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La fuga dall’adolescenza di Barison

"Stalin + Bianca", secondo romanzo del ventiseienne scrittore piemontese, è una storia on the road senza una vera e propria destinazione. Il viaggio di due ragazzini in cerca di sé
La fuga dall'adolescenza di Barison

Le immagini. Negli occhi e nel cervello. Poi il mondo, che c’entra e non c’entra. Ognuno ha una caverna e un buio da cui decidere di uscire oppure no, sembra voler dire Iacopo Barison, ognuno ha costantemente a che fare con la messa in scena della realtà. Vederci, non vederci, allora può contare fino a un certo punto.

Il secondo romanzo del ventiseienne scrittore piemontese, Stalin+Bianca (Tunué), è una corsa a perdifiato intorno al concetto di rappresentazione, una storia on the road che non vuole arrivare da nessuna parte in particolare, un viaggio che è prima di tutto una fuga, e solo poi si fa racconto di sé. Protagonisti due ragazzini, diciott’anni o giù di lì: Stalin che si fa crescere i baffi e si difende come può dai suoi raptus, Bianca che è cieca e bellissima, e sa percepire più e meglio degli altri.

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Stalin combina un casino, prende Bianca per mano e la conduce con sé. Via, lontano, in qualche modo. Conosceranno un paese che non è l’Italia ma è l’Italia, città grandi e piccole, e un Nord e un Sud rarefatti e smarriti. Vivranno in palazzi occupati, dormiranno in vagoni abbandonati, si innamoreranno e si tradiranno, per quel che significhi tradire. Incontreranno persone, per lo più giovani come loro, squatter, artisti di strada, malinconici di professione e visionari. In un tempo prossimo e vagamente distopico, Barison si fa largo forte di una lingua tagliente, fertile, alla quale affida soprattutto la costruzione di immagini efficacissime e post-moderne.

Qua sta il talento: il resoconto di Stalin somiglia al video attraverso cui il ragazzo decide di testimoniare il giro di quel piccolo loro mondo, frame mutevoli, linee sgranate, colori che sfumano, pensieri che prendono forma e reclamano attenzione, e l’esercizio del dubbio. Funziona tutto molto bene, e anche l’unico elemento d’appesantimento linguistico (la reiterazione di copulative, l’uso frequente di “e” che aggiungono ed elencano e rafforzano) pare remare in questa direzione.

Manca una trama solida, evidentemente e pressoché dichiaratamente («Il viaggio era il viaggio. La destinazione è un’altra cosa». Già), ma è sufficiente prenderne atto, perché il romanzo si regge comunque sulle proprie gambe, non rinunciando peraltro a offrire un’idea ben precisa della società contemporanea, con le sue immagini che bastano a se stesse, i nervi a fior di pelle e la persistente sensazione di aver esaurito le cartucce. Barison è molto giovane e molto dotato, Stalin+Bianca è il classico libro che impone l’attesa dei passi futuri del proprio autore. Il club è già piuttosto nutrito, iscriversi doveroso.

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