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Roma vive e muore, ma Obama non lo sa

Durante la visita del presidente Usa, un 39enne romano lancia di tutto dalla finestra della sua abitazione prima di gettarsi nel vuoto. Storia tragica di un suicidio
Roma vive e muore, ma Obama non lo sa

La vita riempie tutti gli spazi, hai voglia a bloccare e mettere le transenne, nonostante le strade deserte, i cecchini e le sirene, i gladiatori posticci rimandati a casa, i cortei sospesi, il traffico sparito d’incanto che neanche per Jep Gambardella, la gente nella grande città continua a vivere o morire. Nella giornata campale per la capitale, mentre tutti i giornalisti correvano a raccontare, mentre le istituzioni tirate a lucido aspettavano in pompa magna l’arrivo del presidente degli Stati Uniti d’America, sull’ottavo colle di Roma, Monte Mario, quello spurio fuori le mura, in via dei Giornalisti, quella delle case dell’Inpgi – paradossi della toponomastica in un giorno di comunicazione sfrenata – un uomo ha aperto la finestra e si è affacciato sulla propria disperazione, proprio all’ora in cui all’alba Obama si svegliava a Villa Taverna in faccia alla grande bellezza.

Da quella finestra del terzo piano l’uomo ha buttato per strada di tutto: vestiti, maglie, vasi, tastiere e personal computer, sedie, cassetti, valigie, cornici, piatti, arredi vari, persino un televisore. Prima alla rinfusa, poi prendendo la mira sulle macchine, lanciando e calibrando. Per strada si è formato un tappeto di schegge, di pezzi, buste, la roba sparsa sull’asfalto sembrava Porta Portese alle tre del pomeriggio, danneggiate molte macchine con i vetri e i tettucci in frantumi, «però i soldi non li tiri giù» gli ha detto qualcuno tra i denti con sarcasmo mentre filmava la scena.

La prima chiamata alla polizia è arrivata alle 6,40 dal bar appena aperto sotto il palazzo. C’è voluta un’ora per arrivare all’epilogo della faccenda. Nel frattempo molti hanno assistito al diluvio di cose e all’esasperazione dell’uomo. Via dei Giornalisti è una strada cieca, finisce con una gradinata che dà sulla Trionfale, dove i numeri civici segnano la distanza in metri dal Campidoglio, alle spalle sta la Camilluccia che scende giù dall’altra parte fino a Fleming tra ville e ambasciate e camionette dell’esercito.

«Samo is dead?» sta scritto sul muro del civico cinquantuno dove abitava l’uomo. Samo non è l’isola patria dei numeri di Pitagora, non è la Grecia della logica e dei teoremi. Samo sta per “same old shit”, riferito al fumo della mariujana, ed è stata per anni la firma sui muri del 17enne Jean Marie Basquiat, in sodalizio con il writer Al Diaz. Poi Basquiat rivelò il segreto e allora la firma cambiò in Samo is dead. Basquiat non venne mai a Roma, si fermò a Firenze. Poco sopra sta scritto pure che «la realtà è un placebo», è una citazione di un writer romano, Hogre, che però fa stencil sui muri dall’altra parte della città. Entrambe sono sentenze furtive, sfregi allusivi e notturni, poi alla luce del sole le cose cambiano per davvero.

Prima la disperazione dell’uomo barricato in casa ha bloccato il traffico della via, intasando la strada con lanci di oggetti, con le volanti sotto richiamate dalle urla. Poi nonostante l’intervento dei pompieri si è lanciato lui, in maniera plateale e terribile, come in volo a scavalcare le auto già danneggiate, davanti a molti residenti. A nulla sono valsi i soccorsi. Il Messaggero ha voluto rivelare l’identità del 39enne, facendo cenno anche a motivazioni tutte da verificare. Una legge mussoliniana del 1926 ordinava all’epoca la «smobilitazione della cronaca nera, con particolare riferimento alle notizie di suicidi e altri fatti che possano esercitare una pericolosa suggestione sugli spiriti deboli o indeboliti». A Roma è il sesto suicidio dall’inizio dell’anno.

Mentre la polizia applicava foglietti sui lunotti delle auto danneggiate per le future denunce, raccontano i residenti che i parenti dell’uomo hanno cercato di recuperare tutti gli oggetti, comprese cose ormai di poco conto, perché rovinate o distrutte, diventate dei rifiuti da strada immediatamente dopo i lanci della disperazione. Hai voglia a riciclare, a farne arte, come ha mostrato nel documentario Wasteland il fotografo e scultore brasiliano Vik Muniz. Ci sono cose che non si recuperano. Ma tutto questo Obama non lo sa, avrebbe cantato il principe De Gregori.

@stefanociavatta

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