La Chiesa di Francesco STAMPA

Eppure questo poker è un azzardo

Roncalli è il papa che ha aperto il Concilio Vaticano II, sorprendendo tutti per la decisione e per la direzione data al dibattito. Wojtyla è il papa che ha fatto proprio il Vaticano II
Eppure questo poker è un azzardo

L’espressione “poker papale” per definire la liturgia del 27 aprile 2014 descrive la scena di quattro papi: due papi viventi (il regnante Francesco e l’emerito Joseph Ratzinger) alla canonizzazione di due papi loro predecessori (Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II) – predecessori cronologicamente molto prossimi, se non loro contemporanei.

Ma l’espressione “poker papale” rivela, in modo inconsapevole, tutto l’azzardo a cui va incontro la chiesa con questa decisione che identifica sempre di più la forma moderna del cattolicesimo con la sua icona planetaria, il papato.

È un azzardo di cui si tireranno le somme nei tempi lunghi, come sempre per quello che riguarda il cattolicesimo.
È un azzardo da diversi punti di vista. Da quello dell’equilibrio dei diversi elementi che fanno del cattolicesimo quello che è da secoli: una chiesa universale e locale; una chiesa fortemente regolata dal punto di vista giuridico ma aperta al dinamismo dell’esperienza umana; una chiesa dal forte impianto culturale ma anche inculturata in molti modi diversi. L’elevazione del papato alla santità (quasi tutti i papi del secolo XX sono in pista verso la beatificazione) rappresenta, dal punto di vista della storia del cattolicesimo, un elemento recente, che inizia tra Pio X e Pio XII nella prima metà del Novecento e accelera durante Giovanni Paolo II.

Non è chiaro se la canonizzazione del grande investitore nella “fabbrica dei santi”, Giovanni Paolo II, significhi una chiusa a questa fase, oppure un’ulteriore accelerazione che a questo punto può estendersi solo a ritroso e senza poter evitare decisioni cruciali su casi particolarmente delicati (come quello di Pio XII).

È un azzardo anche perché, se nessuno dubita della santità personale di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, è evidente che i caratteri della loro fama di santità sono diversi. Buona parte dei cattolici che guarderanno alla cerimonia del 27 aprile 2014 vedranno nell’uno ma non nell’altro papa la consacrazione di una certa visione ed esperienza di chiesa. Solo pochi cattolici riusciranno a vedere, naturaliter, senza un’operazione intellettuale e spirituale non priva di sforzi, in Roncalli e Wojtyla un’eredità unitaria. Roncalli è il papa che ha aperto il Concilio Vaticano II, sorprendendo tutti per la decisione e per la direzione data al dibattito. Wojtyla è il papa che ha fatto proprio il Vaticano II, appropriandosi il potere di chiudere alcune questioni che il concilio aveva solo aperto (sessualità e contraccezione), di dichiarare risolte questioni che il concilio non aveva mai affrontato (il ruolo della donna nella chiesa), ma anche di andare oltre il dettato testuale del concilio su alcune questioni che hanno letteralmente salvato la chiesa dallo “scontro di civiltà” (rapporto con l’ebraismo e dialogo interreligioso).

Diverse sono le memorie dei due papi, anche perché di Roncalli sappiamo molto grazie agli studi storici a lui dedicati (specialmente in Italia e a Bologna) negli ultimi trent’anni, mentre dell’altro sappiamo relativamente poco – non nonostante, ma proprio grazie alla mediatizzazione del papato. Sul lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II e sull’adeguatezza di alcune sue decisioni (sia teologiche che disciplinari, come per la teologia della liberazione e i Legionari di Cristo) per lungo tempo peserà un’ombra di incertezza.

Il poker papale è un azzardo, infine, anche per il pontificato di Francesco, che rappresenta una miscela particolare e del tutto originale di modelli diversi di papato. Francesco ha fatto vista di comprendere i rischi insiti in un papato sovradimensionato, in cui l’autorità guadagnata dal vescovo di Roma funziona necessariamente per sottrazione di tutte le altre autorità istituzionali intermedie, ma alla fine funziona anche per oscuramento, oblio e relativizzazione dell’accesso alle vere fonti della vita cristiana, la Bibbia e i sacramenti.

Nell’aprile di nove anni fa, alla morte di Giovanni Paolo II, sembrava che la chiesa non potesse non dirsi wojtyliana. Da allora, molte cose sono successe: il primo smentitore del wojtylismo non è stato papa Francesco (checché ne dicano i nostalgici e gli amici de Il Foglio), ma proprio Benedetto XVI.

La doppia canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II rappresenta, su quella scena del sacro e dell’impero che è Roma, una sorta di bilancio pubblico ma inconscio di un cinquantennio di storia della chiesa, quello aperto dal Concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II è il papa che ha fatto più santi e beati di tutti, grazie alla “fabbrica dei santi”.

La grandissima parte di essi non “sono” più santi, ma “sono stati” santi: consumati e dimenticati. Resta da vedere se la memoria di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII resterà legata (come quella di quasi tutti gli altri santi) ad una nazione, ad una generazione, ad un particolare ordine religioso e a una tradizione spirituale, oppure se diventerà qualcosa di diverso. Sulla roulette di piazza San Pietro il cattolicesimo ha fatto la sua puntata.

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  • Nic Nic

    quanta cecità spirituale!