Commenti STAMPA

Caro Cortiana, basta allarmi sugli Ogm

Fare una battaglia affinché tutti i derivati da Ogm abbiano con una specifica etichetta che informi il consumatore è giusto

Gentile onorevole Cortiana, ​trovo sempre interessante e utile leggere cosa pensavamo nel secolo scorso della tematica degli Ogm,​ a ridosso degli eventi di maggior tensione internazionale su tale tematica come le manifestazioni di Seattle del 1998. È utile anche rileggere dagli archivi lo studio di quella Commissione del 1999 che, di tutta evidenza, non è esattamente un testo sacro. Oltre ai passaggi che lei cita nell’articolo su Europa io vi leggo anche altri concetti cari a molti.

«Per prodotti che si preoccupano di curare la terra e l’uomo, è indispensabile utilizzare le metodologie condivise della medicina moderna relative all’efficacia dei farmaci. È noto, infatti che da tempo si è passati dall’osservazione empirica ai metodi della ricerca sperimentale, che prevedono quattro fasi di valutazione per accertare la qualità, l’affidabilità, la sicurezza e l’etica del trattamento: quindi conoscenza del composto prescelto, controllo su eventuali effetti dannosi, quali tossicità, mutagenesi (modificazioni del patrimonio genetico), conoscenza della dose massima tollerata, degli effetti indesiderabili, del metabolismo, della eliminazione, verifica dei risultati clinici, cioè dell’efficacia clinica, consenso informato delle persone sottoposte allo studio».

A me pare che su questo punto le competenze scientifiche mie e di altri colleghi potrebbero essere una risorsa utile da applicare nel campo dell’alimentazione e delle coltivazioni.
Su questo aspetto, nelle conclusioni del documento il governo (era quello di Giuliano Amato) si impegnava a definire delle trasparenti etichettature dei prodotti Ogm che raggiungono i consumatori (punto 8) oltre ad adottare (punto 9) le stesse pratiche adottate dai farmaci in modo che il consumatore possa assumere «decisioni consapevoli».

Ecco, me pare che in questi 15 anni (dei venti complessivi dalla commercializzazione del primo derivato di alimento Ogm, un pomodoro) a fronte di nessun danno alla salute del consumatore, accertato, documentato o pubblicato da serie riviste scientifiche o da autorità scientifiche internazionali, lo stesso consumatore non è stato in alcun modo avvisato di cosa stava effettivamente​ consumando. Vorrei fare alcuni esempi di tale disinformazione.

I colleghi che lavorano sull’argomento specifico mi informano che il 70% del cotone mondiale deriva da Ogm e che non esiste – per quanto di loro conoscenza – un cotone non-Ogm negli ospedali o negli ambulatori italiani e nemmeno nei cerotti che acquistiamo. Quindi un cotone, mediamente per 70% Ogm entra da decenni in contatto col sistema immunitario di quasi tutti i cittadini del pianeta senza che – per quanto noto – ci sia mai stata una singola reazione allergica ad un tale tipo di Ogm. Il consumatore palesemente non è stato informato, gli organi sanitari hanno scelto, valutato e deciso e la loro decisione si è palesemente dimostrata corretta.

Lo stesso dicasi per le decine di derivati da Ogm autorizzati per il consumo, anche umano oltre che zootecnico, che è possibile commercializzare in Europa e in Italia. Uno di questi erano degli olii di colza Ogm,​ autorizzati al consumo anche umano nell’estate del 2000 dallo stesso governo Amato. Inoltre un derivato di un animale nutrito con Ogm non riporta alcuna etichetta che ne informi il consumatore e qui stiamo parlando non di prodotti nascosti tra gli scaffali dei discount, ma dei prodotti Dop ed Igp di maggior qualità commercializzati in Italia ed esportati in tutto il mondo per il (giusto) vanto del paese.

Anche per quanto riguarda la soia è opportuno ricordare che l’Italia produce meno del 10% della soia che utilizza. Significa che il 90% è d’importazione e, mediamente, nel mondo l’85% della soia è Ogm. Noi quotidianamente mangiamo Ogm, lo facciamo consumando i prodotti a noi più cari (formaggi, prosciutti etc.), che sono frutto di allevamenti di animali i cui mangimi sembrano tutto fuorché non Ogm. Allora come possono essere pericolosi questi prodotti? Allora forse non lo sono. E se non ci fidiamo ancora, perché non studiarli come chiedono gli agricoltori e gli scienziati?

A me quindi pare che tutta l’opposizione agli Ogm si restringe ad una sola caratteristica degli Ogm ossia la loro coltivazione (e alla possibilità della sperimentazione in pieno campo per la ricerca scientifica pubblica).
Il cittadino resta ignaro di cosa mangi e di come sia esposto (per suo beneficio) a Ogm, e gli steccati e i fili spinati vengono eretti come se la coltivazione fosse un problema sanitario ed identitario delle produzioni tipiche italiane. Eppure la moda del made in Italy esporta capi fatti anche in cotone Ogm e così anche l’alimentare italiano non si qualifica per essere Ogm-free, ma per essere buono, anzi buonissimo. A mia conoscenza non esiste un prosciutto di Parma o di san Daniele, un Grana Padano o un Parmigiano reggiano che si vendano in Italia o nel mondo come Ogm-free (ma se mi sbaglio chiedo che i consorzi che attuano politiche diverse e con quali elementi migliorativi informino del contrario). Eppure io continuo a pensare (e non sono sola) questi siano fondamentali pezzi di identità e di vanto nazionale di cui andare orgogliosi.

Caro Cortiana, se lei vuol fare una battaglia affinché tutti i derivati da Ogm abbiano con una specifica etichetta che informi il consumatore io sono dalla sua parte, ma non mi troverà con lei se si volesse continuare a spaventare i consumatori con allusioni, dubbi, paure o angosce come se la comunità scientifica fosse divisa a metà sul tema degli Ogm. Gli scienziati italiani hanno studiato, valutato e deciso: gli Ogm anche sperimentati in pieno campo sono un elemento indispensabile per il progresso del paese ed anche per aumentare la qualità dei nostri prodotti tipici.

TAG: