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Non basta solo la forza trainante di un leader

Privo della forza che deriva dal voto, Renzi costruisce la propria legittimità correndo, dichiarando, lanciando guanti di sfida. Ma servirebbe una task force

La velocità, la sorpresa, la determinazione. E lo spaesamento che creano. L’interpretazione dei sentimenti di avversione verso un ceto politico “rentier”, la sfida lanciata ai mandarini e alle corporazioni (sindacato compreso), il messaggio semplice che è arrivato il momento di fare quanto – anzi, meglio e di più – è stato fino ad ora soltanto promesso. E quel misto di speranza e curiosità che generano in un popolo stanco e scettico.

Privo della forza che deriva dalla sanzione elettorale, Matteo Renzi costruisce in questo momento la propria legittimità agli occhi del paese correndo, dichiarando, incontrando, lanciando guanti di sfida. Ripete ossessivamente quali sono i nemici (quelli che dicono «si è sempre fatto così») e quali sono le soluzioni (semplificare, cambiare, tagliare, rivoluzionare), spesso generiche nei contenuti, ma nette nell’evocazione di una strada tutta nuova che si vuole percorrere.

Sarebbe sciocco e stupidamente riduttivo liquidare tutto questo come fumo negli occhi. La parola può essere performativa, produrre conseguenze in virtù del suo essere semplicemente pronunciata. E nella politica mediatizzata e spettacolarizzata dell’epoca contemporanea questa potenzialità aumenta in modo esponenziale. La parola sorretta dall’immagine decisionista, dall’apparire laddove bisogna essere, dall’accompagnare il discorso pubblico con l’ubiquità, è parola ancora più potente. E nell’oggi italiano questo può indebolire le opposizioni al cambiamento, gli interessi costituiti, i portatori di privilegi pagati dalla comunità. In altre parole, indebolisce chi è via via sempre più delegittimato da un discorso pubblico che il leader Renzi contribuisce in maniera significativa a plasmare.

E non si tratta, attraverso questa strategia, banalmente di affrontare le prossime elezioni europee, ma di sorreggere un’azione di governo, di un governo nato e avviato in modo molto discutibile e che per questo ha inizialmente destato anche nell’opinione pubblica non poche perplessità.

Ma tutto ciò non basta per rivoluzionare un paese e ricostruirlo. È utile (non sufficiente) per aggredire le incrostazioni. Ma non basta. Le incrostazioni sono tante, diffuse, spesso nascoste, altre volte evidenti ma così ampie e antiche che è quasi impossibile immaginare come affrontarle (un esempio per tutti: le regioni a statuto speciale). Non bastano la forza del leader, la sua abilità di sparigliare le carte. Servirebbe, come va ripetendo con le sue prediche inutili, ma così acute e calzanti, Luca Ricolfi, una task force che non anteponesse la velocità alla qualità del risultato da raggiungere e con competenza e pazienza lavorasse a tempo pieno ad una seria e radicale riforma (o per meglio dire insieme di riforme) dello stato in tutte le sue componenti e a tutti i livelli.

E altrettanto sarebbe necessario in quegli ambiti, dal fisco al mercato del lavoro, ove ogni intervento può produrre conseguenze rilevanti, positive o negative, ove le conseguenze non intenzionali sono sempre in agguato e le buone intenzioni, magari viziate da senso comune, possono produrre effetti disastrosi. Un approccio di sistema, tanto radicale e profondo quanto ponderato: questo sarebbe necessario per ridare fiato al paese; un approccio che certo trarrebbe forza dal nuovo discorso pubblico incarnato dal nuovo leader. Ma questo approccio al momento non sembra che ci sia.

Quello che oggi emerge, almeno attorno ad alcune questioni molto rilevanti, è la soluzione spiccia, non molto pensata, ma che si presta a fare da “evidente” indicatore della volontà riformatrice del governo. Essa può anche prestarsi a fungere da grimaldello, ma in un gioco di azioni e reazioni, di bluff e scommesse molto, molto rischioso.

Prendiamo il caso della legge elettorale. Renzi ripete che si è riusciti a fare ciò che per anni si è tentato senza riuscire. È vero? Solo in parte, molto in parte. La legge (che per inciso è falso che – come sostiene il premier – consentirà di governare per cinque anni, per il semplice motivo che siamo in un sistema parlamentare, tanto più che garantisce sì la scelta dei governi, ma non l’omogeneità delle loro maggioranze) è stata per il momento approvata solo alla camera. Questo è già un risultato, ma alla sua approvazione si è giunti solo grazie al suo notevole depotenziamento: se approvata varrà solo per la camera dei deputati. Ciò significa che il risultato è stato raggiunto ridimensionando drasticamente la portata del primo passaggio e rinviando a quello successivo – di non semplice realizzazione – la riuscita dell’operazione, ovvero alla riforma del senato (peraltro molto discutibile). In pratica si spaccia un azzardo per un risultato. Il che non significa che l’azzardo non possa condurre a vincere la partita, ma la partita è ancora tutta da giocare. E la partita da giocare è difficile, anche a causa del vizio di origine di questo governo, nato da un blitz – certamente legittimo – e per questo basato su una maggioranza problematica, nonché a causa dell’equilibrismo necessario tra maggioranza di governo e maggioranza per le riforme costituzionali (in parte a sua volta reso ancora più arduo da quell’origine viziata).

A Renzi va dato atto di aver creato uno scompiglio che può tradursi in una forza creatrice e di cambiamento. Il problema è che sembra non essere molto consapevole che bisogna anche andare oltre. Che i suoi specifici progetti devono anche assumere una forma e una forza credibili, anche agli occhi dei destinatari (si chieda, ad esempio, a un piccolo imprenditore cosa pensa delle prime misure economiche profilate). E sembra sia scarsa anche la consapevolezza che le riforme, quando realizzate, produrranno conseguenze direttamente legate al modo in cui sono state disegnate. Se si è proceduto privilegiando velocità ed effetti sull’opinione pubblica, pensando che la forza trainante del leader e le sue quattro idee sul mondo (quattro idee come abbiamo tutti noi, che però anche solo per andare da un medico bravo magari chiediamo consiglio, anche a più persone, possibilmente non l’ultimo amico conosciuto che ci sembra simpatico o l’amico fidatissimo che però di mestiere fa l’idraulico) possano sopperire a competenze non sempre all’altezza, le sorprese prodotte dagli effetti inintenzionali di cui si diceva, o anche da conseguenze prevedibili ma sottovalutate, potrebbero essere amare.

Correre, sconcertare e sparigliare ora può essere certo molto efficace. Ma farlo a scapito del pensare (con il corollario di dare del disfattista a chiunque osi avanzare dubbi) non è né utile né necessario.

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  • Antonio Moro

    E io che pensavo che a vender auto si ebay si risolvesse il ritardo strutturale del Paese…

  • Antones Favantes

    Ai fulgidi tempi del governo Berlusconi (primi anni 2000), l’avanzare dubbi sullo stato economico del Paese e parlare di crisi, era bollato di “catastrofismo”. La
    critica di sinistra, quando c’era, era catastrofista soprattutto perché deprimeva le forze sane del Paese, che aveva invece bisogno di “ottimismo”.
    Il blocco sociale e politico berlusconiano è durato quanto è durato, ma grazie a queste e ad altre “parole performative” (tipo: “la crisi non esiste”) ha retto a lungo.
    Ma queste erano le parole che la maggioranza dell’elettorato, stretta attorno al leader, voleva sentirsi dire…

    Nel nuovissimo tempo del governo Renzi, ove il futuro è sempre un oggi, dove
    l’entusiasmo è di rigore e le certezze si impongono granitiche, pena il
    risuonare dell’epiteto performativo di “disfattista”, si pretende che i
    sacrifici vecchi e nuovi, richiesti dalla crisi, siano sublimati nell’eroismo del
    leader.
    Quest’ultimo, oltre detenere nelle proprie mani il destino degli italiani, è ora pronto a surrogare anche i ministri del suo stesso governo prefigurando, con apposita incidentale modifica costituzionale ampiamente condivisa presso le segreterie di partito, l’eventualità che siano defenestrati in corso d’opera, e
    così “perdere la faccia” in sua vece. Cosa si è pronti a fare per amore dell’efficienza!

    Non resta che costruire in permanenza un elettorato plasmandolo sulle le parole che un “popolo stanco e scettico”, e diciamolo: un po’ frastornato, è abituato a sentirsi, in modo martellante, ripetere: “A casa voi, altri !”. La guida c’è già, basta e avanza per tutti.
    Non c’è pertanto bisogno di alcuna task force, soprattutto se per tale forza si intenda il giungere ad elaborazione di punto di vista critico sul mondo contemporaneo. Ciò sarebbe un intralcio.

  • diego

    Gentile Ventura, tutto quello che vuole… l’analisi tutto sommato è condivisibile, però è da decenni che la sinistra è rinchiusa nei pensatoi a meditare, ragionare e… decidere nulla. E nel frattempo? … bloccare qualsiasi riforma, far vincere la destra e sperare nel messia salvifico mentre l’Italia sta diventando (o lo è già) la ruota di scorta delle superpotenze (economiche, finanziarie, culturali). Renzi avrà anche fretta, ma si è accorta che il Paese o si mette almeno a camminare o è spacciato?
    Nei due decenni del berlusconismo (con qualche inutile parentesi di centrosinistra visti i risultati), del Montismo e Lettismo, il paese si è imbabolato prima e paralizzato poi.
    Fabbriche che chiudono, aziende che emigrano, marchi storici italiani che passani di mano, giovani inoccupati, consumi al palo, politiche sociali, culturali alla deriva, e qualcuno sempre a cercare il pelo nell’uovo…

    • Sofia Ventura

      Certo che me ne sono accorta. Il punto è che per incamminarsi bisogna anche sapere dove si vuole andare …

      • diego

        Mi sembra che Renzi abbia già indicato la rotta e si sia incamminato lungo il sentiero del riformismo social-democratico (l’adesione del PD al PSE è significativa), tenendo in considerazione soprattutto la lotta alle ingiustizie sociali e alle diseguaglianze. La riforma elettorale, quella del mercato del lavoro, l’innovazione, gli interventi sulla pubblica amministrazione, sulla formazione, ecc. in parte stanno già realizzandosi, in parte lo saranno nei prossimi mesi -. Più che di mete da raggiungere bisognerebbe parlare di consenso da trovare strada facendo, il che, a me sembra, dovrebbe riguardare tutto il PD ma anche illuminati ed illustri pensatori come lei (sia detto con stima), che dovrebbero dare una mano per il bene di questo disgraziato Paese.
        Poi, si sa, il “ragazzo” è esuberante, ma mi creda, per il lavoro che c’è da fare, è tutta salute.