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Chi è Donald Tusk, nuovo presidente del Consiglio europeo

Centrista e moderato, è stato il primo premier polacco a vincere due elezioni di fila sconfiggendo il populismo dei Kaczynski. Vicino alla Merkel, ha avuto un approccio pragmatico ai rapporti con la Russia
Chi è Donald Tusk, nuovo presidente del Consiglio europeo

Il primo ministro polacco Donald Tusk esce dal vertice di Bruxelles con la carica di presidente del Consiglio europeo: quella detenuta dal tardo 2009 dal belga Herman Van Rompuy.

Tusk diverrà dunque il secondo politico polacco a sedersi su una delle poltrone comunitarie di maggiore prestigio, dopo Jerzy Buzek, ex capo del governo di Varsavia, che è stato presidente dell’europarlamento dal 2009 al 2012. La stessa funzione che rischiò di assumere nel 2004 il rimpianto Bronislaw Geremek, mente di Solidarnosc e demiurgo della politica estera polacca post-’89, fondata su ancoraggio a Occidente, ricostruzione dei rapporti con la Germania e dialogo con l’Ucraina.

La candidatura di Geremek, in quota Alde, fu affossata. Da una parte la tenaglia Pse-Ppe gli remò contro; dall’altra si credeva che la Polonia, appena entrata in Europa, dovesse imparare un po’ le regole del gioco, prima di piazzare un suo uomo in una delle stanze dei bottoni bruxellesi.

Lo sdoganamento della Polonia

La progressione – dalla candidatura stoppata, alla presidenza dell’Europarlamento, fino a quella del Consiglio europeo – indica che nel corso degli anni la percezioni dei “vecchi” membri dell’Unione verso il più ruggente e grande dei “nuovi” è mutata.

D’altro canto la Polonia è una storia di successo dell’integrazione europea. Entrata in punta dei piedi, con una disoccupazione vicina al 20%, un’ostentata tendenza all’atlantismo e scariche di populismo rimarchevoli, che portarono al potere nel 2005 i gemelli Kaczynski, Varsavia è riuscita a rifarsi l’immagine e a calarsi con realismo nel consesso europeo.

Donald Tusk, nato a Danzica, attivo ai tempi dell’università in Solidarnosc, membro della minoranza casciuga, centrista pragmatico a cui non piacciono le fughe in avanti, ma che non è refrattario al cambiamento, cattolico praticamente ma non genuflesso alla chiesa (nel 2013 ha promosso un decreto sulle unioni civili bocciato però in parlamento), è tra gli artefici di questo cambiamento. Uscì sconfitto alle presidenziali del 2005, battuto da Lech Kaczynski. Poi la rivincita, alle politiche anticipate del 2007. Il suo partito, la Piattaforma civica, s’impose con il 41,5%.

Nel 2011 ha rivinto le elezioni con il 39,2%, anche a fronte della scissione interna che portò Janusz Palikot a fondare una sua lista e guadagnare il 10%. La doppia affermazione ha fatto di Tusk il primo capo di governo della Polonia post-comunista a vincere due tornate di seguito.

I successi economici

Il primato politico, suo e della Piattaforma Civica, si spiega molto con la lente dell’economia. La Polonia è riuscita a non piegarsi alla crisi, divenendo assieme alla Germania l’unico paese comunitario a crescere malgrado la burrasca.

La ricetta a monte della felice congiuntura, un po’ in flessione, comunque, nel 2012-2013, è sia “inerziale” che “riformista”. Il paese è ancora in transizione e rappresenta dunque una prateria dove investire, anche in virtù di un mercato del lavoro molto flessibile. Quanto al secondo punto, i governi Tusk hanno messo sul piatto riforme importanti, capaci di stimolare competitività (arma più importante del lavoro low cost) e calamitare capitali esteri.

I principali indici mondiali sulla competitività fotografano i buoni risultati. Nell’Ease of Doing Business della Banca mondiale la Polonia si colloca al quarantacinquesimo posto, dieci posizioni più su rispetto al 2013, divenendo il top performer dell’Est. Nel Global Competitiveness Index del World Economic Forum è al quarantaduesimo. Nell’una e nell’altra graduatoria l’Italia – esempio comparativo – figura al sessantacinquesimo e al quarantanovesimo gradino.

Un altro segreto dell’ascesa economica polacca, per finire, è la buona amministrazione dei fondi strutturali e di coesione europei. Varsavia ne ha fatto un volàno per la crescita.

Eppure Tusk avrebbe potuto fare di più. A volte il suo spirito riformista, ha scritto svariate volte l’Economist, è stato frenato dalla mancanza di coraggio. C’è inoltre chi lo ha accusato di contro-riformismo, quando non troppo mesi fa ha statalizzato i fondi pensione per tenere a bada il debito pubblico, che stava salendo sopra la soglia del 55%, costituzionalmente invalicabile.

La chimica con la Merkel

In politica estera il primo ministro polacco s’è mosso seguendo una priorità chiara: rammendare gli squarci causati dal binomio Kaczynski-Kaczynski nei rapporti con la Germania, più volte descritta dai gemelli come insensibile agli umori polacchi e interessata a fare asse con Mosca, a scapito di Varsavia.

L’agenda di Tusk ha portato a risultati apprezzabili, anche grazie alla “chimica” raggiunta con Angela Merkel. Entrambi centristi, entrambi pragmatici, entrambi nati negli anni ’50 (Tusk nel ’57 e Merkel nel ’54) e cresciuti al di là della cortina di ferro. I due paesi, inoltre, hanno sperimentato in questi anni un ulteriore aumento delle relazioni economiche. Si deve tenere conto, infine, anche delle origini polacche della cancelliera tedesca: hanno senz’altro aiutato.

Non è una candidatura contro la Russia

Donald Tusk non s’è mai sbilanciato sulla sua candidatura alla presidenza del Consiglio europeo. Anzi, ha sempre scartato questa possibilità. Salvo aprire negli ultimi giorni, fortemente corteggiato – quasi tirato per la giacca, verrebbe da dire – da Londra e in seconda battuta da Berlino.

Gazeta Wyborcza, il principale giornale polacco, scrive inoltre, citando una fonte dell’entourage di Tusk, che tra chi lo sollecita a trasferirsi a Bruxelles ci sarebbe la moglie Malgorzata. L’avventura europea darebbe grande prestigio, sarebbe forse meno stressante (questo è tutto da vedere) e gioverebbe al conto in banca, scrive il quotidiano di Varsavia.

Ma questo, si presume e si spera, non è il fattore primario. Tusk sta ponderando la scelta guardando alla politica domestica. Se dovesse volare a Bruxelles lascerebbe la Piattaforma civica senza guida, a poco più di un anno della politiche del 2015. Un tempo ragionevole per dare modo alla nuova leadership di affilare le lame. Ma se dovesse scattare la faida interna, ipotesi non del tutto remota, si farebbe soltanto il gioco di Diritto e Giustizia, il partito di Jaroslaw Kaczynski, tornato vivo e battagliero.

In ogni caso Tusk, ha riferito la sua portavoce, Malgorzata Kidawa-Blonska, andrebbe a Bruxelles prima di tutto con l’idea di fornire il suo contributo alla soluzione della crisi ucraina. Una faccenda tange interessi e sicurezza della Polonia, che nell’ancoraggio di Kiev vede non solo un modo per limitare il raggio d’azione del Cremlino, ma anche uno strumento di impulso economico per le sue regioni dell’est (abbastanza arretrate), confinanti proprio con l’Ucraina. Non è solo questo. L’approccio russo alla crisi ucraina pizzica, anzi scuote, il sentimento nazionale. I polacchi denunciano il rinnovato revanscismo di Mosca, con cui c’è un portato di guerre e occupazioni non ignorabile.

Tusk e il suo ministro degli esteri Radek Sikorski si sono mossi su due binari, in questi mesi. Hanno indossato un po’ i panni dei falchi, spingendo senza indugi per le sanzioni nei confronti di Mosca, anche in funzione elettorale. Una postura che li ha aiutati a contenere Kaczynski – che chiede il pugno duro con Mosca – al voto europeo e amministrativo dello scorso maggio. La Piattaforma civica, seppure con margini stretti, s’è confermata primo partito del paese.

I due hanno però anche cercato di assumere un ruolo da mediatori nella contesa. Sicuramente hanno sovrastimato il peso polacco e la capacità di influire su Kiev, come sul consesso comunitario. Tanto che Sikorski, che inizialmente aveva fatto parte di una troika europea con i colleghi tedesco e francese, Frank-Walter Steinmeier e Laurent Fabius, s’è defilato. Colpito anche, tra l’altro, da un recente scandalo domestico sulle intercettazioni.

Tuttavia le mosse polacche non vanno prese come un’espressione sprovveduta e improvvisata di grandeur. Tusk è un pragmatico e sa che la Polonia è molto esposta nei confronti di Mosca, sia in termini di interscambio che di approvvigionamenti energetici. Il muro contro muro, totale e assoluto, non gioca. Infatti, dietro le quinte, continuano i lavori di un organismo composto da studiosi russi e polacchi, la Commissione per le questioni difficili, che assolve non senza costrutto al compito di analizzare congiuntamente i passaggi storici alla base delle incomprensioni tra i due paesi. Vedi alla voce Katyn, innanzitutto.

La Commissione è stata istituita dopo l’insediamento al potere di Tusk. Il primo ministro è sempre stato consapevole della necessità di ricercare un dialogo, se non fruttuoso quanto meno decente, con la Russia. Che da parte sua manifesta lo stesso bisogno, dato che le buone relazioni con la Germania, su cui Mosca ha scommesso molto, passano anche da un rapporto meno conflittuale con la Polonia.

La crisi ucraina ha messo tanta zavorra a questo processo. Ma Tusk, ammesso che lo diventi davvero e sempre che la destabilizzazione nell’ex repubblica sovietica non diventi del tutto irreversibile, non sarà un Mr. Europe antirusso. La sua consegna, in fin dei conti, sarà quella di cercare la quadratura tra i vari interessi del salotto europeo. Non solo sull’Ucraina.

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  • Angeles Negre Cuevas

    Una scelta peggiore non poteva esserci, ovvio è stata seguendo gli interess di Washington, il più russofobico d tutti, la pagheranno cara i popoli europei!!!