La Chiesa di Francesco STAMPA

La firma di papa Francesco sulle canonizzazioni

Il Concilio di Giovanni XXIII come «ritorno all'essenziale» e Giovanni Paolo II «papa della famiglia»: così Bergoglio ha dato la sua chiave di lettura per il giorno dei due papi santi
La firma di papa Francesco sulle canonizzazioni

Il giorno che Jorge Mario Bergoglio è diventato papa il processo di canonizzazione di Karol Wojtyla era già ampiamente avviato. Quasi nessuno dubitava che Giovanni Paolo II sarebbe arrivato sugli altari a meno di dieci anni dalla sua morte. Eppure papa Francesco non si è limitato ad approvare quanto preparato da altri. Ha impresso il suo sigillo sulla cerimonia di domenica scorsa, indicando una precisa chiave di lettura per quanto stava accadendo in piazza san Pietro e nella Chiesa.

Già il 30 settembre scorso, con la scelta di “accoppiare” la canonizzazione di Wojtyla e quella di Giovanni XXIII, Bergoglio aveva dato un segnale: il «curato di campagna» Roncalli – come lo ha definito lo stesso papa argentino parlando ai giornalisti, durante il volo di ritorno dal Brasile – accanto alla figura imponente di Giovanni Paolo II. Non si celebra l’uomo – questo il messaggio di papa Francesco – ma la fede.

E poi l’omelia sul sagrato di san Pietro, durante la messa per la canonizzazione. La lettura che Bergoglio ha dato del Concilio Vaticano II – convocato da Roncalli – aiuta anche a capire il senso delle due canonizzazioni e dello stesso pontificato di Francesco. Il Concilio non ha voluto inventare niente di nuovo, aggiungere dottrine nuove alla Tradizione bimillenaria della Chiesa. Piuttosto è voluto tornare «all’essenziale del Vangelo», restituire la Chiesa alla sua «fisionomia originaria». Non si è trattato di inventare qualcosa di nuovo, o di stravolgere; semmai di rimuovere il superfluo per tornare a guardare all’«essenziale». Detto da un papa “progressista” come Bergoglio, non è cosa di poco conto.

Quando poi papa Francesco ha definito Wojtyla «il papa della famiglia», si è alzato qualche sopracciglio. Ma come? Neanche un accenno alla caduta del Muro, alla lotta senza quartiere contro il comunismo, al pontificato “imperiale” e ai viaggi da record intorno al mondo? Non è una definizione in qualche modo “riduttiva”, quella di «papa della famiglia»? (Ne scrive, su Europa di oggi, Pierluigi Castagnetti). Anche qui, Bergoglio guarda all’«essenziale». Tra i tanti gesti compiuti da Giovanni Paolo II, è come se Francesco ne avesse indicato uno in particolare, destinato a lasciare il segno per la fede dei cristiani: l’aggiunta (datata 1995) dell’invocazione «Regina della famiglia» tra le litanie del Rosario. Per la fede della Chiesa – suggerisce Bergoglio – conta più una preghiera semplice di tante azioni eclatanti.

Nelle scorse settimane in molti avevano manifestato un dubbio: che dalla doppia canonizzazione sarebbe partito un messaggio in qualche modo “eclettico” – se non schizofrenico – rispetto al resto del pontificato di Francesco. «Un’autocelebrazione» del papato, aveva scritto Aldo Maria Valli su queste pagine; un ritorno all’identificazione della Chiesa col pontefice, ipotizzava Massimo Faggioli. Proprio da parte di un papa che, al contrario, si percepisce prima di tutto come vescovo di Roma, «servo dei servi di Dio». La risposta di Francesco non poteva essere più chiara.

@lorbiondi

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