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Per la Rai un passaggio obbligato e temerario

Positivo il fatto che i vertici di viale Mazzini abbiano preso in mano le sorti del servizio pubblico radiotelevisivo

Due newsroom per produrre da un lato Tg generalisti e dall’altro quelli specializzati con un occhio sull’estero. Queste le idee prospettate dal direttore generale al Cda e raccontate dal medesimo all’Espresso. Pare così che si sia iniziato a parlare di “accorpamento” delle testate, e questa sola parola basterebbe a far paventare il mattatoio ad animali meno sensibili del Cavallo di viale Mazzini.

Eppure per riprendere in mano le sorti della futura Rai, anzi per darle un futuro, quello dell’“accorpamento” delle testate è un passaggio obbligato anche se ai limiti della temerarietà perché deve fare i conti con gli esiti di una antica e testarda eredità.

Basti pensare allo spensierato e costosissimo schieramento di testate accampate da trentanove anni sul territorio del servizio pubblico radiotelevisivo, ognuna per lungo tempo sotto la bandiera del suo “editori di riferimento” (e cioè dell’uno o dell’altro partito, sia di governo sia di opposizione). Mentre da qualche anno, complice la crisi di un paio di repubbliche e di un intero sistema di partiti, quella intera organizzazione ha perso ogni radice nel mondo reale lasciando l’eredità di un colossale problema di riorganizzazione.

E dunque è positivo che i vertici della Rai abbiano deciso che sarebbe stato ingiustificabile continuare a far finta di niente, magari vivacchiando fino al termine del loro mandato. E immaginiamo che la tentazione possano averla avuta, perché dovranno combattere su due fronti.

Da un lato stanno i liberisti della domenica, quelli del “chi se ne frega del Servizio pubblico”, che non hanno mai posto mente (“perdonali, perché non sanno quello che pensano”) alle ragioni fondanti di quel Servizio per un paese come l’Italia, l’Inghilterra, la Francia. O che, ancor peggio, quelle ragioni le cercano in ideuzze da editorialisti svogliati (un “canale culturale”, “la badante” per gli anziani che soffrono di digital divide, e via escogitando). Tutti costoro, altro che accorpamento, proclamano la sostanziale liquidazione della Rai, baracca e burattini.

Sul fronte opposto sta “ciò che esiste”, che inevitabilmente si confonde con “ciò che resiste” a qualsiasi cambiamento perché ne vanno di mezzo ruoli, carriere e, non da ultimo, i contributi che la Rai, grazie al canone, assicura all’Ente di previdenza dei giornalisti.  Che è nientemeno che l’Ente che deve garantire sanità e pensione all’intera categoria e che nell’assetto Rai vede uno dei pochi punti fermi nel mezzo di una travolgente crisi della editoria a stampa (causata da una ragione strutturale – il web – anziché da una delle consuete crisi congiunturali degli investimenti pubblicitari. E quindi son dolori davvero).

La risultante di queste opposte forze è che l’“accorpamento” non sarà una precaria operazione di facciata, ma andrà avanti per davvero solo se riuscirà non solo a destrutturare l’oggi, ma anche, contemporaneamente, a delineare un convincente domani, dando per davvero nuovo ruolo e lavoro a chi, dai tecnici ai giornalisti, teme insieme con quello vecchio di trovarsene del tutto privato. Il che significa, né più né meno, che delineare quasi per intero l’aspetto e l’assetto editoriale e organizzativo della nuova Rai.

Per cui, se il Cda non si incarterà su se stesso, il cerino ora è finito nelle mani del governo. Perché è il governo, con Renzi e i ministri e vice ministri competenti, che ora è chiamato a dire rapidamente la sua sul capo e sulla coda dell’intera questione e cioè sulla governance e sul finanziamento dell’azienda, per proporre velocemente il tutto al parlamento cui tocca la ratifica legislativa.

Del resto è proprio il governo che ha dato la stura con la mossa dei 150 milioni, della privatizzazione di Rai Way, del superamento delle sedi regionali etc etc. E che così si è messo la bicicletta tra le gambe, obbligandosi a pedalare.

@sbalassone

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  • Enrico

    Il cda farebbe bene anche ad ascoltare anche il parere di Ainis e Pace sulla misura varata da Renzi che ha tolto ben 150 milioni (del canone o tassa di scopo), alla RAI.

  • nino labate

    Caro Stefano,
    ho saputo di questo tuo articolo dalla Rassega Stampa di Rai News 24. E sono
    andato a leggere. Ho lavorato per 40 anni in Rai. Conoscendola bene in lungo e
    in largo. E nei suoi tanti corridoi ci siamo spesso incontrati. Ho vissuto il ’75, quando si scese in piazza per “…una riforma democratica della Rai”. E ho incrociato il 1990 quando si manifestò contro la Legge Mammì, assistendo alle dimissioni di cinque ministri che vollero in quel modo difendere il ruolo del servizio pubblico. Tempi “analogici” che appartengono al paleolitico dell’impegno civile, culturale e politico. Con qualche ideologia di troppo : mi ricordo e ti ricorderai dei Nip! Oggi siamo nel digitale. Che aumenta sino all’inverosimile le fonti informative e le possibilità comunicative “…senza chiedere permesso”. Ma oggi la solidarietà di gruppo su idee, si è trasformata nella “liquidarietà” individualista solitaria. Quel solipsismo che trasforma cioè ogni singolo individuo in autore, produttore, distributore e fruitore. Cose arcinote. Quello su cui si riflette poco riguarda invece la filosofia sociale che sta accompagnando questo incredibile sviluppo tecnologico a misura di individuo. Una filosofia che produce quei diktat europei che hanno trasformato la speranzosa unione politica dei nostri Padri, in un ufficio contabile di ragioneria. Mi riferisco alla consacrazione di un neoliberismo sottotraccia targato più società meno Stato , più privato meno pubblico, più “razionalizzazione” del lavoro e tagli di spesa, meno sprechi, più finanza e meno industria e via discorrendo. Tutto apparentemente
    buono e giusto. Anche perché la ritirata dello Stato significa bilanci in ordine e
    debito pubblico sotto controllo. D’accordo. Ma converrai che nel suo rovescio, questo
    trend ci trascina nel vicolo senza uscita dei licenziamenti, della disoccupazione, dei giovani precari e sbandati, delle famiglie di ceto medio in discesa libera che tagliano i consumi, e di quelle povere già in fila alla Caritas. La Rai che si sta pensando, caro Stefano, è collocata in questo scenario
    di crisi acuta. Pretendere di mobilitare i lavoratori , i sindacati, l’associazionismo culturale, l’opinione pubblica, gli intellettuali, le forze politiche lungimiranti e
    quant’altro, sulla c.d. “razionalizzazione” dell’Azienda, diventa allora ai nostri giorni solo una follia. Stando così le cose hai
    ragione tu: il cerino, è veramente nelle mani solitarie del Governo che con i
    150 milioni, a prescindere, ha fatto capire che o si riducono i canali Rai , si accorpano le testate, le sedi, si vendono Strutture, si licenzia personale, oppure la rai fallisce.
    E concludo. Che la Rai necessiti di una “revisione,” anche
    forte, non ci sono dubbi. E tu nel tuo articolo lo fai capire. Quello che non
    dici, nell’alternativa che poni fra “liberisti della domenica” e “resistenti” su ciò che esiste, è che mentre le ragioni dei primi trovano le proprie radici in quella
    filosofia del più privato e meno pubblico di cui sopra – sempre sposata da “poteri forti” – , le ragioni dei resistenti, quando non vogliono conservare privilegi e difendere caste, quando non vogliono diventare statalisti assistiti,e non vogliono elogiare lo spreco, potrebbero invece trovare le radici nel ruolo da fare svolgere a una autentica Rai-Servizio pubblico del Terzo millennio. Ma di questo nessuno ne parla. O se ne parla fra pochi intimi nel silenzio generale dei lavoratori Rai.

    Un caro saluto, Nino Labate