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Pubblica amministrazione, tutto il fashion della riforma in 3 mosse

Sulla riforma varata ieri il governo Renzi si gioca tutto. Tre le chiavi per cambiare: aumento della produttività, riduzione dei costi, ma anche semplificazione
Pubblica amministrazione, tutto il fashion della riforma in 3 mosse

L’efficacia delle riforme del governo Renzi, di quelle già approvate e di quelle ancora da varare, dipenderà da un corretto funzionamento della pubblica amministrazione.

È per questo che quella della pubblica amministrazione, licenziata ieri dal consiglio dei ministri, è la madre di tutte le riforme. Tanto più per un paese come l’Italia in cui la macchina burocratica finisce per bloccare l’applicazione concreta delle norme.

Basti pensare che negli ultimi anni nel Belpaese si sono continuate a produrre leggi che restano sulla carta. Secondo i dati forniti recentemente da Confartigianato, nel biennio 2012-2013 sono stati adottati 109 provvedimenti – tra decreti legge, decreti legislativi e leggi – che hanno determinato 1.318 norme attuative pari a 1,7 provvedimenti al giorno. Di questi, alla fine dello scorso anno è stato adottato poco più del 34%, pari a 499 norme.

La lentezza della burocrazia si vive nei tribunali con maggiori costi per le imprese provocati dai tempi lunghi della giustizia civile che ammontano a 1,032 miliardi di euro. Si riflette nei tempi più lunghi di pagamento ai creditori della pubblica amministrazione, tanto da provocare un extracosto di 2 miliardi di euro a carico delle aziende fornitrici.

Si riscontra – come denunciato nella sua relazione all’assemblea di Confindustria dal presidente Giorgio Squinzi –in un «muro insidioso, fatto di complicazione e opacità, di tempi infiniti e di autorizzazioni che sono un favore e non un diritto». Complica il rapporto con i cittadini che chiedono oggi a gran voce di limitare l’arbitrio del pubblico ma anche di riconoscerne l’efficienza, là dove c’è.

Una cattiva gestione della pubblica amministrazione diluisce nel tempo, per non dire annulla, i benefici delle riforme, ostacola l’arrivo di potenziali investitori sia italiani che esteri, mortifica, se non addirittura azzera, la creazione di nuove occasioni di lavoro. Di contro, «il buon funzionamento della pubblica amministrazione – come ha ammonito il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle sue Considerazioni finali – migliora l’operare dei mercati e la concorrenza, riduce i costi delle imprese, si riflette favorevolmente sulla qualità e sul costo dei servizi pubblici e, per questa via, sul carico fiscale».

Detto questo una pubblica amministrazione efficiente, nella riforma Madia-Renzi, passa per una semplificazione, trasparenza e digitalizzazione delle procedure al fine di facilitare i processi decisionali; per un aumento della produttività del pubblico impiego con l’unitarietà della dirigenza, lo stop al trattenimento in servizio, l’allentamento del blocco del turn-over, la staffetta generazionale, la mobilità obbligatoria, il taglio dei permessi sindacali; per la riduzione dei costi dovuta alla standardizzazione dei permessi, delle procure o al rilancio del Pil del cittadino per un accesso semplificato ai certificati.

Tre mosse su cui non solo il governo Renzi si gioca tutto ma su cui l’Italia scommette il proprio futuro. Perché le possibilità di crescita del Belpaese si poggiano da un lato sull’offerta di credito da parte delle banche a cui la Bce di Mario Draghi ha dato nuovo impulso, dall’altro sulle capacità di attrarre investimenti grazie a un’inversione di rotta delle politiche comunitarie e, ancora, su un’amministrazione pubblica in grado di facilitare le condizioni di vita di imprese e cittadini.

L’incognita maggiore nell’impianto della riforma della pubblica amministrazione varata ieri dal consiglio dei ministri non è nell’impianto ma negli strumenti. La riforma sarà affidata a un decreto per le misure indifferibili nel tempo e in un disegno di legge delega.

Premesso che è sicuramente impossibile realizzare una riforma per decreto, non c’è dubbio che la delega sia un’arma a doppio taglio. Non solo per l’iter parlamentare in vista dell’approvazione, quanto soprattutto per l’emanazione dei decreti attuativi: lo spazio per atteggiamenti gattopardeschi esiste nel momento in cui i tempi si dilatano.

È per questo che occorrerà procedere in una corsa contro il tempo per evitare che qualche Tancredi possa dire che «se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

@raffacascioli

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  • thomas more

    Molto bene. Avanti così!