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L’eroe antisocial di Iñárritu

L’eroe antisocial di Iñárritu

«Oggi anche i grandi giornali si attaccano a Twitter prima di farsi un’opinione». Alejandro González Iñárritu, il regista messicano di Babel e Biutiful che ha inaugurato ieri la 71esima Mostra del cinema di Venezia con la sua black comedy Birdman, ne ha per tutti, a cominciare dai mass media e i social network. Ed è sintomatico che il primo film in concorso al Lido attacchi così frontalmente, sebbene in maniera ironica e divertita, gli organi preposti a promuoverlo. Ma questa edizione della Mostra si preannuncia così: sfrontata, impavida e poco disposta ad andare incontro all’esigenza di piacere a tutti. «Credo che i social media siano pericolosi perché la gente attribuisce loro il potere di validare o meno la propria esistenza e i propri pensieri, per non parlare del gusto personale di ciascuno», dice Iñárritu.

«Anche il protagonista del mio film, una star che vuole essere presa sul serio come attore, non sa distinguere fra approvazione e stima e si lascia convincere dell’idea che milioni di contatti su Youtube, di amici su Facebook o di follower su Twitter, equivalgano ad un grande potere. Se anche fosse, si tratterebbe di un potere evanescente e completamente esposto agli umori imprevedibili di quei milioni di utenti. L’autostima di chi crede di essere una star sui social media non tiene in nessuna considerazione la realtà, e questo tipo di anonimato inconsapevole mi fa orrore».

Iñárritu si lancia anche in una crociata contro quello che nel suo film definisce “genocidio culturale”, a partire dal cinema. «Lo dico anche in quanto genitore di due figli adolescenti: così come quando si abituano a mangiare nei fast food il loro palato subisce una sorta di mutazione e non sono più in grado di assaporare i cibi genuini, quando vanno al cinema dopo aver visto l’ennesimo blockbuster demenziale tornano dicendo che non ci hanno capito nulla ma che gli effetti speciale erano fantastici, e tanto basta. Il cinema è un’industria e il mercato decide le priorità dei cineasti, anche quelle artistiche».

«Hollywood oggi premia solo i cartoni animati e la pornografia apocalittica», fa dire Iñárritu a uno dei personaggi di Birdman. Iñárritu si ribella, e fa di Birdman il contrario di un film di cassetta hollywoodiano: è girato in lunghissimi piani sequenza, è strapieno di dialoghi che portano a riflettere e procede a demolire la dimensione eroica del suo protagonista. «Attraverso di lui ho voluto raccontare la fragilità del nostro ego, di artisti come di esseri umani. Un ego che è come un crudele Inquisitore: quello che fai e dici non gli basta mai. E i social media sono la sua cassa di risonanza, che riecheggia sempre “me, me, me”».

«Invece io amo i personaggi pieni di difetti e di incertezze, i loro dubbi e le loro contraddizioni», conclude il regista. «Se la definizione contemporanea di successo sembra essere ottenere ottocentomila “mi piace”, a me interessano soprattutto le persone che non piacciono a nessuno, ma non per questo smettono di essere se stesse».

@cinecasella

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