di vista politico ha per me un senso se si tratta di difendere i diritti degli oppressi, dei non liberi. Nel caso dell’8 marzo, è così? Sono scettico, e proprio da un punto di vista dell’efficacia politica. Negli ultimi anni ho spesso assistito a uno strano paradosso: la nozione del concetto di “donne” ha spesso dato meno forza agli scopi femministi. E non dico questo soltanto, prendendo il punto di vista della Butler, e volendo sostituire il concetto di sesso a quello di genere; ma constatando che spesso le battaglie femministe che hanno successo politicamente sono proprio quelle in cui la divisione uomini/donne viene ripensata.

Mi spiego: il femminismo è stato ed è una straordinaria palestra politica, e il fatto che gli uomini abbiano imparato poca o nulla da questa pratica, ha di fatto portato, più che a un riconoscimento delle donne, a un disconoscimento degli uomini. Molti maschi oggi si trovano spesso in una condizione di sudditanza speculare a quella delle donne cinquant’anni fa: precarizzazione del lavoro, impossibilità di autodeterminazione, mancanza di rappresentanza… Una cosiddetta femminilizzazione, dove per “femmina” si intende il debole – sì fanno schifo anche le definizioni…

E allora, ancora oggi, invece di rileggere il femminismo, invece di legittimare un modello di discorso politico che parta dal corpo, dal sé, dalle relazioni, l’8 marzo è spesso un’occasione di ridurre il femminismo a questione femminile, o ancora a una questione di asimmetria, di donne che rivendicano cose agli uomini… La lettera bipartisan sulle quote rosa ha questo esito: ridurre la forza teorica del femminismo a una percentuale, ridurre la sua capacità problematica a una semplificazione; allo stesso modo è accaduto sulla legge contro lo stalking o sul cosiddetto femminicidio: la logica passata è quella compensativa – una logica storicamente maschilista.

Sarebbe bello allora se – quando ci sentiamo progressisti e ci ricordiamo in quale società viviamo – invece di limitarci a celebrare il pantheon di quelle figure di donne che sono state le stelle polari del movimento femminista nel Novecento, da Virginia Woolf a Rosa Luxembourg, da Rosa Parks a Angela Davis, il pensiero delle femministe venisse usato politicamente, che entrasse a far parte dell’armamentario politico di base. Che Luce Irigaray o Simone De Beauvoir, Julia Kristeva o Monique Wittig, Bell Hooks o Beatriz Preciado, siano nomi citati, criticati, centrali nella pratica politica quotidiana, non santini da recuperare nelle ricorrenze. Voi avete mai sentito un politico italiano utilizzare Carla Lonzi? Non parlare in modo ampolloso dell’importanza delle donne o stigmatizzare la violenza di genere, ma utilizzare il pensiero femminista? Notate la differenza?

Ci sarebbe una modesta proposta da fare, visto l’accento che giustamente Matteo Renzi ha dato alla scuola nel suo discorso d’insediamento: che l’anno prossimo nelle medie e nei licei si studi il pensiero femminista. Se proprio dobbiamo interpretare la politica come un baratto, in nome di questo tipo di educazione si può comodamente rinunciare all’8 marzo. Altrimenti, vi basti la mimosa.

@christianraimo

  • Paolo Scatolini

    giuste riflessioni. Personalmente quando mi capita di leggere riflessioni diversissime come quelle di Preciado e Lonzi ho la sensazione di trovarmi davanti ad una cervellotica sega mentale comunque non so se i nostri politici sarebbero in grado di capirle, dubito della loro capacità di capire un sacco di cose pure più “semplici”