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David Means, l’assoluta meraviglia del racconto

“Il punto” pubblicato negli States nel 2010 e tradotto ora in Italia per Einaudi passerà inosservato ma è un libro magnifico. Ecco perché
David Means, l'assoluta meraviglia del racconto

È inutile, probabilmente fastidioso, affermare che un libro è il migliore di quelli pubblicati in Italia quest’anno. Il miglior libro dell’anno, non è una recensione, è uno status su Facebook. Ma il motivo per cui mi veniva da lanciare un giudizio definitivo di questo tipo è che questo libro, Il punto, scritto da David Means passerà quasi sicuramente inosservato, ed è invece un’assoluta meraviglia.

Se conosco come vanno le cose nell’editoria, se so che un libro di racconti pubblicato originariamente nel 2010 negli States e tradotto ora mirabilmente da Silvia Pareschi per Einaudi, un libro di uno scrittore poco famoso e abbastanza schivo che ha scritto soltanto racconti – una cinquantina in tutto, divisi in quattro raccolte per la precisione – bene che andranno le cose, potrà vendere 1500 copie, mi sale un sentimento di rabbia, e non m’interessa dover moderare i giudizi, evitare i superlativi: Il punto di David Means è il migliore libro dell’anno, e ci sono le prove.
Prendiamo pagina 89, quello che è l’inizio di un racconto che è una cronaca ellittica di un adulterio a piccoli quadri. Ecco come viene presentata la protagonista femminile:

«Lei faceva la pendolare da un paese in riva al fiume, una cinquantina di chilometri a nord della città, e lavorava due piani sotto come perito assicurativo. Campanili abbattuti dal temporale, spiegò. Sai, incendi di chiese e roba del genere. Nel Midwest c’è sempre qualche chiesa che brucia, viene ricostruita e poi brucia ancora. Penso agli incendi delle chiese come a una specie di rito di passaggio civico. Sai, le catene di secchi che passano di mano in mano. Poi ci sono le azioni legali, naturalmente, cadute di anziani e così via. Non immagini quanta gente inciampa durante l’eucarestia. Ma questa non è la mia attività principale. In realtà sono un’insegnante di canto».

Già qui ci sono tutti una serie di elementi di Means: i personaggi sono strambi, quasi sempre dei drop-out, vivono della luce sorprendente della solitudine e del fallimento. Ma hanno qualcosa in più dei personaggi di Carver o di Alice Munro: sembrano essere toccati da una specie di destino speciale, una forma di elezione si potrebbe dire.

Per questo credo che un altro paragone non esagerato che viene spesso usato per la scrittura di Means è Flannery O’Connor, quella O’Connor che diceva che le serviva ambientare le sue storie nella Bible belt perché era lo stesso passaggio a consentire una trasfigurazione: un posto «dove non è anomalo immaginare un roveto ardente». Dalla O’Connor Means ha imparato il coraggio di creare situazioni al limite del plausibile, ma anche quest’ironia nei confronti della dimensione confessionale – «Non immagini quanta gente inciampa durante l’eucarestia».

Ecco il paragrafo successivo, il momento del loro primo incontro.

«L’adulterio è sfaccettato, disse lui. È informe ma al contempo ha una sagoma elementare, come un fiocco di neve; è circondato da una quantità di luoghi comuni e tuttavia è unico, un’entità diversa ogni volta. La finestra della sua camera da letto era chiusa da un’inferriata e poi attraverso le tende ricamate che lui aveva comprato in Spagna, disegnandole un reticolo sul corpo che lui seguiva con le dita, dal ventre – con la cicatrice del cesareo – al mento».

Che cosa sono queste poche righe? Quanta raffinatezza nella costruzione dei personaggi e del legame che si sta formando tra loro? La verbalizzazione che indica come ci sia già una consapevolezza che li allontana dalla complicità del non detto. La Spagna, la cicatrice che stanno a significare quanto spazio di mistero ancora rimanga inesplorato.

“Leggendo Cechov”, questo è il titolo di questo racconto, va avanti così, sette otto righe alle volta, mentre loro due si amano clamorosamente – «Il punto dove lussuria e amore si incontrano, dove una finisce e l’altro comincia: l’innata sincerità sepolta nell’atto del tradimento», e poi si raffreddano e si deludono, si distaccano.

In questa narrazione che sembra così naturale, quasi veramente Means riuscisse a resocontare un processo che, più che umano, è botanico – noi ci fidiamo riga dopo riga della necessità di queste narrazioni, nonostante spesso siano storie dicevamo implausibili; mentre è però determinante il tono sentenziale di certe frasi associato al ritmo impassibile e al tempo stesso rigoroso della natura.

La mancanza di reciprocità, il fatto che uno dovesse soffrire più dell’altro, per quanto prestabilito, era sorprendente. I semi cadevano in anticipo dagli alberi di ginkgo biloba in Claremont Avenue – la siccità aveva spinto avanti la stagione – e un uomo li infilava dentro un sacco di tela, lavorando piano nella calura, raccogliendoli uno alla volta.

Questo ritmo non è il fatalismo dei grandi cantori del Midwest o dei suburbia, che siano autori infuocati come Faulkner o Anderson o O’Connor oppure algidi come Carver o Richard Ford, ma una sorta di virtù aruspicina: un’interpretazione dei segni – esseri umani, fiumi, piante: sono tutti creature da indagare.

In alcuni casi poi questa indagine si fa clinica, compilativa, tassonomica.

Nel Punto c’è un racconto che s’intitola “Alcuni fatti necessari a comprendere la combustione umana spontanea di Errol McGee” diviso in capitoletti di mezza pagina a loro volta titolati Il fuoco, Il cranio, Condizioni generali, Pomata naturale per capelli Udall, et… In Episodi incendiari assortiti il racconto che dà il titolo alla raccolta funziona in questo modo. Nel Pesce rosso segreto ci sono almeno tre racconti che simulano questo desiderio di ordine attraverso un elenco simile a quello famoso di Borges sulla catalogazione degli uccelli.

Uno è “Elenco aggiornato delle apparizioni delle apparizioni dell’uomo di polvere”, un altro è “Duplicati”, un altro è “L’Uomo Lampo”. Quest’ultimo racconto è la storia romanzata, immaginifica di uomo che nella sua vita viene colpito da un fulmine per sette volte. Ispirato evidentemente a una storia incredibile ma vera – questo record è presente tuttora sul Guinness – Means esplora questa come le altre condizione di trascendenza come una specie di santità, di elezione spirituale nel mondo ipersecolarizzato. In questo somiglia molto a quei narratori americani che hanno delineato una sorta di “realismo soprannaturale” come Faulkner certo e la O’Connor, ma anche come Cormac McCarthy (Suttree è il padre di molti racconti di queste short-stories) o Don DeLillo, e anche – ovviamente – David Foster Wallace.

Ma è attraverso un altro racconto del Pesce rosso segreto che secondo me possiamo capire quale è la potenza della sua maestria narrativa. Ed è “Petrouchka [con omissioni]”, dove racconta la storia di un pianista che cade vittima della depressione perché ha una leggera sclerosi della mano destra. Questa maestria si incarna nell’uso della terza persona e del punto di vista. Spesso i suoi racconti sono delle narrazioni nelle narrazioni, e spesso il punto di vista del narratore viene smentito/approfondito/reso più intenso dal punto di vista di un altro narratore che o viene a dare una diversa interpretazione della storia, magari a prendersi colpe che venivano esposte in forma di allusione, oppure a far riverberare un’intimità emotiva con la storia narrata che non avevamo compreso fino a quel momento. (Se non è chiaro quello che dico, perdonatemi ma leggetevi quella meraviglia assoluta che è “Il lamento di Sleeping bear” che mostra questa tecnica fin dal suo incipit: «Questa preghiera in forma di lamento – se mi passate l’espressione – cominciò il giorno in cui eravamo in campeggio a Sleeping Bear e Rondo uscì ubriaco fradicio e si perse»).

Ma dicevamo, “Petrouchka [con omissioni]” che è un racconto esplicitamente meta-letterario: la storia del pianista viene narrata in modo caldo e empatico, ma viene spezzata da una serie di parentesi – le omissioni del titolo. Ossia, ogni tanto in mezzo al racconto troviamo dei lunghi brani tra parentesi quadre che iniziano: con
“Omesso da questo paragrafo:”.

L’effetto è ovviamente spiazzante all’inizio se non raggelante, ma man mano che le omissioni si susseguono e le due voci narranti si smentiscono o si confermano a vicenda, la nostra sospensione dell’incredulità subisce incrinature ancora più profonde. Se un narratore non pretende la nostra fiducia, ma anzi confessa in maniera così plateale la sua parzialità nel dare conto di storie complesse di personaggi fragili e oscuri persino a se stessi, forse noi – noi lettori – gli crediamo ancora di più. La lezione dei post-moderni o di Borges o di Nabokov viene assimilata ma per un intento apparentemente opposto: cercare l’incanto, non il disincanto.

Ma questo non è il solo strumento a disposizione di Means per riuscire a creare in poche pagine se non addirittura poche righe (leggetevi “Quello che spero io” in Episodi incendiari assortiti)un patto con il lettore per cui gli viene richiesto chiaramente una complicità che che ci aspettiamo dai fratelli di uno stesso culto, da persone che condividono i riti di una medesima comunità: quella di chi racconta e ascolta storie. In quanti racconti anche nel Punto s’inizia proprio con un gruppo di balordi che si trovano a narrare intorno al fuoco!

L’altro dono che Means ha è quello di rendere grazia al creato, attraverso uno stile iperestetico, qualcosa – forse solo il fatto di esseri umani – ci ha dato la possibilità di sentire, vedere, provare un senso di vitale appartenenza per quel che ci circonda. La natura, i suoi elementi, il rapporto ancestrale che lega l’uomo al suo territorio, l’acqua, il fuoco, i fiumi del Michigan, gli incendi, e poi le ferrovie, e gli odori, ogni singola percezione, tutto…

E allora, per tentare di comunicarvi questo senso di pienezza polmonare, eccovene sei esempi completamente sparsi, scollegati tra loro, che ho tratto dai vari racconti del Punto:

«L’aria era satura dell’odore di trementina, oltre che dell’olio di creosoto proveniente dalle traversine dei binari e di qualcos’altro, lo strascico di ozono lasciato da una gigantesca scintilla elettrica».

«Quando arriva il suo turno, lei tocca con piacere la pistola, solida e pesante di energia compressa mentre il cane scatta in posizione; una contrazione gradevole (nella molla del grilletto, prima del rilascio) le manda una vivace scarica su per il braccio, e poi, in risposta, il rinculo la spinge indietro mentre la nuvola azzurra che rimane sospesa le ricorda le miccette, i petardi. (Sentirà di nuovo quel buon odore in seguito, quando con un giornale arrotolato verserà la polvere nera dentro tubi zincati, plasmando la cera morbida per creare un tappo nel quale poi infilerà la miccia)».

«Sotto il tavolo un formicolio elettrico le si propaga sul palmo delle mani quando pensa alle pistole e sente che i cani hanno smesso di abbaiare, e rimane solo il fruscio degli alberi che proiettano chiazze d’ombra verde nelle stanze al piano di sopra. Le querce davanti alla casa, crescendo, si sono avvicinate alle zanzariere, sfiorandole, e con la brezza arriva un odore dall’Hudson che le ricorda le estati al lago George, quando suo padre veniva dalla città per il fine settimana, rilassato, senza giacca, con la pelle cascante del collo bene in vista».
«…e tutto sotto quel forte sole di mezzogiorno con il fruscio dei salici alla sua sinistra, e più giù, oltre la recinzione, l’odore muschiato e terroso del fiume che sembrava portare l’intera scena…»

«Il villino, un tempo immacolato e ridipinto ogni anno, era degenerato in una squallida stamberga, con scaglie di bianco di piombo che si staccavano dalle assicelle e un odore rancido che usciva da sotto la veranda. I gradini di pietra che scendevano alla spiaggia si erano sgretolati come roquefort, e il molo, lasciato fuori a gelare un inverno dopo l’altro, pendeva volgarmente da una parte».

«Sarebbe stato bello guardare le erbacce del giardino ondeggiare dolcemente, arrendendosi al vento; dalla strada sarebbe arrivato un leggero odore di catrame; la casa avrebbe ansimato e cigolato piano sotto il sole ardente, e lei avrebbe girato per le stanze e le avrebbe esaminate in cerca di indizi, di vestigia perdute della vita che si era svolta in quella casa prima che venisse ridotta a vetri rotti, a lunghe ferite nell’intonaco che mostravano il graticcio retrostante; si sarebbe prostrata carponi davanti a Dio; si sarebbe ritrovata nel seminterrato, tra la luce polverosa che entrava dai pozzetti, l’odore di nafta e il pavimento di terra battuta, compattato in quell’angolo laggiù, sotto il vecchio tavolo, in quella rientranza piena di ragnatele che lei ricordava da quando aveva esplorato la casa insieme agli uomini, e Byron aveva picchiato sul vecchio serbatoio mentre August, trascinando in giro la sua mole, faceva un balletto e cantava Sympathy for the Devil; avrebbe provato l’impulso di trascorrere il resto dell’eternità là sotto, in quella fresca oscurità, perché in quel momento, mentre guidava, desiderava solo togliersi dal sole abbagliante e dall’impressione che il territorio selvaggio in cui si trovava fosse così levigato dalla luce che era impossibile guardarlo».

@christianraimo

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