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De Gasperi, l’inutile strage e l’etica della responsabilità

Sembra che alcune crisi geopolitiche degli ultimi vent’anni, in parte ancora aperte rimandino a nodi che, con un secolo di peso in più sulle spalle, è la Grande guerra ad aver posto sul tappeto

Sempre più l’anniversario della morte di Alcide De Gasperi è occasione per una riflessione più storica che politica. Non è possibile e non è giusto infatti trascinare una figura di tale spessore nell’attualità della politica italiana dopo che sono trascorsi sessant’anni tanto densi. Il contesto storico oggi è veramente molto diverso.

Restano certamente di De Gasperi alcune lezioni per molti aspetti trascendenti un punto storico: il senso dello stato, l’idea di stato democratico, il modello di repubblica parlamentare, l’invenzione dell’Europa politica, il ruolo di mediazione geografica dell’Italia fra Mediterraneo ed Europa, l’ancoraggio occidentale, un’economia liberal-sociale, il principio di laicità eticamente non agnostica.

Ma resta pure la vulgata secondo cui una parte della sua vita non fu proprio indiscutibile, la prima parte, quella che lo ha visto giovanissimo parlamentare a Vienna (entrò nel parlamento asburgico nel 1911) con una posizione non sufficientemente netta nei confronti della prima guerra mondiale.

Mussolini e gli irredentisti lo accusarono di essere “austriacante”. Ed è proprio questo giudizio che, in questo centenario della grande guerra, vorrei eccepire.
Per capire il De Gasperi del 1914, o del 1924, o del 1944 o, infine, del 1954 è utile un richiamo al Max Weber della distinzione fra l’“etica della convinzione” e l’“etica della responsabilità”. La prima è quella che guida i religiosi e i rivoluzionari, la seconda è quella che dovrebbe guidare gli uomini politici.

Etica della responsabilità significa capacità di valutare i dati della realtà, fattibilità delle scelte, conseguenze delle scelte. Negli anni che portarono al primo conflitto mondiale De Gasperi era impegnato a costruire le condizioni per una reale autonomia del Trentino all’interno dell’impero, poiché questo era nella convinzione e nell’interesse della sua gente, oltrechè della corona che non era invece consapevole della necessità di articolare l’organizzazione statale in modo autonomista.

Per questo fine cercò di costruire un collegamento fra Vienna e Roma, lui stesso trattò direttamente con i governi delle due capitali, in particolare si recò diverse volte a Roma per parlare con il ministro degli esteri Sidney Sonnino e con papa Benedetto XV. L’obiettivo sembrava realizzarsi quando l’inizio della guerra vanificò ogni sforzo.

Ma, soprattutto, quella guerra tanto assurda e pretestuosa non solo non avrebbe potuto concludersi in pochi mesi, come allora si diceva, ma sarebbe stata drammatica negli esiti. De Gasperi riteneva che il maggiore male politico ereditato dall’ottocento fosse il nazionalismo, virus politico foriero di instabilità permenente, di sedimentazione di odio e incubazione di vendetta.

In quel 1914 vide partire 60 mila suoi concittadini per il fronte della Galizia (oggi Ucraina), praticamente mandati al macello contro le armate russe (ne moriranno oltre undicimila), con la militarizzazione del territorio dovette assistere all’internamento in prigionia dell’intera classe dirigente trentina (2500 persone, compreso il vescovo Celestino Endrici), e allo sfollamento e la deportazione di altre 75 persone verso località austriache e ceche. In tale quadro De Gasperi ritenne di dover esercitare le prerogative della funzione parlamentare sia per condurre una lotta politica in difesa della sua gente, sia per starle fisicamente vicino nei luoghi di deportazione e sofferenza.

Ma vi è, come dicevamo, una ragione politica che sta alla base della sua avversione a ogni forma di nazionalismo. Pensava, infatti, che ogni nazionalismo (tedesco, italiano o slavo) fosse un serio pericolo per la pace. Nell’Europa centrale e in quella balcanica i popoli erano talmente mescolati tra loro, che nessuna soluzione basata sul principio nazionalistico (fatalmente etnico e religioso) avrebbe potuto realizzare una condizione di stabilità: ci sarebbe stata sempre una minoranza intollerata che a sua volta rivendicava un proprio territorio. Le minoranze vanno tutelate con la politica dei diritti e non con i territori: questa fondamentalmente la posizione di De Gasperi.

Dunque, nessuna viltà o ambiguità, ma etica della responsabilità. La storia si incaricherà poi di distribuire torti e ragioni di chi allora aveva posizioni diverse, anche tra i cattolici italiani, dapprima anti-interventisti e poi obbedienti. In realtà si realizzò quella guerra che Alberto Guasco (Jesus, luglio 2014) ha definito la madre di tutti i nazionalismi, genocidi, violazione dei diritti umani e internazionali che hanno dilagato poi nel novecento. Fu la prima guerra veramente globale (non solo per la presenza oltre a tutti i popoli europei degli americani, ma anche degli indiani, australiani, canadesi, indocinesi, arabi, africani), e la prima guerra “tecnologica” che registrò l’esordio dei carri armati, degli aerei e persino delle armi chimiche (i gas usati dai tedeschi a Ypres), una guerra che suonò come anticipo di “tutta la violenza di un secolo”. E dopo quella guerra, dieci milioni di morti, decine di milioni di feriti e invalidi, la dissoluzione di quattro imperi, il trionfo dell’ideologia nazionalistica.

Se osserviamo alcune crisi geopolitiche degli ultimi vent’anni, in parte ancora aperte (pensiamo all’Ucraina), dai Balcani all’ovale caucasico, dal Medio Oriente (pensiamo all’Iraq, Siria, Libia, Israele-Palestina) ai vecchi confini fissati dalla pace di Brest-Litovsk – rileva ancora Guasco – ciascuno di questi teatri sembra rimandare a nodi che, con un secolo di peso in più sulle spalle, è la Grande guerra ad aver posto sul tappeto. Come se le conseguenze remote del primo conflitto mondiale, più che remote, fossero prossime e future.

Senza dire poi della lacerazione profonda che si determinò nel mondo cattolico di fronte a una tragedia indescrivibile che solo Benedetto XV (l’“inutile strage”) aveva visto, inascoltato, con lungimiranza evangelica, lacerazione che ha segnato sicuramente De Gasperi, come si potè vedere in tutte le scelte politiche che farà nel resto della sua vita.
Ecco perché tutta la biografia del grande statista trentino non ha registrato salti e tradimenti, ma coerenza con quei principi (l’antinazionalismo, il pluralismo religioso, razziale e politico) forgiati nella prova, nel dolore e nel senso del tragedia vissuta personalmente in quegli anni, come si coglie bene nel suo ultimo discorso del 1918 nel parlamento di Vienna. In particolare lo ha dimostrato nella sapiente difficile conduzione del secondo dopoguerra italiano e nell’impegno a sconfiggere ogni traccia di nazionalismo attraverso l’avvio della costruzione dell’unità politica dell’Europa.

Si può ben dire: quando le classi dirigenti erano forgiate nel fuoco della storia!

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  • thomas more

    Castagnetti, come al solito, ottima riflessione.