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Obama, Fort Hood e la maledizione dei veterani

Due stragi in pochi anni, l'ultima la scorsa settimana. Il presidente visita la caserma simbolo delle difficoltà del reinserimento dei soldati di ritorno da Iraq e Afghanistan
Obama, Fort Hood e la maledizione dei veterani
Barack e Michelle Obama arrivano alla base di Fort Hood, dove il 9 aprile il veterano Ivan Lopez ha ucciso tre commilitoni prima di suicidarsi (foto Reuters)

Sembra che Ivan Lopez non avesse le stesse motivazioni di Nidal Malik Hasan, il maggiore di origini palestinesi che il 5 novembre del 2009 uccise 13 persone e ne ferì altre 32, sparando all’impazzata nella base militare di Fort Hood, Texas. Hasan, che è stato condannato a morte nell’agosto dello scorso anno, era vicino all’universo jihadista. Eppure Fort Hood è nuovamente associata al lutto, perché qui, sei giorni fa, il soldato Lopez ha aperto il fuoco, togliendo la vita a tre persone, prima di suicidarsi.

E se oggi Barack Obama arriva in Texas per la doverosa cerimonia di commemorazione, questa volta al Pentagono non ci si interroga tanto sul nemico ”interno”, sul potenziale terrorista che si cela dietro ogni buon americano, come nella popolare serie Homeland, quanto sul nemico “all’interno”, ossia sui danni che le guerre provocano nella psiche di chi combatte. Lopez aveva servito in Iraq, per quattro mesi, nel 2011. Non era stato ferito in azione – del resto, aveva ricoperto un ruolo logistico, come camionista – ma al ritorno a casa aveva manifestato disturbi mentali, tanto da venire sottoposto a cure mediche.

L’incapacità di tornare alla normalità e l’impossibilita di sconfiggere i demoni interiori, di rimuovere l’orrore dal cassetto dei ricordi, rappresentano un topos letterario e cinematografico, dai racconti di Fenoglio al Taxi Driver scorsesiano. La medicina ha coniato un acronimo per descrivere certi comportamenti, Ptsd (Post-Traumatic Stress Disorder). Sono però le statistiche dell’ultimo decennio, quello delle guerre in Iraq ed Afghanistan, a rendere il fenomeno eccezionale.

Anche se negli ultimi trent’anni il numero dei veterani nelle prigioni statali e federali è calato, smentendo il luogo comune del “reduce pericoloso”, il tasso dei suicidi è molto alto. Paradossale, ma vero: sono più i soldati morti al loro ritorno, negli Stati Uniti, di quelli uccisi sul campo di battaglia. Secondo i dati diffusi l’anno scorso dal Dipartimento americano per i veterani, ogni giorno si suicidano ben 22 reduci. Questo numero è oggi superiore rispetto al dato relativo ai civili, contrariamente a quanto avveniva prima delle guerre parallele a Bagdad e a Kabul. Tra i militari impiegati in entrambi i conflitti, in missioni sempre più lunghe e sempre più frequenti, i suicidi sono raddoppiati tra il 2004 e il 2009, stando a una ricerca dell’Istituto nazionale di salute mentale.

Combinando queste informazioni con le statistiche sulla depressione, il Dipartimento per i veterani ha rilevato un dato interessante. I reduci dell’Iraq, come Lopez, manifestano segnali di Ptsd nel venti per cento dei casi, per chi torna dall’Afghanistan la percentuale scende ad 11. Perché?

In questo campo, le spiegazioni non sono mai completamente esaustive. Non è facile identificare i casi di Ptsd, per non parlare dei veterani che soffrono di questi disturbi senza averne piena consapevolezza. Ma, a ben vedere, le caratteristiche delle due guerre potrebbero fornire una risposta. Il 95 per cento di chi è stato in Iraq ha visto almeno un cadavere, in Afghanistan la percentuale scende a 39. A Bagdad 93 soldati su cento sono stati colpiti, a Kabul 66. Nel primo caso, 89 militari su cento sono stati attaccati o sono finiti in un’imboscata, nel secondo caso 58. Tra i veterani dell’Iraq, 86 su cento conoscono qualcuno che è stato ucciso, oppure ferito in maniera grave, tra i reduci dell’Afghanistan il livello è decisamente più basso, 43 per cento.

Insomma, l’esposizione allo stress mentale è stata molto più alta in Mesopotamia che in Asia centrale. Di qui i disturbi comportamentali, spesso associati all’abuso di alcool e di droghe, talvolta a violenze commesse in ambito domestico. Comprendere le ragioni di un suicidio è materia complessa, nessuno vuole sostituirsi a Durkheim, e quello di Lopez è un caso limite. Tutto fa pensare, però, che con il ritorno a casa delle truppe – no boots on the ground sembra essere uno dei mantra obamiani – il lavoro per gli psichiatri del Pentagono sia destinato a crescere sensibilmente.

@vannuccidavide

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