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Il discorso di Napolitano alla cerimonia del Ventaglio

La necessità di riforme condivide, lo stop alle voci sulle sue dimissioni, le parole sulla crisi di Gaza e sull'aereo malese abbattuto. Il discorso del presidente della Repubblica alla stampa parlamentare
Il discorso di Napolitano alla cerimonia del Ventaglio

Gentile Presidente,

alla crisi dei tradizionali mezzi di informazione italiani lei ha riservato un passaggio veloce. Mi permetta di osservare che questa crisi, in gran parte dovuta alle trasformazioni tecnologiche degli ultimi anni, preoccupa e merita attenzione.

È compito di giornalisti, editori e operatori dell’informazione in generale trovare le vie adeguate per non disperdere conoscenze ed esperienze tuttora valide, favorire l’ingresso dei giovani nei posti di lavoro del settore come deve avvenire anche negli altri, preservare e accrescere gli spazi di indipendenza professionale e – nei limiti del rispetto delle istituzioni e della dignità delle persone – la libertà di espressione e di informazione. Auspico uno sforzo comune di tutti i soggetti coinvolti, chiamati ad agire nell’interesse di lettori, telespettatori e utenti nell’affrontare anche questa tra le sfide dei nostri tempi, con l’intento di uscirne toccando un livello più alto e non più basso di civiltà e di democrazia.

Gentile Presidente Sardoni,

la ringrazio per la sintesi delle riflessioni e delle preoccupazioni oggi diffuse tra voi che giorno per giorno animate – nel più largo contesto del mondo dell’informazione – l’impegno peculiare di quella Stampa Parlamentare, antenna tra le più sensibili della vita politica e istituzionale nella sua evoluzione e nei suoi travagli. Dico subito che non vorrei tediarvi ripetendo – e dunque non lo farò – giudizi da me pubblicamente espressi sul “molto che è cambiato” dalla cerimonia del Ventaglio di un anno fa.

Di quei cambiamenti – innanzitutto nel governo del paese – ho parlato in corso d’opera, dando motivazioni esplicite del ruolo che mi è toccato svolgere, delle scelte che, nell’ambito delle mie responsabilità, ho compiuto nei momenti essenziali. E su qualcuno dei passaggi più significativi attraverso i quali si è dispiegato il complesso riarticolarsi del quadro politico e del confronto in Parlamento, sono poi tornato con valutazioni alle quali non ho nulla da aggiungere. Vorrei piuttosto (ritenendo che questo in realtà vi interessi) sottolineare le prove dell’oggi, le risposte che come sistema paese siamo chiamati a dare a interrogativi scottanti.

«Stragi di innocenti»

E permettetemi di sottolineare come il tessuto delle relazioni internazionali – decisivo per garantire pace e sicurezza, anche all’Italia – stia attraversando una fase di drammaticità quale da tempo non conoscevamo. Crisi e conflitti di estrema violenza, in Ucraina, in Siria, in Iraq, nel cuore del Medio Oriente, nella tormentata Libia e nei confinanti paesi africani da cui parte un’ondata tumultuosa di migranti e richiedenti asilo: l’Italia e l’Europa sono esposte ai contraccolpi di tutte queste tensioni e tragedie.

Spontaneo e profondo è l’orrore che suscitano in ogni persona sensibile notizie e immagini come quelle delle stragi di disperati, adulti, donne, bambini, nei nostri mari, o come quelle di tanti incolpevoli e inermi uccisi nei bombardamenti su Gaza in una spirale di uso indiscriminato della forza di cui è innegabilmente parte il fittissimo lancio di missili su Israele. Per non parlare, da ultimo, dell’orrore dell’abbattimento dell’aereo precipitato in territorio ucraino: un’altra strage di innocenti.

Ma non c’è ancora tra noi una percezione consapevole delle dimensioni di fenomeni che configurano ormai una crisi complessiva e pericolosissima della comunità internazionale, e del tentativo di fondare un nuovo ordine mondiale multipolare dopo la rottura di vecchi insostenibili e precari equilibri. Di questa crisi complessiva è, tra l’altro, segno indubbio e allarmante il brusco deteriorarsi dei rapporti tra Russia, Europa e America.

Rilanciare la politica estera europea

Di qui l’importanza di un deciso rilancio della politica estera e di sicurezza comune europea, cui ci auguriamo possa presto corrispondere una scelta valida – cui l’Italia si considera in grado di concorrere con una sua personalità – dell’Alto Rappresentante per la Pesc e Vice Presidente della Commissione Europea. È un tema cui lei ha fatto cenno, Presidente Sardoni, e su cui però non posso soffermarmi oltre con quelle che sarebbero improprie e improvvide considerazioni di merito.

Molte questioni di grande rilievo ruotano, più in generale, attorno a quel balzo in avanti dell’integrazione europea e delle politiche dell’Unione, che è emerso come istanza diffusa, e con forza, dal risultato, per quanto variegato, delle elezioni del 25 maggio scorso per il Parlamento europeo. L’Italia, con la maggiore autorevolezza acquisita dal voto espressosi in ogni parte del nostro paese, è in primo piano nel sollecitare e proporre il cambiamento necessario.

Ed ogni proposta da sostenere in sede europea, così come ogni ulteriore azione di governo al livello nazionale, non può assumere come urgenza e priorità che l’obbiettivo categorico di una crescita dell’occupazione, in particolare quella giovanile, perché solo quella può essere la cartina di tornasole di una effettiva ripresa dell’economia italiana ed europea.

Riforme, ricercare le più ampie convergenze

Una ripresa tuttora incerta e legata in non lieve misura all’adozione, anche e in particolare nel nostro paese, di riforme strutturali da tempo individuate come necessarie per rendere più dinamici i nostri sistemi produttivi e istituzionali. E in questo senso le riforme dell’assetto parlamentare, del processo legislativo, dei meccanismi decisionali pubblici, non sono meno importanti delle riforme del mercato del lavoro e della spesa pubblica.

Di qui l’impegno oggi al centro del dibattito parlamentare su un progetto di revisione di alcuni Titoli della seconda parte della nostra Costituzione. È un impegno di cui il governo Renzi si è fatto iniziatore, su mandato dello stesso Parlamento, espressosi con le mozioni approvate a schiacciante maggioranza dalla Camera e dal Senato il 29 maggio 2013. E l’orizzonte fu fin dall’inizio quello della ricerca di un’ampia convergenza politica in Parlamento. Di tale ricerca, fin dal mio primo messaggio del maggio 2006 al Parlamento, mi sono sempre fatto attivo assertore, convinto di muovermi così nello spirito della Costituzione repubblicana e dei miei fondamentali doveri di Presidente.

È un punto che sottolineo perché ricercare le più ampie convergenze in Parlamento su leggi di revisione costituzionale ovviamente significa dialogare e cercare intese – anche attraverso inevitabili mediazioni – tra forze schierate su opposte posizioni politiche e in competizione tra loro nell’arena elettorale. E oggi in realtà emergono ostilità al progetto di riforma in discussione al Senato dettate proprio dalla pregiudiziale diffidenza e contestazione rispetto alla ricerca di accordi con forze politiche del campo opposto. Diffidenze e contestazioni prevalendo le quali naufragherebbe ancora una volta il tentativo, peraltro già così tardivo, di revisione della seconda parte della Costituzione.

Hanno fortunatamente tenuto fermo il metodo della ricerca di un’ampia convergenza la Commissione affari costituzionali del Senato e i suoi relatori, ed egualmente il governo. La discussione è stata libera ed estremamente aperta e articolata su un disegno di legge giunto all’esame della Commissione l’8 aprile scorso, e all’esame dell’Assemblea oltre tre mesi dopo. È stato recepito un gran numero di sollecitazioni critiche e di emendamenti. Non c’è stata improvvisazione né improvvida frettolosità, anche grazie all’approfondita ricognizione della materia e delle possibili soluzioni da parte della Commissione eccezionalmente rappresentativa e autorevole – istituita dal governo Letta – che ha lavorato dal giugno al settembre 2013 fino all’approvazione, il 19 settembre, di una ricca e puntuale relazione finale.

La successiva discussione politica e parlamentare ha potuto dispiegarsi ancor più serenamente dopo che è stata accantonata la procedura straordinaria – prevista nelle mozioni parlamentari del 28 maggio: procedura straordinaria, che aveva suscitato un’aspra controversia benché non fosse senza precedenti. Il risultato è stato una considerevole confluenza di forze politiche diverse nel confronto sul progetto di riforma. E dico tutto questo a onore del nostro Parlamento.

«Non si agitino spettri di macchinazioni autoritarie»

Sempre nelle mozioni che ho citato, al primo posto nell’agenda dell’impegno di revisione costituzionale venne indicato il superamento del bicameralismo paritario. Una “anomalia tutta italiana” o “incongruenza costituzionale” risultata sempre più indifendibile e fonte di gravi distorsioni del processo legislativo e della dialettica Parlamento-governo; incongruenza riconosciuta come tale fin dall’indomani della nascita della Costituzione repubblicana, e che paradossalmente ha finito nelle polemiche recenti per essere quasi idoleggiata come un perno del sistema di garanzie costituzionali.

Non vado oltre sul tema, per rispetto verso i lavori, ormai in fase avanzata, dell’Assemblea del Senato. Ma rivolgo un pacato e fermo appello a superare un’estremizzazione dei contrasti, un’esasperazione ingiusta e rischiosa – anche sul piano del linguaggio – nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano versi i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali.

All’approvazione, nei tempi programmati e in un clima più disteso, della riforma su cui sono già iniziate le votazioni in Senato, seguiranno altre esigenze, istanze e proposte di riforma. Tra esse, in primo luogo, la riforma elettorale sulla base del testo varato in prima lettura dalla Camera ma destinato ad essere ridiscusso con la massima attenzione per criteri ispiratori e verifiche di costituzionalità che possono indurre a concordare significative modifiche.

E più in generale si imporrà una riconsiderazione – che io mi permetto di auspicare sia condotta con adeguata visione d’insieme, con coerenza e rigore – dello stato e delle esigenze di messa a punto e rafforzamento del sistema delle garanzie costituzionali.

E ancora, la già annunciata riforma della giustizia: per condurre a conclusione la quale si delineano forse le condizioni per una condivisione finora mancata: partendosi finalmente dal riconoscimento che è stato espresso nei giorni scorsi da interlocutori significativi, per “l’equilibrio e il rigore ammirevoli” che caratterizzano il silenzioso lavoro della grande maggioranza dei magistrati italiani.

Il «giuoco sterile delle ipotesi» sulle dimissioni

Vi ho detto quali siano le vicende e le problematiche che sollecitano anche la mia preoccupazione e il mio impegno, cui si accompagnano non trascurabili nuovi motivi di fiducia. So che seguite attentamente – e ve ne ringrazio – il modo in cui quelle problematiche sono oggetto di miei interventi nelle forme e nei limiti dell’esercizio del mio ruolo costituzionale. Vorrei invece potervi dissuadere dal giuoco sterile delle ipotesi sull’ulteriore svolgimento delle mie funzioni di Presidente, partendo dalle motivazioni e dalle condizioni dell’accettazione da parte mia della rielezione – un anno e diversi mesi fa – a Presidente della Repubblica.

Ho sentito qui citare le espressioni che usai in proposito già nel messaggio al Parlamento del 22 aprile e in occasioni successive. Credo, da un lato, che non si debbano dare interpretazioni estensive del mio riferimento a situazioni e necessità, essenzialmente istituzionali, che possano giustificare, far considerare opportuna e utile una mia ulteriore, eccezionale permanenza nell’incarico. E noto, d’altro lato, che si tende a omettere l’altra riserva da me più volte richiamata, relativa alla sostenibilità, dal punto di vista delle mie forze, di un pesante carico di doveri e funzioni. E quest’ultima è una valutazione che appartiene solo a me stesso, sulla base di dati obbiettivi che hanno a che vedere con la mia età, a voi ben nota. Ma – ve lo ripeto – non esercitatevi in premature e poco fondate ipotesi e previsioni.

Io sono concentrato sull’oggi: e ho innanzitutto ritenuto opportuno e necessario garantire la continuità ai vertici dello Stato nella fase così impegnativa del semestre italiano di presidenza europea. A un esito positivo di questa fase cooperiamo tutti, nell’interesse nazionale.

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