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La svolta a metà di Obama sulla politica estera

Nel discorso all'accedemia di West Point il presidente difende la necessità di un'azione "muscolare" dell'America del mondo. Ma non è un ritorno all'interventismo di Bush
La svolta a metà di Obama sulla politica estera

Dallo stesso podio, nel 2002, George W. Bush tracciò le linee dottrinali della “guerra preventiva”, che solo un anno dopo sarebbe passata dalla carta alla realtà, con l’invasione dell’Iraq. E nel 2009 era stato proprio a West Point, Stato di New York, che il presidente Barack Obama aveva lanciato l’idea del surge, l’aumento delle truppe in Afghanistan.

Oggi, il giorno dopo avere annunciato il mantenimento di un contingente di 9.800 soldati a Kabul, prima del ritiro definitivo, il comandante in capo degli Stati Uniti è tornato nella sede dell’accademia militare più importante d’America per incontrare i cadetti della classe 2014 e definire la strategia di politica estera degli ultimi due anni e mezzo del suo mandato.

Alla vigilia del tour in Europa Obama ha respinto al mittente le critiche, riassumibili in un capo d’accusa: l’avere abdicato alle sue responsabilità di leader mondiale, l’avere rinunciato all’eccezionalità americana, l’avere reso gli Stati Uniti un paese “dispensabile”, come recita il titolo di un fortunato saggio del politologo Vali Nasr, The dispensable nation.

Il “leading from behind” presidenziale, la sua ritrosia ad assumere un ruolo di primo piano, la volontà di affidarsi ad alleati spesso doppiogiochisti, la sua continua ricerca di un compromesso, ad ogni costo, avrebbero causato un vuoto di potere, rendendo il mondo ingovernabile, in Siria ed altrove.

A West Point il presidente non ha scritto un nuovo capitolo nella storia della leadership americana nel mondo, come annunciato da più parti, ma ha riaffermato con decisione i suoi principi e ha rivendicato i successi del suo mandato, a partire dall’uccisione di Osama bin Laden e dal ritiro già completato da Bagdad e da quello, ormai prossimo, da Kabul («Siete la prima classe dall’11 settembre che non andrà né in Iraq né in Afghanistan», ha detto rivolgendosi ai cadetti).

L’America non è in declino ed è indispensabile (un aggettivo non casuale, come visto). In un mondo che cambia a velocità accelerata, però, quello che conta non è “dove”, ma “come” gli Stati Uniti esercitano la loro leadership, per garantire «sicurezza, pace e prosperità». L’isolazionismo, oltre «a non essere un’opzione», è una scelta impossibile nei fatti, perché in una realtà globalizzata le minacce varcano i confini nazionali. Ma se gli Stati Uniti sono i leader sul palcoscenico mondiale, i mezzi non sono sempre quelli militari.

Obama lo ribadisce davanti ai soldati, che pure sono “la spina dorsale” di questa leadership, prima di spiegare la sua visione del “come”.

Il presidente parla anzitutto delle minacce dirette agli Stati Uniti e ai suoi alleati, che reclamano una risposta giusta e proporzionata, se necessario attraverso l’uso unilaterale della forza.

La Casa Bianca, quindi, non arretra sulla politica dei droni, utilizzati con sempre maggiore frequenza in Yemen (ma anche in Pakistan e Somalia), pur promettendo più trasparenza, come già un anno fa. D’altra parte, ci sono circostanze in cui, di fronte al terrorismo, «la più grande minaccia dei nostri tempi», l’azione collettiva è più efficace. L’America non può inseguire i terroristi in tutto il mondo, da sola. Ha bisogno dei partner. L’idea di Washington è quella di formare i propri alleati, rafforzando la loro capacità di combattere in prima linea i nemici comuni.

Leading from behind, dunque. Ma questa strategia non può funzionare se non cresce la forza d’urto dei partner, per la quale il presidente annuncia la costituzione di un fondo di 5 miliardi di dollari, il Counter-Terrorism Partnerships Fund. Già adesso, in 4 paesi africani, gli Usa formano unità d’élite locali per combattere i fondamentalisti. Questo impegno crescerà. Allo stesso modo verrà rafforzato il sostegno a chi, all’interno dell’opposizione siriana, «offre la migliore alternativa ai terroristi e al brutale dittatore Assad» (qui si legge l’aiuto ai ribelli “moderati”, annunciato ieri da molti giornali). Obama ribadisce che non mettere “boots on the ground” a Damasco è stata la scelta giusta.

L’eccezionalismo americano, in cui crede fermamente, si esercita attraverso l’esempio, e non è in conflitto con multilateralismo, pragmatismo e senso della realtà.

@vannuccidavide

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  • Persio Flacco

    La politica estera statunitense ha subito una inversione di 180 gradi dall’elezione di barack Obama ad oggi. Questo è un dato macroscopico da tenere presente per analizzare il senso delle strategie attuali degli USA sul teatro internazionale.

    “Sono qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti ed i musulmani
    nel mondo, basato sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto. E sulla
    verità: America e Islam non devono essere in competizione. Invece, si
    sovrappongono e condividono principi comuni, di giustizia e progresso,
    di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani”.
    E’ un brano tratto dal suo discorso all’università del Cairo nel giugno 2009.

    L’impegno di indurre entro un anno Israele e palestinesi a stipulare un
    accordo di pace, impegno decisivo per garantire verso il mondo islamico
    la buona fede del Presidente, come si sa è fallito. La lobby israeliana
    ha avuto la meglio.

    Guantanamo non è stata chiusa; la permanenza in Afghanistan è stata procrastinata; lo Yemen continua ad essere è terreno di scorreria dei droni a stelle e strisce; la Libia è stata trasformata in uno stati fallito, come l’Iraq; la Siria è sulla strada per diventare il califfato degli integralisti islamici, cioé uno stato fallito anch’essa; l’Egitto è di nuovo affidato ad un garante con le stellette.

    “Il nostro impegno è sempre stato sulla minaccia costituita dal
    programma missilistico balistico iraniano e questo continua a essere al
    centro della nostra attenzione. Incoraggiamo la cooperazione della
    Russia nel portare le sue capacità di difesa missilistica nel quadro più
    ampio della difesa dei nostri interessi strategici comuni, in
    particolare per quanto riguarda gli sforzi congiunti per mettere fine al
    programma nucleare illecito dell’Iran”.
    La costruzione dello Scudo è ripresa. E basta citare il ruolo svolto dal dipartimento di stato americano nella genesi della crisi in Ucraina per avere la misura del cambiamento di rotta.

    In realtà il programma politico di Obama, premiato da una mobilitazione democratica dal basso raramente vista negli USA, aveva delle direttrici strategiche del tutto condivisibili da un punto di vista razionale. Sia in politica estera che in politica interna. Pochi lo ricordano ora ma Obama ha ereditato un Paese ridotto allo stremo dalle politiche neocon delle precedenti amministrazioni. Due guerre condotte in contemporanea: Afghanistan e Iraq, avevano raschiato il fondo della potenzialità bellica statunitense, fino al punto di non avere abbastanza truppe per gli avvicendamenti al fronte; la deregulation reganiana aveva indotto a trasferire all’estero buona parte dell’apparato industriale; un mercato dei capitali senza regole ha posto le basi del crack che ha fatto fallire le maggiori istituzioni finanziarie, trasferendo peraltro parte degli effetti del disastro alla vecchia Europa.

    La distensione con i competitori di sempre serviva agli USA per rimettersi in piedi, come gli investimenti nelle infrastrutture, nelle energie alternative, nel welfare.
    Il fatto è che Obama è stato battuto su tutta la linea da un potentissimo apparato di lobbies, che hanno sopraffatto la democrazia americana imponendogli le loro direttive.
    In politica estera in particolare, la lobby israeliana nel Congresso, nell’Amministrazione, nei Mass Media, è tornata a dettare le sue direttive. La pace tra israeliani e palestinesi è tornata in alto mare, e il tempo lavora a favore di quelli che non la vogliono affatto. Di conseguenza gli impegni presi al Cairo sono stati vanificati, ed è ripresa la vecchia linea di colpire direttamente gli avversari di Israele e quelli che li supportano, come la Russia con la Siria.

    Insomma, dietro al discorso del Presidente a West Point c’è una debole eco del primo Obama e un forte eco dell’ultimo Bush.
    Quella che nel corso degli ultimi anni i mass media hanno presentato come irresolutezza di Obama è, a mio parere, l’effetto di un braccio di ferro tra due strategie contrapposte: quella del Presidente (e della maggioranza dei cittadini americani) e quella delle lobbies. Indubbiamente hanno vinto le lobbies, e temo che il prossimo presidente degli Stati Uniti lo eleggeranno loro.