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Da Loach ai fratelli Dardenne, Cannes dalla parte degli ultimi

Il festival sta dando lezioni di resistenza umana contro i poteri forti della società. Anche la giapponese Naomi Kawase si fa portavoce di un messaggio per i giovani
Da Loach ai fratelli Dardenne, Cannes dalla parte degli ultimi

Quest’anno il festival di Cannes sta dando lezioni di resistenza umana. È il caso di Ken Loach che con Jimmy’s Hall, il film con cui entra oggi in concorso, ripercorre la storia di un personaggio realmente esisto, Jimmy Gralton, che all’inizio degli anni Trenta torna nella nativa Irlanda dopo un lungo espatrio negli Stati Uniti dovuto alle sue idee rivoluzionarie. Il primo atto di Jimmy al suo ritorno è la riapertura di un locale che di giorno funziona da centro di studi aperto gratuitamente alla popolazione locale, e di sera diventa una sala da ballo. Dall’America Jimmy ha portato anche un grammofono e vari dischi di musica jazz, confermando la sua reputazione di innovatore.

Naturalmente i poteri forti del villaggio, in primis il parroco, vedono come loro acerrimi nemici tanto l’istruzione delle masse quanto il loro divertimento, a meno che non siano sotto il loro controllo. E fanno del loro meglio per fermare Jimmy e la sua hall, dandogli del comunista e dell’anticlericale. E siccome «niente come la paura e l’odio per chi mette in crisi lo status quo unisce parti sociali che altrimenti si farebbero la guerra», Jimmy diventa l’oggetto di una caccia all’uomo.

Ma anche gli elementi deboli della società – i giovani, gli anziani, le donne, i lavoratori – hanno il potere di unirsi e di trarre forza dalla propria coesione. E dunque Jimmy non viene lasciato solo, ma aggrega intorno a sé un gruppo di irriducibili pronti a difenderlo ad ogni costo. Ponendosi come sempre dalla parte degli ultimi, Loach indica la strada della ribellione e della solidarietà per tutti i diseredati della terra, o anche solo per chi, in quest’epoca di crisi economica globale, si sente messo nell’angolo: non a caso Jimmy’s Hall è ambientato ai tempi della Grande Depressione, e non a caso segue lo splendido documentario di Loach The spirit of ’45.

Anche i fratelli Dardenne, in concorso con Duex jours, une nuite, fanno il tifo per una lavoratrice che vede minacciato il proprio posto di lavoro, questa volta nel Belgio contemporaneo. Sandra (Marion Cotillard) è al centro di una votazione che chiede ai dipendenti di una piccola azienda di scegliere fra mantenere il posto di lavoro della donna, accusata di scarso rendimento, o incassare un bonus da 1000 euro. Si innesca dunque una guerra fra poveri in cui ognuno ha le proprie comprensibili ragioni e ad ognuno è chiesto di confrontarsi con la propria coscienza.

Al centro della storia c’è la denuncia, da parte dei Dardenne, di una “cultura” del lavoro basata sulla perfomance e lontana dal rispetto per la dignità dei lavoratori, una “cultura” che mette le parti deboli le une contro le altre, costringendole a compiere delle non-scelte che offendono la loro umanità. La reazione di Sandra, che si rifiuta di soccombere e va a chiedere ad ognuno dei suoi colleghi di votare in suo favore, senza umiliarsi ma invocando una maggiore giustizia sociale, ò un’altra lezione di resistenza umana.

Infine la giapponese Naomi Kawase, in concorso con il poetico Still the waters, dà un’indicazione ancora più radicale ai giovani. Anche se il suo film non parla né di lavoro né di crisi economica, si fa portavoce, attraverso un personaggio anziano, del diritto dei giovani cercare la propria strada anche a rischio di cadere e farsi male, perché questo è il loro diritto e il loro destino. «A noi tocca il compito di raccogliere i pezzi, se cadete», dice il vecchio. E in una battuta svergogna quella generazione che tiene saldamente in mano i cordoni della borsa e le leve del potere, rifiutandosi di lasciare spazio a chi avrà il compito di costruire il futuro, peraltro su quelle macerie lasciate proprio dai “nonni” e dai “padri”.

@cinecasella

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