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La rinascita del Codice di Rossano, in mostra al Quirinale

Uno dei più ricchi codici miniati del Medioevo sarà esposto fino al 15 luglio a Roma: il restauro e le nuove scoperte
La rinascita del Codice di Rossano, in mostra al Quirinale

È l’ultima occasione per ammirarlo de visu. Poi verrà definitivamente archiviato: al buio in un climabox. Parliamo del Codex Purpureus Rossanensis, esemplare unico di una generazione di manoscritti biblici attestata tra il V e VI secolo, che con ben tredici miniature con le storie della Passione costituisce il più antico ciclo narrativo della vita di Cristo conservato su pergamena.

Chi desidera osservarlo da vicino, restaurato delle 188 carte che lo compongono, ha tempo fino al 15 luglio al Palazzo del Quirinale nell’ambito della mostra Classicità ed Europa. Il destino della Grecia e dell’Italia, dove è attualmente esposto.

Così denominato dal nome dell’antica diocesi di rito greco – Rossano – presso la quale è tuttora conservato, il Codex è arrivato all’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario di Roma nel giugno del 2012, perché ne fosse accertato lo stato di conservazione e perché ne fossero ricostruite le travagliate vicende, dall’incendio che l’avrebbe danneggiato nel XVIII secolo all’intervento di restauro documentato nei primi decenni del Novecento.

Un convegno appena concluso, tenutosi presso l’Accademia nazionale dei Lincei di Roma, ha permesso a un grande bacino di appassionati di conoscere gli esiti del recente intervento di conservazione diagnostica e di restauro che si è valso di un comitato scientifico presieduto da Louis Godart, anche curatore della mostra al Quirinale.

Queste le acquisizioni, alcune delle quali decisamente innovative rispetto alla storia conosciuta del Codice:

– per la pergamena di pelle ovina sono stati utilizzati quarantasette agnelli e da ciascuna pelle sono state ricavate otto facciate;
– per la copertina è stato utilizzato legno di cipresso e non di cedro del libano come si era ritenuto precedentemente;
– i lapislazzuli utilizzati per ottenere il colore sono naturali e non sintetici (dato questo che conferma la datazione al VI secolo);
– tutte le lettere che lo compongono sono in oro e argento.

Ma l’opera delicatissima, che sarà conservata al buio a temperatura stabile, è stata anche sottoposta a un restauro virtuale, grande novità e prodigio della tecnologia. Sarà dunque possibile  attraverso immagini multispettrali leggere sul codice digitalizzato anche dati che erano stati cancellati dai precedenti restauri e danneggiamenti, eliminando macchie ed evidenziando i testi nascosti.

@alebrej

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