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Democrazia digitale, una richiesta inevasa di partecipazione

Riflessioni dal libro "Critica della democrazia digitale" di Fabio Chiusi: la e-democracy finisce per ricadere nell'antica utopia del governo diretto dei cittadini
Democrazia digitale, una richiesta inevasa di partecipazione

«Un’idea, un concetto, un’idea – cantava Giorgio Gaber nel 1974 – finché resta un’idea è soltanto un’astrazione», aggiungendo poi: «Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione». A quarant’anni di distanza, l’ironia dell’artista milanese ritorna ancora utile di fronte a una delle idee più promettenti – e al tempo stesso controverse – della politica contemporanea.

Con il sorgere dell’era digitale non pochi hanno salutato l’avvento della e-democracy come un cambiamento rivoluzionario, in grado di ridare vigore alle asfittiche condizione in cui versano i regimi democratici all’interno del sistema globale. I roboanti proclami di improvvisati profeti sul valore palingenetico delle nuove frontiere della partecipazione dei cittadini attraverso la tecnologia, però, hanno prodotto risultati di gran lunga inferiori alle aspettative.

Eppure non è possibile nascondere come, anche a fronte di evidenti ingenuità teoriche o carenze pratiche, alcune formazioni politiche che si richiamano apertamente a tali coordinate ideali abbiano ottenuto dei risultati formidabili alle elezioni politiche. Ben più che l’esperimento della «democrazia liquida» del Partito pirata in Germania, è l’incredibile successo del Movimento 5 Stelle nel nostro paese ad attirare l’attenzione degli analisti.

Fabio Chiusi, Critica della democrazia digitaleIl fenomeno della «iperdemocrazia», teorizzata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, ha contorni ancora sfumati e inquietanti. Con il suo recente Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti (qui un estratto dal volume), Fabio Chiusi intende «indagare la valenza pratica e concreta degli esperimenti di democrazia digitale alla luce delle speranze che da decenni continua invariabilmente a suscitare, a prescindere da qualsivoglia rapporto con i fatti e i risultati prodotti». Il giornalista e blogger compie la propria analisi sullo «stato presente della democrazia digitale» opponendosi all’idea per cui «il digitale sia necessariamente un bene per la democrazia», al di là del contesto politico e delle leggi che regolano la materia.

Nelle pagine del volume, che prende in considerazione soltanto i progetti con ambizione nazionale piuttosto che le singole esperienze locali, l’autore affronta l’argomento da prospettive differenti. E però complementari. Sotto il profilo teorico, poggiandosi sulla riflessione di Hans Kelsen e soprattutto di Norberto Bobbio, Chiusi mostra le tante aporie contenute nelle ingenue tesi degli anarco-tecnologisti e dei populisti digitali. Con le sue «promesse non mantenute» (per dirla con una famosa espressione del filosofo torinese), la democrazia digitale rappresenta nient’altro che una riproposizione dell’antica utopia della democrazia diretta. Un regime politico che, nella sempre difficile miscela fra bisogno di trasparenza e necessità di controllo, finisce assai spesso per assumere le claustrofobiche sembianze delle distopie raccontate da Jeremy Bentham, Aldous Huxley e George Orwell.

Sotto il profilo empirico, Chiusi utilizza invece la più recente letteratura accademica per evidenziare le potenzialità ancora da dimostrare e i già evidenti limiti dei vari esperimenti di e-democracy in tutto il mondo. Svizzera, Islanda, Cile, Finlandia, Estonia, Stati Uniti e Italia, sono i tanti paesi in cui a fronte delle elevate aspettative – generate da progetti di costituzione in crowdsourcing, deliberazione online e voto elettronico – sono stati raggiunti risultati parziali e modesti. Nel rapporto tra tecnologia e politica – nota l’autore – le speranze attribuite alla prima sono eccessive e fuorvianti di fronte alla resistente vischiosità della seconda.

In fondo, osserva Chiusi, le troppe aspettative riposte nella democrazia digitale sono nient’altro che l’evidente segno di una diffusa e più profonda crisi non solo dei partiti, ma anche e soprattutto della rappresentanza politica (a cui, molto probabilmente, è da imputare il vero motivo del successo elettorale del M5S). Gran parte dei cittadini, più che confidare nella profetica retorica sul ruolo salvifico della rete, esprime una non più rinviabile esigenza di libertà e partecipazione.

La «libertà» – cantava ancora Gaber, sempre all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso – «non è uno spazio libero» (come quello rappresentato dalla rete), «libertà è partecipazione». Che tuttavia la democrazia digitale non sembra ancora in grado di garantire.

@LucaG_Castellin

Luca Gino Castellin è ricercatore di scienza politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore

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