Cultura STAMPA

Gli animali che dunque siamo: le prede di D’Amicis tra brutalità e progresso

Il nuovo romanzo dello scrittore pugliese indaga sulla natura umana, mettendo in gioco gli interrogativi primari e l'alternativa delle risposte
Gli animali che dunque siamo: le prede di D'Amicis tra brutalità e progresso

Le parole di Carlo D’Amicis hanno forza. Il nuovo romanzo dello scrittore pugliese, Quando eravamo prede (Minimum Fax), è prima di tutto questo: forte. Forte come il suo protagonista, il Toro, lo stallone, il capobranco della piccola comunità di cacciatori incastrata in un cerchio rimasto ai margini del corso dell’evoluzione. Uno scenario tra Genesi e Apocalisse, in cui si muovono uomini che non sono ancora uomini e non sono più bestie, ma che delle bestie portano il nome. Toro, Alce, Leone, Bisonte, Sciacallo. E poi i bambini: Agnello, Farfalla, Zebra, Ghepardo. Le femmine invece sono relegate lontano, tutte tranne la Cagna, incatenata nella casa del maschio che recita il ruolo di suo marito, sterile e impotente come tutti gli altri. Tutti tranne il Toro, l’inseminatore che ha il compito di proseguire la stirpe.

Un villaggio, il bosco, un fiume, gli animali. Oltre il confine del Cerchio, oltre la Linea, l’ignoto. Questi strani esseri, questi predatori senza possibilità di passato e di futuro, sanno solo cacciare, nutrirsi e ancora cacciare. Quando un pick-up sferragliante irrompe nella loro immobilità, quando ne esce una donna proveniente da quell’altro mondo che si stende al di là della frontiera, quando la riconoscono subito come una Scimmia da temere e da bramare, il loro equilibrio primordiale si spezza. La donna porta con sé una lingua superiore ma franca e comprensibile, porta l’amore, la Bibbia e l’idea di Dio. E allora il Cerchio si riempie di terrore, si svuota dell’esodo degli animali, il bosco diventa un’enorme cavità. È il Toro a innamorarsi della Scimmia, mentre il branco si affama e scopre le necessità della convivenza civile: il filo spinato, il furto, l’omicidio. Una perdita della bestialità e dell’innocenza, insieme. Ma il destino si consuma interamente solo nel momento in cui fanno la loro comparsa i topi. Topi informi, con sei zampe e un solo occhio al centro della fronte, topi famelici e distruttori, che diventano cibo sporco, e dividono, compromettono.

Quello di D’Amicis è il lungo racconto di un binario morto della storia. Scritto benissimo, con forza, ironia, venature pulp. Un apologo che mette in gioco gli interrogativi primari e l’alternativa delle risposte, da quelle che c’appaiono più scontate e inevitabili a quelle che ci spiegherebbero tutto un altro modo di intendere l’umanità.

La brutalità incontaminata sa essere migliore e peggiore del progresso, forse. Sì, ma incontaminata fino a che punto? Gli stessi cacciatori sono uomini incompiuti, che sanno fabbricare pallottole e birra ma non conoscono la scrittura, né sospettano, neanche lontanamente, l’esistenza di Dio. Tanto che bestemmiano il bosco, quando devono, tanto che agiscono nell’impulso, senza traccia di speculazione.

Lo sconquasso seguito all’arrivo della Scimmia sarà come la caduta di un meteorite, e l’unico barlume di coscienza di sé si alimenta nel bambino a cui tocca raccontare, Agnello, che scopre gradualmente il coraggio, la paura, la violenza, l’amore e la speranza nella sopravvivenza. Quando eravamo prede è un romanzo forte e bello, che pretende una stratificazione di letture e aggredisce la natura umana dal di fuori e dal di dentro, un esempio notevolissimo di letteratura visionaria e audace, che sembra rifiutare il tempo ma in realtà lo sa spiegare molto bene.