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Juan Gabriel Vásquez, fin dove può spingersi un opinion maker

Una vignetta in cui il popolarissimo disegnatore Javier Mallarino, faro e punto di riferimento politico e morale per l’intero paese, ritrae un deputato conservatore destinato a cadere in disgrazia è la chiave di volta del romanzo "Le reputazioni" (Feltrinelli)
Juan Gabriel Vásquez, fin dove può spingersi un opinion maker

Fin dove possono arrivare il potere e la responsabilità di un opinion maker? Che domanda. Ci si arrovella chiunque abbia il privilegio e la disgrazia di guadagnarsi da vivere scrivendo libri o su un giornale, o parlando alla radio o alla televisione, o lasciando le proprie tracce nelle sterminate distese del web, o ancora – come nel caso del protagonista del libro di cui siamo in procinto di parlare – disegnando vignette satiriche. Chiunque, se ha un minimo di coscienza, anche il più piccolo e insignificante scribacchino di un insignificante e piccolo foglio della più remota delle province. Lo scrittore colombiano Juan Gabriel Vásquez ha posto quest’interrogativo al centro del suo ultimo romanzo, intitolato molto efficacemente Le reputazioni (traduzione di Elena Liverani, Feltrinelli).

Le_reputazioniLa vignetta in cui il popolarissimo disegnatore Javier Mallarino, un intellettuale autentico, assurto nel tempo al ruolo di faro e punto di riferimento politico e morale per l’intero paese, ritrae un deputato conservatore destinato a cadere in disgrazia è la chiave di volta di tutta la storia. Senza quella vignetta, probabilmente, la vita di Adolfo Cuéllar avrebbe avuto un corso molto differente. Non solo, dietro a quella vignetta, che racchiude un’accusa durissima e definitiva, si nascondono in realtà dei dubbi di fondatezza in grado di riemergere a quasi trent’anni di distanza. Mallarino l’aveva disegnata con il suo solito acume e la sua abituale disinvolta spavalderia, e adesso deve fare i conti con una sorta di eterogenesi dei fini che arriva a fargli mettere in discussione tutto, né più né meno.

La verifica delle fonti, in fatto di comunicazione, è l’abc. Ma qui Vásquez rimesta nella più delicata e infida delle fonti: la propria memoria. Ecco, la natura stessa e la capacità di metamorfosi – di deperimento e di contraffazione – della memoria sono l’altro fulcro del libro. Altre domande, altre spine dolorosissime: quanto è vero ciò che ci ricordiamo? Quanto dipende dal modo in cui lo abbiamo e ce lo siamo raccontato nel tempo? Che fine fanno, di preciso, le scene del passato, mentre il tempo continua a scorrere? Mallarino non lo sa. Nessuno lo sa. E allora le matite e i carboncini stretti tra le sue dita cominciano a farsi pesantissimi. E proprio nel momento in cui la sua reputazione assume la dimensione del mito – la celebrazione, l’onorificenza, le liturgie delle istituzioni politiche e culturali – Mallarino si ritrova travolto dalle reputazioni altrui, quelle che in quarant’anni di attività ha plasmato, alimentato, distrutto, nel migliore dei casi condizionato.

Vásquez, nel gioco di intrecci e di rimandi della storia, è molto cerebrale. Con la sua scrittura concentrica, colma di subordinate, molto nordamericana («Vásquez sta reinventando la letteratura sudamericana del ventunesimo secolo» dice Jonathan Franzen nella quarta di copertina, e la verità è piuttosto che la sta reinterpretando con una voce che a Franzen deve apparire molto affine), riesce a scavare lentamente fino alle radici del pensiero. Così facendo dissemina inevitabilmente il suo romanzo di interrogativi, lo stesso genere di interrogativi con cui siamo costretti a convivere tutti, chi più chi meno, chi sa di avere la possibilità di influire sulle pubbliche opinioni, e quindi sulle reputazioni, con il proprio esercizio di rappresentazione della realtà, e chi, semplicemente, vive la propria esistenza dipendente dal dosaggio variabile di passato, presente e futuro. La letteratura che riesce in quest’intento si chiama buona, talvolta ottima, come nel caso di Juan Gabriel Vásquez, letteratura.

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