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Perché Gesù beveva birra

Romanzo variopinto e straordinariamente intelligente, l'ultimo libro dello scrittore quarantatreenne Afonso Cruz racconta di una follia bella e buona, o un colpo di genio: trasformare un intero villaggio in Gerusalemme per accontentare la vecchia, povera e malata Antonia, che vorrebbe andare in Terra Santa
Perché Gesù beveva birra

Se è vero che il vino era la bevanda dei romani, degli oppressori, e la birra quella del popolo, allora Gesù non poteva far altro che bere birra. Anche all’ultima cena, soprattutto all’ultima cena: non acqua in vino, ma acqua in birra. Il professor Borja, filosofo razionalista acquartierato in un angolo sperduto dell’Alentejo, nemico giurato delle religioni e di ogni forma di speculazione non fondata sulla scienza, la pensa così. E spiega la sua teoria agli astanti, a tutte le donne e gli uomini che hanno accettato di partecipare alla surreale messa in scena – alla farsa, direbbe il prete, padre Teves – nel villaggio dell’inglese, la ricca e annoiata Miss Whittemore, circondatasi da una corte di inservienti, sacerdoti e pensatori da cui lasciarsi solleticare la mente e possibilmente l’anima.

Lo spettacolo vuole trasformare l’Alentejo nientemeno che nella Terra Santa, il villaggio in Gerusalemme, per compiacere la vecchia Antonía, alla quale rimane poco da vivere, e di conseguenza la sua bellissima nipote Rosa. Una follia bella e buona, o un colpo di genio. Di cui dobbiamo chiedere conto ad Afonso Cruz, scrittore portoghese quarantatreenne, che ci ha costruito intorno un romanzo davvero notevole. Si intitola Gesù beveva birra (traduzione di Marta Silvetti), e l’ha da poco pubblicato in Italia La Nuova Frontiera.

Gesu_beveva_birraGesù beveva birra è un romanzo variopinto, e straordinariamente intelligente. Cruz adopera una lingua multiforme, azzardata, ironica, appuntita. E densa. Sembra una tempera pastosa, quasi tropicale, e serve a comporre vicende forzate e allegoriche dietro cui si nasconde una riflessione teleologica profonda e costante. I personaggi, poi, così caricaturali, sono formidabili. Il professor Borja, una vita segnata dal lutto e dalla frustrazione, incarna il pensiero scientifico, cita Diogene di Enoanda e Niccolò Cusano, indovina la natura umana nel DNA, ingaggia una guerra di logoramento contro Miss Whittemore e contro lo sbrigativo sergente Oliveira, se la prende coi preti, coi bramini, con gli stregoni e con gli astrologi, e infine si innamora di Rosa, come tutti, sebbene abbia mezzo secolo meno di lui.

Rosa è d’altra parte la bellezza e l’ingenuità, l’eros e il cinismo, Rosa è la peluria che cresce sulle sue gambe perfette e l’affetto smisurato per la vecchia nonna che non ci sente e quasi non pensa più. Il giovane pastore Ari la ama e la perde, il professore la ama e la prende, il prete Teves la vorrebbe e la teme, tutti gli uomini che hanno a che fare con lei ne sono turbati, attratti, ipnotizzati. Poi c’è l’inglese, eccentrica e stordita dal sud, e c’è Miss Stela, spogliarellista, escort, confidente, donna dal cuore buono e col bernoccolo degli affari.

Cruz ci conduce nella civiltà rurale dell’Alentejo, un posto che è un cimitero, dice la vecchia Antonía, un posto da cui scappare, finché si è ancora in tempo, fatto di miseria e grettezza, di soprusi e credulità. Il villaggio dell’inglese, in cui tutto e tutti sono di proprietà o al soldo dell’inglese, è un miraggio utile per riprodurre idee di mondo e dello scorrere del tempo. Perché poi alla fine si torna sempre lì, sul cosa sarà e sul come andrà a finire, e il destino ferino – la colpa, la maternità, la malattia – della bella e spietata Rosa è solo una possibilità terrena che conferma e allo stesso tempo smentisce tutte le teorie di Borja e dei suoi demoni.

@giovdoz

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