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Wu Ming, la rivoluzione francese come non l’ha mai raccontata nessuno

"L'armata dei sonnambuli", l'ultimo romanzo del collettivo bolognese, si fa divorare (ed è già alla seconda ristampa)
Wu Ming, la rivoluzione francese come non l'ha mai raccontata nessuno

Forse era dai tempi di Q, da quando si chiamavano ancora Luther Blissett e non avevano cominciato a essere il fenomeno di culto che sarebbero diventati, che i Wu Ming non riuscivano a mettere a punto un congegno a orologeria complesso ed efficace come L’armata dei sonnambuli (Einaudi). Il nuovo romanzo del collettivo bolognese è in libreria da una manciata di giorni e, fanno sapere dalle pagine di Giap, il loro quartier generale sul web, le trentacinquemila copie della prima tiratura sono già sparite. L’attesa per questa nuova creatura d’altronde era tanta, e si portava dietro da parecchio tempo. Ebbene, il libro è molto bello. Quasi ottocento pagine che si fanno divorare, personaggi che appassionano, piccole storie screziate di realtà che sembrano reggere sulle proprie gracili spalle le sorti di mezza umanità, e la Rivoluzione Francese come non ve l’ha mai raccontata nessuno.

Ora, è bene prendere subito atto che la maggior parte di noialtri con la Rivoluzione Francese ha un problema. Ed è probabilmente il problema che riguarda tutta la storia che abbiamo studiato e imparato un po’ troppo semplicemente a scuola. Perché nella Rivoluzione Francese di semplice non c’è stato proprio niente. Soprattutto nel suo lungo strascico, quello che inizia subito dopo la Bastiglia e finisce con l’ascesa al potere di Napoleone Bonaparte. I Wu Ming, qua, provano a spiegarci cosa è successo nel mezzo di quel decennio fatto di illusioni, sangue e disordine. Il balletto delle tante fazioni rivoluzionarie, la guerra fratricida a sinistra e l’attesa sorniona di quelli che oggi chiameremmo i poteri forti, che in fondo hanno sempre saputo come si fa a lasciar che la biglia giro dopo giro finisca per tornare a fermarsi regolarmente sulla loro casella.

In questo romanzo si narra lo sgretolarsi dello spirito rivoluzionario, e ciò che si rende molto bene è soprattutto la qualità dell’aria respirata dai parigini e dai francesi negli anni tra il 1793 e il 1795. È una resa che si nutre di pagine e di tempo, e di molte vicende all’apparenza insignificanti che poco a poco guadagnano spessore e prendono ad attrarsi come magneti dalla forza inarrestabile. E allora eccolo, infine, l’altro grande protagonista dell’Armata dei sonnambuli, la sua linfa, il fluido, direbbe quella gente, che lo attraversa da cima a piedi. Eccolo: è il magnetismo, la disciplina nata col dottore e filosofo tedesco Franz Anton Mesmer, progenitore dell’ipnosi e a suo tempo bandito e bollato dalla scienza ufficiale come poco più di una pratica da stregoni. I Wu Ming immaginano che il suo esercizio fosse efficace e mirabolante, e che pochi uomini di grande arguzia e abilità se ne sapessero servire a fini disparati, finanche sovversivi. E prendendo spunto da avvenimenti, donne e uomini sicuramente o presumibilmente reali, ne fanno il motore di tutto.

Un tutto che comincia con la testa di Luigi XVI che rotola giù dal patibolo: i personaggi che daranno vita al dipanarsi del romanzo sono già tutti lì, a osservare, tramare, arrivare troppo tardi o scappare appena in tempo. Nei due anni successivi staremo dietro a un coraggioso e spaccone attore italiano fuggito a Parigi sulle tracce di Goldoni, a un’agguerrita sarta del focoso foborgo di Sant’Antonio, a un medico esperto di magnetismo inviato dall’autorità a indagare su certi misteriosi fatti in terra d’Alvernia, a un uomo ancor più misterioso ricoveratosi di proposito nel manicomio di Bicêtre dove si fa largo nelle menti e nelle gesta degli altri alienati. E a molta altra gente, rivoluzionari e controrivoluzionari sempre sul crinale, sbirri e nobildonne, bambini malati e predestinati, e poi naturalmente Scaramouche, l’eroe mascherato che fa giustizia di speculatori e squadracce reazionarie.

L’impalcatura narrativa è articolata e solida (se proprio volessimo trovare qualcosa da ridire forse la scena finale sarebbe potuta essere un po’ più lenta), il pathos costante, l’interesse e la curiosità di chi legge non calano mai. E questo è già molto, ma non può essere tutto. Il paradigmatico precipitare degli eventi, delle speranze e delle conquiste eccita e deprime gli animi di chi ancora oggi vuole azzardarsi a credere nella disposizione dell’uomo a tendere al progresso, a costruirsi futuri migliori. La forza dell’Armata dei sonnambuli, composto da una pluralità di lingue e di voci dal timbro pressoché impeccabile, lingue che spesso si spingono al limite con risultati davvero eloquenti e godibili, sta proprio nella sua capacità di raccontare fatti avvincenti e, dietro o sotto di­ loro, sommovimenti ideali e culturali. È il marchio di fabbrica dei Wu Ming, d’altronde, ma stavolta la posta era altissima, perché grossomodo veniamo tutti da lì, dalla Parigi di quegli anni, da quelle vittorie e soprattutto da quelle sconfitte, e allora ancor più alto è il loro merito di essere riusciti in quest’ambizioso proposito.

@giovdoz

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    non vedo l’ora di leggerlo