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Quando c’era Kurt Cobain

A vent'anni dalla morte un ritratto del cantante dei Nirvana, l'ultimo grande rivoluzionario della storia del rock 'n roll
Quando c'era Kurt Cobain

Dicono che l’ultima canzone che Kurt Cobain ascoltò prima di spararsi il 5 aprile di vent’anni fa sia stata Everybody hurts, un pezzo che i Rem avevano scritto dopo un’ondata di suicidi tra giovani, con l’intenzione di dissuaderli. Michael Stipe però aveva davvero provato a salvare il cantante dei Nirvana. Il leader dei Rem lo invitò a fare un duetto. Gli spedì un biglietto aereo e un autista a prenderlo. Cobain attaccò il primo al muro e fece aspettare il secondo fuori dalla porta per dieci ore. Sino a quando si decise a chiamare Stipe per spiegarli che non poteva andare. Poi, non rispose più al telefono.

Cobain si è ucciso a ventisette anni nella sua casa di Seattle, lasciando un biglietto con su scritto: «È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente». Non stava bene. Benché fosse diventato ricco, famoso e poteva fare tutto ciò che desiderasse (e tutto quello che in genere si pensa si possa desiderare): spendere, spandere, apparire sulle copertine dei settimanali, nelle tv, cambiare donna ogni paio di giorni e via dicendo. Invece l’unica cosa che voleva era sparire.

I Nirvana erano in tour in Europa quando negli Stati Uniti uscì il loro singolo – Smells like teen spirit – che li elevò di punto in bianco a star globali. Cobain riceveva messaggi dagli Stati Uniti che gli annunciavano la sua incredibile e fulminea fama. Non ci credeva, nessuno di loro ci credeva. Avevano girato in lungo e in largo gli States costipati in furgoncini di terz’ordine, suonando davanti a un pubblico di cinquanta, cento persone per volta. In Europa era andata anche peggio. Dividevano il furgone con altre band, stando in quindici dentro lo stesso catorcio.

Potevano immaginare ci – di colpo – fossero migliaia di persone pronte a salatargli addosso pur di odorare un grammo della loro santità?

«Quando tornai fu spaventoso. Ebbi paura», confessa Kurt Cobain in un’intervista con Jon Savage. Il successo è stato devastante per Cobain. Non lo aveva mai cercato, non lo voleva, non lo accettava. Nevermind, il disco che rese lui e la band stelle mondiali, vendette 30 milioni di copie. Roba da matti, se si pensa che la musica che i Nirvana suonavano – un puk rock viscereale, sporco, bilioso – era stata sempre il riferimento di piccole nicchie. Ed è per questo che c’è un prima e un dopo i Nirvana nella storia del rock ‘n roll. Prima, i dischi di musica alternativa erano solo per pochissimi. Dopo, diventarono patrimonio di tutti.

I Pearl Jam, gli Smashing Pumpkins, i Radiohead: tutti devono qualcosa a Kurt Cobain e compagni. Ma soprattutto a Kurt Cobain. Un ragazzo cresciuto nella provincia, ad Aberdeen, ascoltando le canzoni dei Beatles, che vive una fanciulezza spensierata, racconta, sino a quando i suoi genitori non si separano. Dopo, diventerà sempre più isolato e alienato. Uno di quei tipi che – dice lui stesso – potevano benissimo finire nell’identikit di quello che un-giorno-o-l’altro-prenderà-un fucile-e-farà-fuori-tutti-alla-festa-della-scuola.

«Solo che io – si difende dal pensiero Cobain – prima di fare del male a qualcuno avrei certamente preferito uccidermi».

Siamo all’inizio degli anni novanta. Tutto va a gonfie vele negli Stati Uniti. Il comunismo è stato sconfitto. Il modello americano ha conquistato il mondo. C’è quasi la piena occupazione. Eppure qualcosa non torna. I testi di Cobain sono tormentati, furiosi, colmi di una rabbia in cui milioni di giovani si riconoscono. Si fa fatica persino a crederlo che quella valanga di collera uscisse dalla bocca di un ragazzo angelico come lui – biondo, occhi azzurri… la faccia della purezza – e che tutte quelle persone si sentissero toccate da quell’ira. Cosa c’era che non andava? Avevano il benessere, la vita davanti. S’incazzavano pure?

Per questo viene da chiederselo: chissà se è solo un caso che la capitale geografica della rivolta dei Nirvana – i profeti involontari del grunge – sia la stessa in cui qualche anno più tardi iniziò il movimento no global: Seattle.

Di sicuro Cobain avrebbe rifiutato l’accostamento. Per quanto lo riguardava c’era un motivo fisiologico alla base dei suoi urli. Per tutta la vita è stato tormentato da un problema allo stomaco. Un dolore che non era mai riuscito bene a combattere, né con i farmaci né con le diete né con la marijuana. Solo l’eroina gli dava sollievo. E quando gli chiesero di spiegare il suo modo di cantare, rispose che la maggior parte delle volte faceva partire la voce dallo stomaco. «Proprio dal punto in cui sento il dolore». Per la precisione.

Nel suo mito però c’è un sovrappiù di retorica, e dunque di falsità. Kurt Cobain è finito per essere associato totalmente al suo suicidio. La letteratura musicale, il passaparola, persino il cinema (Last days di Gus Van Sant racconta i suoi ultimi giorni) lo hanno reso infine soltanto un perduto, un tossico e un depresso, rinverdendo il classico stereotipo della rock star bella e maledetta. Proprio ciò che egli odiava di più.

In realtà Cobain era anche una persona molto ironica, che spiazzava spesso per la sua giocosità fanciullesca. Il fatto che il suo istrionismo nascondesse delle fragilità non toglie nulla al suo gusto per il cazzeggio e lo spirito. Sono invece due facce della stessa medaglia. Entrambe molto ben visibili nell’ultimo concerto acustico dato a New York e registrato da Mtv (il noto Unplugged in New York).

I Nirvana suonano su un palco apparecchiato come un cimitero. Ma Cobain – che si sarebbe ucciso di lì a poco – non fa altro che divertire il pubblico con una battuta dietro l’altra. Quando suona, invece, la sua musica – spogliata dalle distorsioni – viene fuori delicata e tenera, come non lo era stata mai.

Torniamo così a Michale Stipe, l‘unico che sa come sarebbe stato il prossimo disco dei Nirvana, quello che non c’è mai stato: «Molto calmo e acustico, con un sacco di strumenti a corde», disse. E c’è da credergli, vista l’amicizia, la stima e i progetti collaborazione che c’erano tra i due. E a prescindere dal fatto che Everybody hurts sia stata o meno l’ultima canzone che Kurt Cobain abbia ascoltato prima di premere il grilletto.

@nicolamirenzi

 

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