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Davide Orecchio in stato di grazia

Arriva dopo due anni di distanza dai racconti acclamati di "Città distrutte" il nuovo romanzo dello scrittore: "Stati di grazia"
Davide Orecchio in stato di grazia

Lo sforzo poderoso di Davide Orecchio è quello di chi ha bisogno di comporre una storia spostando sempre più in là fili man mano più intricati e indistinguibili, come una trama prodotta da un macchinario dalla complessità abnorme, fatto di ingranaggi e denti di metallo e olio a fiotti, opera di ingegneria letteraria nutrita di geografia e di memoria.

Stati di grazia (il Saggiatore), il romanzo che arriva a due anni di distanza dai racconti acclamati di Città distrutte, è tra gli esempi di narrativa più ambiziosi apparsi in Italia negli ultimi anni. E quest’ambizione si risolve in un risultato realmente straordinario. Orecchio ha scritto un grande libro, che sarà da subito un riferimento.

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L’autore romano non abbandona la formula fortunata di Città distrutte. Le “biografie infedeli” di allora ritornano in un gioco di incastri e sovrapposizioni che sanno conferire all’insieme la natura di romanzo, senza rinunciare mai alla propria forza elementare e alla propria autonomia. I personaggi che si affastellano, repliche e combinazioni nella finzione di vite reali ascoltate o studiate, hanno in comune tratti di vita, di luoghi e di tempi, e il cerchio narrativo finisce per chiudersi non necessariamente ma propriamente, non amalgamando ma amplificando quelle forze particolari.

La Sicilia del 1955, la vicenda del maestro scoraggiato Paride Sanchis, sono il punto di partenza di un percorso che si svolgerà principalmente in Argentina, l’Argentina ingiusta e a lungo terribile che venne dopo Perón, l’Argentina della democrazia falsificata e della dittatura fattasi paradigma. L’Argentina delle lamiere di Buenos Aires e delle piantagioni di canna da zucchero del Nord, degli operai e degli studenti, dei torturatori e dei torturati, colpevole di molte colpe e non ultima quella di riuscire a confondere non solo ordine e sopruso, ma anche e soprattutto i ricordi.

Le donne e gli uomini di Orecchio scappano e soccombono senza quasi riuscire a combattere, cadono e si rialzano, e pietosamente e umanamente si illudono sempre o quasi sempre, e sempre o quasi sempre vivono la mortificazione delle proprie illusioni. Le donne e gli uomini di Orecchio non sanno affidarsi all’amore, perché l’amore tradisce e percuote, nelle società sbagliate e ingiuste l’amore si perde prima ancora di consumarsi, e se non si perde subisce il destino di essere strappato. Le donne e gli uomini di Orecchio ci provano con la politica e l’ideologia, ma in fondo, più di ogni altra cosa, sembra emergere soprattutto la meschinità umana, la debolezza intima di tutti.

E la lingua è febbrile, difficile, satura. È colma di eccezioni, di ossessivi ritorni, di paranoia. È una lingua notturna, che può smarrire presenti e passati, che si incaglia e affatica.

Stati di grazia è un romanzo sfiancante e bellissimo, al quale non si può rimproverare nulla se non il dolore di cui è intriso. Ma quello dipende dalla storia, dipende dagli uomini, dipende da noi. E l’azzardo di raccontare il tragico incedere dell’Argentina del secondo Novecento, considerando i tanti racconti già fatti, e considerando il sangue e la distanza, premia Orecchio ancora di più. Livelli altissimi.

@giovdoz

 

 

 

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