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Bellezza e green economy, la forza del Jobs Act

Le scelte che l’esecutivo Renzi farà domani andranno valutate dalla credibilità dei numeri, ma anche dalla direzione di marcia che proporranno all’Italia, dalla capacità di mobilitare energie vitali

Per dirla con una metafora dell’inizio del secolo scorso abbiamo bisogno del pane ma anche delle rose. Le scelte che il governo Renzi farà domani, il Jobs Act, andranno valutate dalla credibilità dei numeri, ma anche dalla direzione di marcia che proporranno all’Italia, dalla capacità di mobilitare energie vitali.

Giusto partire da una riduzione del cuneo fiscale, in Italia altissimo, e giusto orientarsi a concentrare la riduzione soprattutto sui redditi più bassi. Non solo per ovvie ragioni di equità, ma perché l’effetto sarà più avvertibile per le famiglie e per la ripresa del mercato interno, che è il vero grande malato italiano. L’Italia non è infatti, contrariamente a molti luoghi comuni, un paese incapace di competere e il nostro costo del lavoro rimane, nonostante l’abnorme tassazione, inferiore a quello dei maggior paesi europei, a cominciare dalla Germania. Siamo infatti uno dei soli cinque paesi al mondo che vanta un surplus manifatturiero superiore a cento miliardi di dollari: gli altri sono Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud.

Questo dipende, innanzitutto, dalla capacità di molti imprenditori, dalla qualità del lavoro, dalla spinta che viene dai territori, dalle comunità, dai nostri cromosomi. E una delle misure più importanti e non costosa per rafforzare la nostra economia, oltre all’alleggerimento della soffocante pressione burocratica, è sicuramente la difesa a tutti i livelli del made in Italy, chiesta con forza anche dalle piccole medie imprese e un loro accompagnamento nel mondo. Il nostro Pil è però crollato a causa della depressione del mercato interno, fiaccato dalle politiche di austerità, dalla mancanza di lavoro, dall’impoverimento di tante famiglie, dalla paura del futuro.

Se l’obiettivo è produrre, in tempi brevi, nuova occupazione non bastano però né l’alleggerimento del carico fiscale né nuove regole del mercato del lavoro, seppur necessarie. Anche se aiutata, la mano invisibile del mercato da sola non è sufficiente. È necessario indicare una strada immediatamente percorribile. Scommettere sulla qualità, sull’innovazione, sulla cultura, sulla green economy. A partire da un settore come l’edilizia che più ha pagato il prezzo della crisi e che più è chiamato a cambiare per affrontare il futuro.

Il cuore del Jobs Act diventa allora proprio quell’investimento annunciato di dieci miliardi di euro nelle scuole e le altre iniziative in atto e possibili per puntare, da subito, su una nuova politica per il territorio, per la casa, per le città. A cominciare dalla stabilizzazione ed estensione del credito di imposta e dell’ecobonus che l’anno scorso è stata la misura di gran lunga più efficace per produrre lavoro: secondo i dati del Cresme e del servizio studi della camera ha prodotto circa 19 miliardi di investimenti privati e oltre 280.000 posti di lavoro tra diretti e indotto, spingendo all’innovazione tutta la filiera.

Molto è possibile fare rendendo più efficace questa misura e coinvolgendo altri settori, dall’edilizia sociale all’insieme del patrimonio abitativo. Del resto, come ricorda un importante rapporto di Ance, Legambiente e Consiglio nazionale degli architetti, i consumi energetici delle abitazioni in Italia valgono circa 45 miliardi di euro all’anno, oltre dieci volte la manovra sull’Imu, che troppo a lungo ha ipnotizzato la politica. Nelle sole scuole, il 60 per cento delle quali è stato costruito prima dell’emanazione delle norme antisismiche, si consuma ogni anno energia per 1.3 miliardi di euro.

Abbattere questi costi con misure di efficienza energetica e utilizzando fonti rinnovabili è possibile e conveniente dal punto di vista economico. Produce lavoro orientato in direzione dell’ambiente e della qualità e combatte il consumo di territorio. È una delle richieste, giuste, che peraltro avanza l’Europa: entro aprile siamo a chiamati a presentare, come gli altri paesi dell’Unione, un piano per l’aumento dell’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati esistenti. Sarebbe utile non farne un atto casuale e burocratico, non coordinato tra i vari ministeri. Anche perché il “Quadro comunitario di Sostegno 2014-2020” mobilita risorse per 20 miliardi di euro per contrastare i mutamenti climatici, sia per quanto riguarda la mitigazione che l’adattamento. Spenderli bene può rappresentare un ulteriore volano per affrontare la crisi e produrre una nuova politica per la casa e per le città.

Coinvolgere poi Renzo Piano nella qualificazione delle scuole è un segnale importante: ricordo una sua bella intervista in cui identificava proprio nel rapporto tra bellezza e green economy le caratteristiche vincenti dell’economia italiana. Quella che a me piace chiamare soft economy.

Coldiretti ha segnalato in questi giorni che quindici anni fa la vittoria del premio Oscar di Roberto Benigni con la Vita è bella produsse un aumento del 15 per cento dell’export agroalimentare e del 4 per cento delle presenze dei turisti stranieri. Non so se la Grande Bellezza di Sorrentino otterrà effetti simili. Non so se la stessa Expo Milano 2015 potrà aiutare.

Quello che so è che solo un’Italia orgogliosa ed ambiziosa, un’Italia che fa l’Italia, può produrre un futuro migliore. Il successo del governo Renzi è oggi indispensabile per questa sfida. Come ha sintetizzato in un bel tweet Paola Turci mentre Renzi era da Fabio Fazio «è un’Italia ferita raggirata offesa impoverita. Credere di nuovo non è facile… Ma se fosse vero che vuol fare… Sarebbe la primavera».

@erealacci

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