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“Anime nere”, ottimo esordio italiano a Venezia

Francesco Munzi realizza un mafia movie a regola d’arte, girato con dovizia di particolari e narrato con una coerenza interna forte e circolare
“Anime nere”, ottimo esordio italiano a Venezia

Luciano, Luigi e Rocco Carbone sono tre fratelli di Africo, il paese dell’Aspromonte con la peggior reputazione in Calabria quanto a delinquenza legata al crimine organizzato. Luigi e Rocco si sono trasferiti a Milano, da dove proseguono i loro traffici illeciti verso il Nord Europa. Luciano invece è rimasto ad Africo, e cerca di condurre una vita onesta, coltivando la campagna e allevando le capre. Quando Leo, il figlio di Luciano, decide di rimediare ad uno sgarbo con un gesto violento, si innesca una serie di vendette che coinvolgerà l’intera famiglia Carbone, richiamando al Sud i fratelli emigrati.

Anime nere, liberamente tratto dal romanzo omonimo di Gioacchino Criaco, è il film con cui l’Italia esordisce oggi in concorso, per la regia di quel Francesco Munzi, già Nastro d’argento per la sua opera prima Saimir, cui era seguito Il resto della notte, presentato a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs del 2008.

Va detto subito: Anime nere è un film bellissimo, con una splendida fotografia nitida e crudele (di Vladan Radovic), un cast di grandi interpreti – a cominciare dai tre protagonisti – Fabrizio Ferracane, Marco Leonardi e Peppino Mazzotta – e una grande attenzione filologica al dettaglio d’ambiente. Mai prima è stata cinematograficamente rappresentata con tanta veridicità la mentalità calabrese, non solo criminale: una delle scene più realistiche è quella in cui Luigi fa i regali ai famigliari, e loro reagiscono con l’esatto mix di gratitudine, invidia e snobismo tipica di quella mentalità.

Anche il mix di arcaico e postmoderno nella vita degli ‘ndranghetisti contemporanei è perfettamente centrato: Luigi rientra in contatto con la sua natura ferina uccidendo e poi mangiando una capra, ma si muove altrettanto bene nelle metropoli del Nord e fa shopping nei negozi alla moda.

Munzi è efficacissimo nel raccontare la diffidenza dei mafiosi verso le forze dell’ordine, il codice d’onore fra le famiglie della ‘ndrangheta, le dinamiche di potere che hanno a che fare con la dominazione del branco, l’omertà delle persiane chiuse, la rassegnazione ostile delle “femmine” della famiglia.

Anime nere è un mafia movie a regola d’arte, girato con dovizia di particolari e narrato con una coerenza interna forte e circolare. Le azioni dei personaggi sono reazioni ad una sottocultura che informa i gesti dei singoli e alla quale è apparentemente impossibile sottrarsi. Il senso di minaccia che attraversa la storia è costante e non è legato agli eventi in sé ma al clima in cui si svolgono come conseguenze inevitabili di un sistema senza scampo.

Munzi è maestro nel creare tensione – bellissima la scena in cui Luigi viene seguito nel paese deserto – e nel raccontare un microcosmo in cui ogni iniziativa individuale rischia di mettere in pericolo una intera collettività. Il regista si assume anche alcune responsabilità autoriali importanti, come la negazione del climax di una scena di omicidio, giustissima nell’economia della storia anche se frustrante per lo spettatore.

Anime nere ha solo due problemi: un finale multiplo che, contrariamente alla progressione tesa degli eventi che lo precede, ha il sapore dell’indecisione, e soprattutto un precedente cinematografico fortissimo, quel Fratelli di Abel Ferrara che fu presentato proprio a Venezia nel 1996. Speriamo che la giuria della Mostra non se ne ricordi.

@cinecasella

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  • Simone Callipari

    …. ” soprattutto un precedente cinematografico fortissimo, quel Fratelli di Abel Ferrara che fu presentato proprio a Venezia nel 1996. Speriamo che la giuria della Mostra non se ne ricordi.”

    Che discorso del cazzo!
    Ma l’hai vinto nelle patatine il patentino da “critico” cinematografico?