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La fisica spiegata a un bambino

Laterza pubblica oggi Particelle familiari. A colloquio con l’autore, Marco Delmastro, fisico e blogger. Il valore di raccontare ai non esperti l’inutilità della ricerca fondamentale
La fisica spiegata a un bambino

Leggere di fisica sotto l’ombrellone. Per giunta di acceleratori di particelle e del bosone di Higgs. Un’impresa impossibile? Niente affatto. Se a scrivere è Marco Delmastro, fisico al Centre national de la recherche scientifique francese e al Cern di Ginevra, presso la collaborazione Atlas, uno dei due esperimenti dell’acceleratore Lhc a cui si deve l’annuncio – giusto un anno fa – della epocale scoperta della particella di Higgs.

È uscito ieri in libreria Particelle familiari (Laterza, 2014, pp.196) dialogo a più voci tra Delmastro e i suoi famigliari e amici stretti, compresi quelli che per età (la figlia cinquenne, detta la Pulce) o per scelta (la moglie e l’amica d’infanzia) poco o niente masticano di scienza.

Ed è proprio da questo dialogo, lieve nei toni ma serio nella sostanza, che nasce il racconto, riuscito, di cosa faccia un fisico delle particelle, chi studia “quelle cose piccolissime di cui sono fatte tutte le cose naturali”. Per la verità l’autore si è fatto le ossa sul blog, Borborigmi di un fisico renitente, uno dei migliori del genere per esser riuscito a rendere comprensibile ai più (vedere la sezione La fisica spiegata a Oliver, il suo cane) uno tra gli approcci meno semplici ma più solidi alla comprensione del mondo che la mente umana abbia mai concepito.

particelle_familiariNel suo discorso inaugurale del semestre europeo a guida italiana, il premier Renzi ha avocato alla “generazione Telemaco” l’eredità della tradizione dei valori europei per guidare il rilancio del vecchio continente e anche del nostro paese. E Delmastro è proprio un Telemaco, erede di quell’Ulisse che fu Edoardo Amaldi, uno dei padri fondatori del Cern, primo esempio d’unione europea nella scienza giusto mentre nasceva quella politica: «Noi quarantenni abbiamo fatto un lungo precariato senza essere parte attiva del cambiamento, con la sensazione di non essere mai pronti, mai adulti – conviene Delmastro. Cominciamo ora a scrollarcela di dosso; nel mio caso raccontando di scienza provo a fare formazione culturale».

In effetti Delmastro non è il solo a narrare i dietro le quinte dei laboratori di ricerca; i ricercatori quarantenni che provano lo stesso interesse nell’attività di ricerca e nel condividerla con i non esperti aumentano sempre più, come l’astrofisico Amedeo Balbi, per citarne uno. Per loro raccontare è diventato parte del proprio mestiere. «Si muove qualcosa effettivamente. Le istituzioni scientifiche sono molto più attente alla qualità della comunicazione verso la società, fosse solo per necessità di reclutamento o di ricerca di fondi, comunque non ostacolano più la carriera di chi manifesta interesse verso la comunicazione. Tuttavia tra i ricercatori c’è chi ancora la considera una perdita di tempo».

Eppure la tradizione italiana di racconti ambientati al Cern è lunga, da Atlante Occidentale di Daniele del Giudice a L’energia del vuoto di Bruno Arpaia. Quello però è stato un modo di raccontare più elitario a differenza di quanto fa Delmastro: «Il blog è stato una grande palestra. All’inizio i miei amici non-fisici confessavano di non capire i miei post. La meticolosità nella spiegazione, nell’uso del linguaggio tecnico, diventava una barriera. Ho imparato a semplificare, che non significa dire falsità. Significa distillare quello che vuoi dire, separando l’essenziale da quello che non lo è». Un debito di riconoscenza verso il gran numero di non-fisici che circondano Delmastro in famiglia e nella cerchia degli amici più cari: sono loro le cavie. È con loro che si dipana il dialogo attraverso cui prendono senso le parole, i costrutti della scienza e per mezzo loro le relazioni tra i protagonisti del libro, proprio come in Lessico famigliare di Natalia Ginzburg a cui rimanda il titolo del volume del fisico del Cern. Si impara così che vuol dire vedere una particella, come distinguere se una particella è elementare o composita: «Non poterla isolare non vuol dire non poter raccogliere indicazioni sulla sua esistenza e sulle sue proprietà».

Molto aiutano le metafore. «Se ti regalassi un ammortizzatore per autocarro infilato dentro un tubo opaco, capiresti di che si tratta? No. Se te ne regalassi quattro potresti usarli come gambe di un tavolo. Beh, ora pensa di organizzare una festa, di quelle che finiscono con la gente che balla sui tavoli. All’improvviso il tavolo con le gambe nuove comincia a oscillare. Quelle che sembravano gambe incomprimibili, sotto l’effetto di una forza sufficiente rivelano una struttura interna. Eppure non hai avuto bisogno di guardare dentro il tubo». Ecco, la fisica delle particelle procede così, e quello che oggi sembra elementare in futuro potrà rivelarsi composito, forse anche il quark.

E questo è il gusto della ricerca fondamentale su cui Delmastro ha il coraggio di dire una cosa che nella zuffa tra poveri che spesso è la ricerca di fondi in Italia può suonare politicamente scorretta: la ricerca fondamentale è inutile. Un’inutilità rivendicata con determinazione: «Basta con il ritornello di “a cosa serve”. Capisco che si ponga questa domanda perché le persone cercano risposte alle necessità quotidiane, ma è riduttivo e pericoloso. I processi che hanno fatto evolvere l’uomo spesso sono nati da tensioni che hanno poco a che fare con la necessità di risolvere un problema pratico. In Italia ancora patiamo una impostazione crociana della scienza come ancella di altre discipline, si fatica a riconoscerle valore culturale. Invece, nella scienza troviamo spesso indicazioni di senso che siamo abituati a cercare in altri ambiti disciplinari, come la politica, la filosofia, la teologia: la rivoluzione copernicana ci ha tolto dal centro dell’universo, l’evoluzionismo darwiniano ha posto tutte le specie viventi sullo stesso piano».

Una sottovalutazione che è all’origine del diffondersi di un atteggiamento antiscientifico nel quale trovano humus vicende come il caso Stamina e che nel libro è con molto garbo rappresentata dal personaggio della Zia Omeopatica, l’amica di famiglia che è convinta che bere argilla possa ridurre l’assorbimento dei raggi X di una radiografia. «Ma la confusione è tra credere e sapere. Sono entrambe attività rispettabili, ma non devono essere confuse. Conosco tante persone che mi dicono “non c’è alcuna prova della non efficacia dei farmaci omeopatici, quindi io ci credo”. Ma si può credere nelle cose che sono oggetto di una scelta etica, non nelle cose che si possono sottoporre a un processo di misura. Non si crede nel bosone di Higgs. Se ne ipotizza l’esistenza e poi si sottopone l’ipotesi a verifica sperimentale, per confermarla o meno. Fin dalla più tenera età va insegnato dove sta il confine tra ciò che si può credere e ciò che va messo in discussione perché sottoponibile a verifica. E i bambini sono un terreno fertile, sono disponibili a leggere il mondo con occhio libero da preconcetti, accettando cose straordinarie senza battere ciglio, ma senza prestar fede a tutto».

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  • https://plus.google.com/u/0/+LuigiBertuzzi/posts Chiarofiume

    Credo ci siano quarantenni che hanno

    …. “fatto un lungo precariato senza essere parte attiva del cambiamento, con la sensazione di non essere mai pronti, mai adulti”…

    perché ai loro genitori non è stato permesso, in diverse occasioni, di indirizzare il cambiamento verso obiettivi che non fossero, esclusivamente, di mercato.

    Chi si scrolla di dosso la sensazione di non essere pronto, offrendo contributi alla formazione culturale, dovrebbe prendere coscienza delle difficoltà incontrate da chi non è riuscito a trasferire la conoscenza del modello organizzativo, adottato dal CERN, che ha permesso di gestire il rischio di un’evoluzione tecnologica inadeguata a un “sistema sociale utente”.

    Questo commento è un “abbozzo” [stub], nel senso che gli attribusice Wikipedia.

    Leggerò il libro per provare a parlarne con i miei nipoti adolescenti; li inviterò ad andare alla sua presentazione, prevista a Roma il 10 Ottobre.

    Dovrò anche spiegare perché il nonno vorrebbe potersi identificare in un signor Chiarofiume, più virtuale che reale.