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“Le cose belle” di Ferrente e Piperno, un piccolo capolavoro

In Italia si fanno film bellissimi, che spesso non arrivano in sala, non vengono trasmessi in tv, non vengono visti nelle scuole eppure possiedono una luce proprio su quel mondo così complicato da restituire al cinema evitando il colore, l’infanzia e l’adolescenza
"Le cose belle" di Ferrente e Piperno, un piccolo capolavoro

Tutti sappiamo cos’è il tempo, ma quando ce lo chiedono – Sant’Agostino l’ha detto per noi – chi è in grado di spiegarlo? Le opere d’arte che io trovo più commoventi sono proprio quelle che si perdono, meravigliosamente riescono – proprio perché falliscono – in questo tentativo, raccontare il tempo. Così la fortuna dei giorni di un’estate ancora semipiovosa è che al cinema ci sono due film di questo tipo. Due parti ventennali, due meraviglie, due film che continuano a produrre senso, a vivere, a trasformarsi anche oltre il cut finale. Il primo è Synecdoche, New York di Charlie Kaufman, uscito nel 2008 e proposto in Italia solo oggi, sottratto all’oblio dalla recente morte dell’interprete principale, Philip Seymour Hoffman, di cui – per una ferocia ironica – Synecdoche sembra proprio una biografia ultraterrena, un testamento spirituale, un  destruttrurato e tristissimo. Mi piacerebbe parlare di questo film, ma la sua eco emotiva è già così infinitamente replicabile che mi sembra di poter prendermi del tempo e analizzarlo in futuro. Anche perché questo breve articolo è soprattutto un invito a vedere – urgentemente (le sale in cui è proiettato sono pochissime, e ci resterà per non molti giorni) – Le cose belle di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno.

Le cose belle è – diciamolo per approssimazione – un documentario, visto in sala per la prima due anni fa alle Giornate degli Autori a Venezia, rimontato per l’uscita al cinema ora, realizzato in modo coraggioso e complicato lungo un arco di tredici anni. Un’opera aperta che segue le vite di quattro ragazzi di Napoli: nel 2000 Ferrente e Piperno girarono per Rai Tre un documentario intitolato Intervista a mia madre per il quale, dopo un casting forsennato, scelsero come protagonisti quattro preadolescenti di dodici/quattordici anni anni (Silvana, Adele, Enzo e Fabio); una dozzina di anni dopo ritornano a Napoli, riconquistano la fiducia dei quattro, e raccontano che vita fanno ora. Il film è il montaggio dei due tempi, e basterebbe soltanto una delle tante scene in cui si giustappongono le facce, i corpi, le voci ancora informi dei ragazzini, le loro sguaiate confessioni, con gli sguardi stanchi, sconfitti, disincantati di loro semi-adulti, per far pensare a che piccolo capolavoro sono riusciti a creare Ferrente e Piperno.

Quando realizzarono Intervista con mia madre scelsero per il cast gli unici quattro che alla domanda su cosa volevano fare da grande, non s’illudevano che sarebbero diventati un calciatore o la velina. L’intenzione era di raccontare un contesto famigliare difficile, povero ma “normale”: niente storie di microcriminalità, babyprostituzione, o altro disagio giovanile. Enzo dodicenne ad esempio canta pezzi del repertorio napoletano classico, accompagnando il padre nei ristoranti in quella che a Napoli si chiama “la posteggia”, Silvana, Adele e Fabio sono dei ragazzini disinvolti che sembrano potersi mangiare il mondo solo con l’energia inesauribile che hanno addosso.

E la decisione di rifilmarli un decennio e passa dopo? Agostino Ferrente prova a spiegarla così, in una bellissima intervista di Camilla Ruggiero che andrebbe letta per intero, è qui.

E come è stato rintracciarli tanti anni dopo?

La nostra prima sensazione, anche se non era certo quello il nostro compito, fu quella di non essere riusciti a salvarli dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, sistematicamente delusa: le loro esistenze ci sembrarono ferme, cristallizzate, senza speranze di miglioramento. Questo ci creò un grande disagio che, non ti nascondo, ci fece anche venire mille dubbi sull’opportunità di continuare o lasciar perdere. Che poi in noi si mescolava il dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo. Anche grazie a Gomorra le immagini di una città e del suo popolo ostaggi dell’immondizia e del sistema di ecomafia che la gestiva, avevano fatto il giro del pianeta, e non c’era Tg italiano, trasmissione, giornale che non ne parlasse.  E ci venne il timore di ritrovarci anche noi su quel carro, col rischio di speculare…

Come avete fatto a proseguire e a superare il timore di speculare e il disagio di non poter fare nulla per loro?

Un po’ alla volta si sono affievoliti, fino a sparire, grazie alla loro forza vitale, all’indisponibilità ad arrendersi, alla dignità con cui cercavano di rimanere a galla. E se da una parte quegli sguardi disincantati ci sembravano la conferma di come il contesto sociale decide il destino delle persone, soprattutto in quegli ambienti, dall’altra, quegli stessi sguardi, ci comunicavano che sotto l’apparente immobilismo c’era un fermento, un sforzo, che andavano sostenuti, perché quei ragazzi dovevano cavarsela da soli, senza poter contare su alcun aiuto esterno. Voglio dire che dietro quegli sguardi  c’era la fine dell’innocenza e l’inizio di una consapevolezza che li metteva in pace con se stessi e gli conferiva quella forza vitale di cui parlavo prima, necessaria per resistere.

Quello che ne viene fuori è veramente un film teatrale, nel senso di plastico e irripetibile, capace di liquidare qualunque retorica su Napoli, splendore e bellezza, crimine e allegria, per riportare a una dimensione umana, vicinissima, paradossalmente dialettica, la storia contemporanea di questa città e, per facile metonimia, di tutta l’Italia.

Complice di questa grazia è l’altro talento stellare che Piperno e Ferrente sono in grado di dimostrare, quello di infischiarsene dei confini tra fiction e non-fiction. Le cose belle è un documentario o un film di finzione? Ecco una domanda che, per chi ha visto il film, si rivela pleonastica. Ci siamo finalmente emancipati da quelle categorie solo merceologiche confinano il documentario a una fruizione d’essai? Se n’era già parlato quest’anno in occasione del (relativo) successo di documentari come Sacro GRA o Fuoristrada e di film di finzione come Piccola patria.
È palese, ma non potrebbe essere il contrario, come nel film l’intervento dei registi non si sia limitato a registrare ciò che accadeva, ma abbia condizionato la struttura drammaturgica, e addirittura abbia finito con incidere sulle vite dei protagonisti: Enzo aveva deciso anni fa di smettere di cantare – nelle immagini del 2012 lo vediamo alle prese con un lavoro di venditore porta a porta per Tele2 – ma dopo aver visto il film ha cambiato idea e oggi ha scelto di provare a prendere il posto del padre anziano nella posteggia e intanto accompagna le proiezioni delle Cose belle in giro per la penisola con dei suoi mini-concerti.

In Italia si fanno film bellissimi, che spesso non arrivano in sala, non vengono ritrasmessi in tv, non vengono visti nelle scuole, o se questo capita avviene sempre per pubblici di nicchia. Eppure in una gran quantità di casi, questi film possiedono una luce proprio su quel mondo più complicato da restituire al cinema evitando il colore, l’infanzia e l’adolescenza. A citare in modo approssimativo, vengono in mente La guerra di Mario di Antonio Capuano, Fratelli d’Italia di Claudio Giovannesi, Bellas mariposas di Salvatore Mereu, L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin, L’intervallo di Leonardo Di Costanzo, Le meraviglie di Alice Rohrwacher… Tutte storie micro, private, provinciali, ma proprio per questo forse sono i film più espressamente politici, in cui la crisi sociale passa attraverso l’attrito generazionale. Nelle Cose belle questa frizione non è soltanto evocata, ma illuminata senza pudore.

Se la scena della politica viene abitata oggi da grandi vecchi e telemachi, se sono le illusioni perdute o mai avute il paesaggio emotivo che descrive il nostro vivere un’Italia tarlata dalla crisi, se lo scontro sociale ha trovato la sua forma espressiva nel confronto generazionale e nella distanza tra città e quello sprawl che sono i palazzoni e le villette anonime delle periferie qualunque di un paese immaginato solo dagli speculatori immobiliari, il film di Ferrente e Piperno è come se ci regalasse un antidoto a questa lettura ferale dei nostri asfissianti anni recenti, attraverso l’unica ironia veramente persuasiva: il tempo passa su ciascuno di noi. Su quello che abbiamo visto, e sui nostri sguardi. Ed è l’unico modo che abbiamo per sentirci affratellati a qualcuno.

@christianraimo

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