Cultura STAMPA

L’autobiografia del dolore

"Il libro delle mie vite" di Aleksandar Hemon e "La caduta" di Diogo Mainardi, entrambi pubblicati da Einaudi: due spudorati libri di non fiction sulla finitezza dell'uomo e la sua capacità di sopravvivere all'assurdità del dolore
L'autobiografia del dolore
Diogo Mainardi con i figli

Nell’ultimo mese ho letto due libri bellissimi. Uno è Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon, l’altro è La caduta di Diogo Mainardi; li ha pubblicati entrambi Einaudi: il primo è tradotto da Maurizia Balmelli, il secondo da Tiziano Scarpa. Sono due libri che si parlano, o almeno hanno parlato entrambi a me, in una maniera così profonda, che ogni tanto, mentre leggevo, ho dovuto poggiare il libro da una parte, fare altre cose, e poi ricominciare dal punto dove avevo lasciato. Sono due libri di non-fiction, anzi sono due libri autobiografici, spudoratamente autobiografici, di due scrittori iperletterari, che decidono invece di raccontare la propria vita scegliendo un registro quasi occasionale, chiedendo implicitamente al lettore qualcosa di più che attenzione: chiedendo affetto. Ho amato molto, dicevo, entrambi i libri, e credo che questa richiesta sia legittima, non tanto perché Hemon o Mainardi si sono, come si dice, messi in gioco, denudati (mai piaciuti gli autori che credono alla retorica dell’autenticità solo per aver l’alibi di spacciare per letteratura l’osceno dei fatti propri), ma perché Il libro delle mie vite e La caduta sono due straordinari inni alla fragilità dell’uomo, alla sua finitezza, e alla sua capacità di sopravvivenza di fronte all’assurdità del dolore.

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Aleksandar Hemon

Sia l’uno che l’altro hanno una struttura molto semplice: sono divisi in frammenti, in stazioni. ILDMV è composto da quindici brevi capitoli (cinque, dieci pagine) che sono le tappe corrispondenti agli avvenimenti elementari, microscopici e maiuscoli, che hanno segnato la vita di Hemon, nato nel 1962 a Sarajevo, scrittore acclamato, già quasi canonizzato, riconosciuto (Progetto Lazarus è stato finalista al National Book Award): c’è la banda che crea con altri compagni, la nascita della sorella che invade il suo piccolo mondo, uno scombiccherato viaggio in Italia con la famiglia, una festa adolescenziale che finisce male, l’arrivo della guerra in Bosnia, l’autoconfino sulle montagne, l’autoesilio a Chicago, e poi – da ultimo – il capitolo più straziante, “L’acquario”, che vale da solo la lettura del libro: il resoconto della malattia della figlia piccolissima di Hemon, uno spietato tumore cerebrale.

La caduta è invece una serie di micro-testi, immagini, foto numerati dall’1 al 424: i testi sono alle volte di una riga, i più lunghi di mezza pagina. Anche Diogo Mainardi è uno scrittore molto letterario, è nato anche lui nel 1962, ha scritto quattro romanzi prima di scrivere questo libro, l’ultimo nel 1998, l’anno prima che nascesse Tito, il figlio di Diogo. Dalla nascita di Tito, Mainardi ha smesso di scrivere romanzi: suo figlio è nato con una paralisi cerebrale per un errore medico al momento del parto, e da allora in poi Diogo si è dedicato alle sue cure e al giornalismo – la sua attività di editorialista su Veja gli ha fatto guadagnare oltre che consensi, i soldi necessari per occuparsi di Tito.

Raccontare di un figlio malato riesce a trasportare Hemon e Mainardi in un’altra dimensione. Entrambi, lo dimostrano con una cornucopia di esempi, sono cresciuti con la doppia fede degli scrittori impegnati: l’amore per l’arte e quello per la politica. Entrambi, lo dimostrano in ogni cesellatissima riga di questi anomali memoir, hanno creduto che la bellezza li avrebbe salvati: poi hanno scoperto che loro figlio stava male. E questa è stata un’esperienza umana e spirituale che ha spazzato via ogni convinzione precedente.

ILDMV, pag. 163: “L’umano senso di conforto dipende dalla ripetitività di gesti familiari: la nostra mente e il nostro corpo fanno ogni sforzo per immergersi in circostanze prevedibili. Ma per Isabel non poteva essere stabilità nessuna routine durevole. Una malattia come l’AT/RT provoca un collasso di tutte le routine – biologica, emotiva, familiare – e niente va come l’avevi previsto, figuriamoci desiderato”.

ILDMV, pag. 167: “Qualunque conoscenza avessi acquisito nella mia mediocre carriera di scrittore, tuttavia, dentro il nostro acquario AT/RT era assolutamente priva di valore. Non potevo scrivere un racconto che mi aiutasse a comprendere quello che stava accadendo. La malattia di Isabel travolgeva qualunque tipo di coinvolgimento creativo da parte mia. L’unica cosa che mi importava era la solida realtà del suo respiro sul mio petto, la concretezza del suo scivolare nel sonno mentre le cantavo le mie tre ninne nanne”.

La caduta, pag. 62: “153. Due settimane dopo aver saputo che Tito aveva una paralisi cerebrale, raccontai quel che era accaduto nella mia rubrica su «Veja»: ‘Hanno diagnosticato una paralisi cerebrale a mio figlio di sette mesi. Vista da fuori una notizia così può sembrare disperante. Da dentro, è diverso. È stato come se mi avessero detto che mio figlio è bulgaro. Se scoprissi che mio figlio è bulgaro, la mia prima preoccupazione sarebbe quella di consultare un’enciclopedia in cerca di dati sulla Bulgaria: prodotto interno lordo, fiumi principali, risorse minerarie. È stato quello che ho fatto con l’analisi cerebrale”.

La caduta, pag. 111: “La sua paralisi cerebrale ha oscurato tutto ciò che avevo sempre adorato. In particolare, la letteratura. Ciò che si illuminò – e che divenne l’unico punto focale della mia vita – fu quello che essa aveva di più ordinario, di più domestico, di più familiare”.

La caduta, pag. 124-125: “331. Per Marcel Proust, la «vita vera, l’unica vissuta pienamente, era la letteratura». Per me la vita vera, pienamente vissuta, diventò Tito. Dopo la sua nascita ripudiai la letteratura e mi misi a guadagnare soldi. 332. Mi cito: ‘Rimbaud picchiava Verlaine. Invidio Rimbaud. Mi piacerebbe aver picchiato Verlaine. Mi piacerebbe aver picchiato qualunque poeta simbolista. Verlaine si vendicò di Rimbaud qualche anno dopo, in una camera d’albergo, sparandogli due colpi. Invidio anche Verlaine. Gli mancava giusto un pochino di mira. Nel 1875, Rimbaud ripudiò la letteratura e si mise a guadagnare soldi. In appena sedici anni, fece tutto ciò che una persona dotata di un briciolo di dignità potrebbe desiderare: si inoltrò nel deserto etiope; comprò e vendette schiavi; commerciò armi di diversi calibri propiziando il massacro di un mucchio di innocenti; ebbe un tumore al ginocchio e la gamba amputata; morì in solitudine a Marsiglia, con molti dolori e implorando l’aiuto a Dio, che capricciosamente si rifiutò di aiutarlo’. 333. Quando Tito fece trecentocinquantanove passi, l’11 giugno 2008, io guadagnavo soldi su «Veja», scrivendo una rubrica settimanale. Guadagnavo soldi anche su «Veja on line», facendo un commento settimanale, e su «Manhattan Connection», partecipando a un programma televisivo settimanale. Diventai il Rimbaud della paralisi cerebrale. Il giornalismo fu la mia Etiopia”

La reazione che un lettore, almeno un lettore come me innamorato della letteratura e del suo potere prova per questi auto-da-fé, così esposti, così definitivi è ambivalente. Da una parte è commosso, direi di più, è schiantato dalla precisione della dichiarazione di resa, da una parte è come infastidito da questo ricatto: perché un’esperienza personale di dolore, di indicibilità, deve compromettere il nostro rapporto con il bello, liquidando l’esperienza artistica, il nostro quotidiano tentativo di dare un senso alle cose, come una distrazione per gente superficiale che non ha avuto un trauma così toccante? E – ancora, e in modo insinuante – una resistenza vergognosa si aggiunge a quest’ultima: oltre a essere ricattatoria, non è una via facile e al tempo stesso commercialmente efficace fare i soldi sulla commozione? Quelli di Hemon e di Mainardi non sono solo degli esempi più raffinati di quell’editoria del dolore, che ha trovato nel resoconto osceno di una chemio, di un’agonia, di una patologia ferocissima e qualunque la sua forma più sapiente di trasformare l’esperienza in soldi?

A questa domanda Mainardi mi rispondeva da pag. 107: “283. Se l’evento più significativo del 2005 fu la nascita di Nico, i sedici passi di Tito furono il secondo evento più significativo. 284. Pubblicai il ritratto di Nico nel Natale del 2005. David Cameron pubblicò il ritratto di Ivan nel Natale del 2008. Ivan era il figlio maggiore di David Cameron. Come Tito, aveva una paralisi cerebrale. La scelta di pubblicare il ritratto di Ivan divenne uno degli argomenti più discussi della campagna elettorale inglese. David Cameron fu accusato di sfruttare politicamente la paralisi cerebrale del figlio. 285. David Cameron smise di essere accusato di sfruttare la paralisi cerebrale di Ivan quando Ivan morì. 286. Io sfruttai la paralisi cerebrale di Tito. Continuo a sfruttarla. 287. Il motivo per cui cominciai a sfruttare la paralisi cerebrale di mio figlio Tito fu l’argomento di uno dei miei articoli settimanali: ‘Montaigne era un padre premuroso. In uno dei suoi Essais più celebri, si occupò dell’affetto paterno, mettendo in mostra sua figlia Léonor nello stesso modo in cui ho messo in mostra mio figlio Tito e Tom Cruise ha messo in mostra sua figlia Suri. Léonor fu la Suri del Rinascimento. In un altro dei suoi celebri Essais, Montaigne sostenne che filosofare è imparare a morire. Io ho imparato a morire con la paternità. Dal giorno in cui è nato Tito, sono stato totalmente annullato da lui. Ho perso la mia volontà. Ho smesso di esistere. Solo un morto può smettere di esistere. Se filosofare è imparare a morire, la paternità è la filosofia dell’uomo comune, la filosofia dei poveri di spirito, la filosofia delle masse. È l’unica filosofia alla portata di gente come Tom Cruise e me”.

Né Mainardi né Hemon sono credenti, ed è vero che il destino che gli è toccato in sorte è opposto. Tito è vivo, Isabel è morta, e cercare un senso di questo destino cambia ovviamente di segno a ogni interpretazione degli eventi. Eppure, nella distanza tragica, la più incolmabile che credo ci possa essere, c’è qualcosa di comune ancora nell’esperienza di questa paternità totalizzante e dolorosa. Prendiamo Hemon a pag. 171-172: “Una delle credenze religiose più meschine è che la sofferenza nobiliti, che sia una lunga tappa lungo il cammino verso qualche forma di illuminazione o salvezza. La sofferenza o la morte di Isabel non hanno fatto niente per lei né per noi né per il mondo. L’unico esito importante della sua sofferenza è la sua morte. Non abbiamo imparato alcuna lezione che valesse la pena imparare; non abbiamo acquisito alcuna esperienza che possa giovare a chicchessia. E Isabel non è certamente ascesa a un posto migliore, perché non ci fu mai un posto migliore per lei del seno di Teri, del fianco di Ella, o del mio petto. Senza Isabel, io e Teri siamo rimasti con oceani di amore che non potevamo più professare; ci siamo ritrovati con un surplus di tempo che eravamo soliti dedicare a lei; siamo stati costretti a vivere dentro un vuoto che soltanto la sua presenza avrebbe potuto colmare. L’indelebile assenza di Isabel oggi è un organo nei nostri corpi la cui unica funzione è secernere un dolore continuo”.

Hemon dice una cosa vera. O almeno, una cosa insmentibile. Però, da scrittore grandioso quale non può non essere, nega nelle sue stesse parole quello che afferma. Il racconto della malattia e della morte di Isabel non ha prodotto solo un deficit, un’assenza incolmabile, ma – per quanto sia straziante constatarlo – anche il suo opposto: una trasfigurazione. In quest’ultimo capitolo dedicato a Isabel, la letteratura si riprende, nel vuoto, il suo possibile spazio: la sorellina di Isabel, Ella inventa – nel tempo dell’agonia – un amico immaginario, al quale viene dato il nome di Mingus. Mingus è il tentativo lancinante, donchiosciottesco, prometeico e miserrimo, di lottare contro il tormento dell’assenza che stronca ogni fibra sensibile. Mi sembra blasfemo accostarmi alla piccola Ella, ma – se devo essere sincero – le parole di Hemon risultano in parte false per un’altra stupida ragione: Il libro delle mie vite e soprattutto questo capitolo, “Acquario” ha prodotto anche in me una trasfigurazione: non sono forse diventato un uomo migliore o diverso, ma ho ascoltato e ho provato un senso di mistica meraviglia per l’espressione di amore che Hemon è capace di raccontare. Sapere di quest’amore assoluto totalizzante di Aleksandar per Isabel e di Diogo per Tito mi ha fatto ricordare ancora una volta il motivo per cui leggo libri.

Anni fa incontrai a Torino Philippe Forest, indossava per l’occasione le vesti di critico letterario più che di scrittore. Fu molto duro, ma anche molto franco, e lasciò capire – senza dichiararlo – che la sua idea di critica letteraria, di letteratura, era stata completamente trasformata, trasfigurata direi, dall’esperienza che racconta in Tutti i bambini tranne uno, ossia la malattia e la morte per un tumore osseo di sua figlia quattrenne. Tutti i bambini tranne uno, lo sa anche chi l’ha soltanto sfogliato, è uno dei libri più belli degli ultimi anni. Ma lo, potremmo dire, in modo paradigmatico. A quell’incontro di Torino Forest disse: “La collera è quello che spinge più direttamente alla scrittura. Si diventa romanzieri solo se ci si vuole in guerra contro il mondo”.

La guerra contro il mondo che è concessa agli esseri umani, a Hemon o a Mainardi, ma anche alla piccola Ella, è una guerra che si può combattere solo con le parole. Una guerra inutile forse, ma meravigliosa. La letteratura è semplicemente il nostro modo di trovare le armi migliori.

@christianraimo

  • Barbara Barreto

    Um dos melhores livros que já li. Emocionante sentir o amor incondicional, o amor paterno por Tito. Lindíssimo.
    Abs, Barbara B.