Cultura STAMPA

Salinger, lo scrittore in fuga

Usciti in questi giorni il libro e il documentario di Shane Salerno e David Shields frutto di una ricerca decennale sulla vita del misterioso autore de “Il giovane Holden”
Salinger, lo scrittore in fuga

Prima di tutto, ora e qui, è il caso di fare ammenda. Perché qualche mese fa, quando il lavoro monstre fatto su J.D. Salinger da Shane Salerno e David Shields uscì negli Stati Uniti, scrivemmo che questo lavoro probabilmente non sarebbe mai stato pubblicato in Italia. Ci sbagliavamo. Su una cosa però avevamo ragione: i grandi editori non hanno voluto prendersi la briga. Il libro, intitolato Salinger (traduzione di Lorenzo Bertolucci e Paolo Caredda), né più né meno, l’ha tradotto un indipendente coraggioso come Isbn, e proprio ieri in molte sale italiane è stato proiettato il documentario (Salinger. Il mistero del giovane Holden) che insieme al libro ha preso forma in quasi dieci anni di ricerche.

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Ebbene, J.D. Salinger. Lo scrittore che a poco più di trent’anni ha sconquassato l’inamidata cultura americana del Dopoguerra con un piccolo e poderoso romanzo contundente come Il giovane Holden, lo scrittore che quando di anni ne aveva quarantasei ha smesso di pubblicare anche una sola riga per ritirarsi in una riservatezza quasi assoluta e autenticamente mitica fino alla fine dei propri giorni. L’uomo che ha bramato il successo, l’ha ottenuto e se ne è lasciato sopraffare.

L’uomo che a un certo punto della propria vita ha rifiutato il mondo, rinchiudendosi nella sua casa tra i boschi del New England. Non chiedeva altro che lo lasciassimo in pace, e invece non abbiamo mai smesso di parlare di lui. E Salerno e Shields non sono stati i primi né saranno gli ultimi a dedicare alla sua esistenza una qualche forma di racconto, però il loro sforzo è stato sinceramente enorme.

Il libro è avvincente. Ha una caratteristica peculiare, formale e strutturale, che funziona, e molto: ritagli di confidenze, considerazioni e rivelazioni fatte da gente che per qualche motivo ha incrociato la parabola di Salinger nei suoi novantuno anni di vita, uno dietro l’altro. Amici, parenti, amanti, scrittori, giornalisti, editor, tre righe l’uno, dieci l’altro, due pagine un altro ancora. Come un documentario, appunto, ma con una forza narrativa ben maggiore. Il libro, per intendersi subito, del documentario “fratello” è molto migliore. Perché segue un ordine cronologico, innanzitutto, senza lasciarsi tentare da troppe pretese da fiction pura, e perché è più ricco. Sono entrambi delle irruzioni fragorose nella famigerata privacy di Salinger, ma la pellicola appare più azzardata e, anche per la forza vivida delle immagini, anche solo per quella delle voci e delle smorfie degli intervistati, morbosa.

Il libro è più complesso. Nella prima parte è davvero molto significativo. Il resoconto, suffragato da fonti autorevoli e per lo più oggettive, degli anni dell’adolescenza di Salinger, e soprattutto di quelli della guerra, è illuminante. Salinger che si arruola per sporcarsi le mani e l’anima e alimentare il sacro fuoco della sua scrittura, Salinger e lo Sbarco in Normandia, Salinger nel controspionaggio, Salinger e le battaglie nel cuore dell’Europa, Salinger e i campi di concentramento, Salinger e il ricovero in un ospedale di Norimberga per curare il suo inevitabile – dopo duecentonovantanove giorni di fronte – esaurimento nervoso.

Salinger che incontra Hemingway, Salinger che si porta dietro i primi capitoli di Holden, Salinger che sposa una giovane donna tedesca e se ne separa subito dopo essersela portata a New York. Tutto ciò ci dice molto riguardo quel che avremmo trovato, nei due decenni successivi, nelle sue poche opere pubblicate. Il giovane Holden, e i racconti del New Yorker, da Un giorno ideale per i pescibanana a Alzate l’architrave, carpentieri. Fino all’ultima traccia di sé, pure questa lasciata sulla prestigiosa e ombelicale rivista americana, il monologo alluvionale di Seymour Glass di Hapworth 16, 1924. Il testo, controversissimo, che forse spiega il futuro di Salinger, o forse no: l’ossessione per la famiglia Glass, l’abbraccio dell’induismo vēdanta, la rinuncia al mondo.

Ecco, nel libro Salerno e Shields insistono molto sulla svolta religiosa di Salinger, sulla sua rinuncia «all’oro e alle donne» dettata dagli insegnamenti vēdantiani. Nel documentario, che per il resto ne ricalca piuttosto fedelmente i contenuti, se ne fa solo un piccolo cenno, e la discrepanza è a dir poco sorprendente. In generale, a dire il vero, e così come in tutta la seconda parte del libro – in cui si cerca di rispondere alla più fatidica e cruciale delle domande: perché, dopo Hapworth, il nostro uomo non ha pubblicato più niente? – quella sugli aspetti religiosi della seconda vita di Salinger appare una speculazione un po’ forzata: «La guerra lo distrusse come uomo e lo rese un grande artista. La religione gli offrì sollievo spirituale per le sue ferite di guerra e uccise la sua arte». Poi, certo, molto dipende dalla vostra passione per le speculazioni. Ma i fatti – la guerra, i libri, le cause in tribunale, le sparute incursioni nei giornali – hanno tutto un altro peso.

E ci sarebbe da dire molto di più, perché il libro dura quasi ottocento pagine, perché J.D. Salinger ha davvero parecchio a che fare con tutto ciò che abbiano mai pensato e scritto coloro che in qualche modo si siano imbattuti nel Giovane Holden. Holden Caulfield siamo noi, naturalmente, e Salinger, a un certo punto della sua esistenza, deve averlo percepito benissimo. Questo, forse, era più di quanto avrebbe voluto, e più di quanto avrebbe potuto sopportare.

Questo libro di Salerno e Shields è irriverente e potente. È un libro, certo, che a Salinger non sarebbe piaciuto – e pare che sia piaciuto talmente poco anche ai suoi eredi da aver spinto certi editori a soprassedere per non compromettere i preziosi rapporti – ma che ai suoi lettori è in grado di dire, se non spiegare, molto. Leggetelo, se potete, e fatene buon uso. Sperando che i due autori abbiano ragione a predire l’imminente pubblicazione di tutta una serie di testi che J.D. Salinger avrebbe scritto nei suoi quarantacinque anni di silenzio. Succederà a partire del 2015 e fino al 2020, dicono. Tra non molto, perciò, dovremmo saperne di più.

@giovdoz

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